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Frattaglie in saldo #27: another bucket for monsieur

20 aprile 2016

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Nelle mie intenzioni, questa puntata avrebbe dovuto uscire a febbraio e proseguire la trattazione dei dischi del 2015 che mi premeva recuperare. Nel frattempo si è fatto aprile e sarebbe il caso di iniziare a parlare di quelli dell’anno in corso. Sono spiacente, cari Cruciamentum, Heaving Earth, Effigy, The Grotesquery, Abscession, Purtenance, Horrendous, Black Fast e Obscure Infinity. Sarà per la prossima volta. Partiamo nel segno dell’underground che più recondito non si può con i NIGHTKIN, dal Michigan con furore, al secondo lp autoprodotto dopo un esordio targato 2013. La giovane età della band viene tradita dal vago retroterra hardcore e dall’assimilabilità alla nuova carne dei vari Portal e Ulcerate, dei quali riprendono il mood nerissimo e claustrofobico e un suono tetro e torrenziale che guarda al black norvegese come al death metal tecnico, flirtando con il postqualcosa per poi lanciarsi in bordate metallarissime come Disgusting cycle of futility. Dentro, del resto, c’è gente di un certo livello come Mike ‘Gunface’ McKenzie dei The Red Chord e Zach Gibson, passato per Gutrot e The Black Dahlia Murder. Trovate Oath of Elucidation su bandcamp e, sebbene non sia destinato a cambiare la vita a nessuno e alla lunga giri un po’ a vuoto, un’ascoltatina la merita.

Passiamo a qualcosa di decisamente più reazionario con il dodicesimo lp in studio dei MASTER del glorioso Paul Speckmann, uno dei padri nobili del death metal americano, stabilitosi da ormai 13 anni in Repubblica Ceca. Scena estrema attivissima, donne favolose, ottima birra ed erba quasi legale. Chiamalo scemo. Se fosse rimasto negli Usa, avrebbe dovuto cercarsi un lavoro vero, dati i costi che comporta organizzare una tournée in loco con un pubblico sempre minore. Invece in Europa un mini tour lo imbastisci in un Master-An-epiphany-of-hatepaio di settimane e 100-150 persone a sera le fai sempre. Vuoi mettere. Sul disco in sè non ho nulla di particolarmente acuto da scrivere. Sound come sempre classicissimo e incontaminato, un po’ meno grezzo e thrashettone del precedente The Witchhunt e, in termini di ispirazione, un filo sotto quel The New Elite, classe 2012, che resta l’episodio migliore della discografia recente dei Master. Just be yourself e It’s clearly Eden farebbero scapocciare anche un cadavere e, se amate i Master, non avrete avuto certo bisogno di aspettare la mia recensione per procurarvi An Epiphany of Hate, suppongo. Speckmann presidente dell’universo.

Nel 2010, ai tempi di Into the Crypts of Blasphemy, esordio sulla lunga distanza di un gruppo in teoria avviato nei primi anni ’90 e poi sciolto subito dopo, ero uscito abbastanza scemo per gli INTERMENT. In mezzo c’era pure l’egregio leader dei Centinex Martin Schulman, accorso a dare una mano al compagno di band, e membro fondatore di entrambi i gruppi (nonché di Uncanny e Dellamorte, attenzione), Kennet Englund, oggi unico elemento originale superstite insieme al chitarrista Johan Johansson (John Forsberg se ne è andato, qualora siate appassionati di cambi di formazione dei gruppi svedesi, che è sempre un hobby rispettabilissimo). Purtroppo il sentore di marciume sepolcrale che ci aveva fatto amare il debutto si è dissipato. Scent of the Buried rimane un buon disco di death metal svedese vecchia scuola, pestone e con qualche azzeccato spunto melodico (Dawn of blasphemy, Nailed to the grave), come ne escono tanti, dai Vampire ai Feral. Un po’ sono rimasto deluso, posto che, se siete fissati con questa roba, lo dovete recuperare a prescindere.

gadgetdestroyerTratteniamoci in Svezia con il ritorno dei MIASMAL, già decantati da Bonetta in occasione del precedente full Cursed Redeemer. Tides of Omniscience è un gradevole divertissement che, sebbene la matrice resti quella, riesce a distaccarsi dal consueto revivalismo di Stoccolma fatto di due riff scippati ai Grave, doppia cassa e pedalare. Il dischetto è meno ignorante del predecessore; emerge maggiormente l’influenza dei Carcass e certi riff, nel suono e nella struttura, ricordano gli Hypocrisy più tirati. Vengono da Goteborg ma non si sente troppo: le aperture atmosferiche di The Pilgrimage e della cadenzata Perseverance arrivano dritte dritte dal black patrio e le dinamiche dei pezzi sanno essere sorprendentemente raffinate, grazie anche a una tecnica individuale non indifferente. Da tenere d’occhio, anche se continuo a preferire il ben più putrido lp d’esordio omonimo. Sempre dal brulicante paese scandinavo, segnaliamo inoltre The Great Destroyer degli ottimi GADGET, che non facevano una mazza da dieci anni e ritroviamo incazzati come non mai, con il loro death/grind spaccaossa e frenetico ma nondimeno ragionato e lineare, mai confusionario e dai frequenti rallentamenti, influenzato tanto dai mostri sacri nazionali Nasum e Disfear quanto dalla scena death locale. Che botta, signori, che botta. Una graditissima riesumazione.

Vi congedo con il nuovo frutto discografico della reunion dei CONVULSE, cult band di Nokia che era stata inghiottita dal nulla nel ’94, un attimo dopo il secondo album Reflections, per poi uscire all’improvviso dalla tomba due anni fa con il notevole Evil Prevails, accolto da un hype inatteso e forse un po’ eccessivo. In Cycle of Revenge l’allure anni novanta permane ma i tempi sono più cadenzati e le sonorità meno cupe e aggressive. Diciamo che, se Evil Prevails si rifaceva al debutto World Without God, con la sua scrittura cruda e piacevolmente scombinata, Cycle of Revenge richiama maggiormente le velleità sperimentali di Reflections. I pezzi hanno da una parte una struttura più accessibile e diretta, dall’altra girano quasi tutti intorno a una variazione stilistica precisa (il giro folkettone della title-track, le scale arabe di God is you, le derive simil-sludge di Nature of humankind). Se quindi non si corre certo il rischio di annoiarsi, il risultato finale lascia un po’ a desiderare in termini di coerenza e compattezza, e il pur lodevole eclettismo dei finlandesi non riesce a scacciare la sensazione che le idee non siano poi tantissime (bisognerebbe vietare con regio decreto per almeno vent’anni l’utilizzo di riff risaputi come quelli di War). Insomma, non ho ancora capito se ‘sto disco mi sia piaciuto o meno. Arimortis. (Ciccio Russo)

4 commenti leave one →
  1. ignis permalink
    21 aprile 2016 13:52

    Io, in occasione della data torinese degli Interment, mi son fatto autografare la demo degli Uncanny da Kennet!

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