Frattaglie in saldo #9

C’era stato un periodo, sei o sette anni fa, nel quale dalla Francia stavano uscendo un sacco di  band interessanti in campo estremo. Il riflusso arrivò abbastanza presto, anche a causa della crisi delle label locali che stavano sostenendo la scena, ma qualcosina di grazioso da Oltralpe arriva sempre. Come Witnessing The Fall (Listenable), secondo album degli SVART CROWN la classica formazione che non fa nulla di nuovo ma lo fa piuttosto bene. Il genere è una sorta di black melodico di marca svedese (Setherial, Dissection e così via) corretto da robuste dosi di Morbid Angel nel riffing, con un risultato finale che a volte può ricordare i Behemoth. Originalità zero, quindi, ma il feeling è quello giusto e l’act di Nizza riesce a variare registro con disinvoltura, sebbene nei momenti più atmosferici (la conclusiva Of Sulphur And Fire) qualche sbadiglio lo si tiri. Il classico buon prodotto medio. Cambiamo completamente registro con i compagni d’etichetta HEAVENWOOD. I portoghesi, oggi ridotti a un trio, fecero un discreto botto con l’esordio Diva, uscito nel 1996, quando il gothic metal era all’apice del suo successo commerciale. Il successivo Swallow non ebbe le stesse fortune (anche a causa dell’orripilante copertina) e il gruppo si sciolse per poi essere riesumato tre anni or sono. Ennesima reunion dalla quale sono scaturiti altri due platter, l’ultimo dei quali è questo Abyss Masterpiece (Listenable). La solfa è sempre quella: gotico non troppo pipparolo e mostruosamente anni ’90, con frangenti più cazzuti e rockeggianti a bilanciare le voci angeliche e le orchestrazioni di rito, un paio di canzoni notevoli e qualche sfondone (il riff portante di Fading Sun ricalca Small Town Boy in modo piuttosto imbarazzante). Abbastanza da poter risultare interessante per i fan del genere, se ve ne sono ancora.

Una fan della prima ora dei Darkest Hour

Come sapete non parliamo mai di metalcore per un motivo molto semplice: ci fa cacare. Ciò non toglie che ogni tanto il sottoscritto cada vittima di un’insensata deformazione professionale e si sorbisca qualche nuova uscita appartenente a questo esecrando genere musicale “perché così mi tengo aggiornato”. Di solito non riesco ad arrivare nemmeno alla fine dell’album, maledico me stesso per aver buttato in tal modo una preziosa mezz’ora della mia vita e corro ad ascoltarmi i Father Befouled per disintossicarmi. Con The Human Romance (Century Media), settimo full dei DARKEST HOUR, è andata un po’ meglio. Sono riuscito addirittura a sentirmelo tre volte, anche se già al secondo brano potevo avvertire i miei testicoli abbassarsi pericolosamente all’altezza delle caviglie. Il problema è che non riesco ancora a capire che senso abbiano lavori come questo, davvero. Più metal e molto meno core della media, l’act di Washington ha iniziato a fare ‘sta roba a fine anni ’90 e allora non se li filava pressoché nessuno. Poi il metalcore è diventato, chissà come, un trend e loro sono assurti a maggior gloria per essere stati tra i primi a suonare questo (sub)genere di musica. Che a me continua a sembrare nient’altro che del mediocre death melodico di seconda generazione rivisto in un’ottica americana. E gli americani saranno pure bravissimi in altre cose, come le serie televisive o l’obesità infantile, ma non nel death, ehm, svedese che è, appunto, svedese; è legato a tempi e luoghi molto precisi, e io già storcevo la bocca a vederlo replicato in altri paesi europei. The Human Romance non è manco brutto, semplicemente sembra l’esordio di una di quelle band clone di Soilwork e In Flames che spuntavano come funghi nei primi anni zero, e sta a un classico della scuola di Goteborg più o meno come le lasagne dell’Ed’s Tavern di Saddle Brook, New Jersey, stanno a quelle che vi cucina vostra madre la domenica.

Concludiamo con un paio di chicche uscite la scorsa estate che però vale decisamente la pena recuperare, ovvero Vivid Interpretations Of The Void (Deepsend), seconda prova degli EMBRYONIC DEVOURMENT, e Dawn Of Winter (Obscure Domain), sorprendente debutto dei teutonici OBSCURE INFINITY. I primi, a dispetto del moniker truculento, suonano un death tecnico neanche troppo modernizzato. La breve durata dei pezzi, che tradisce la matrice brutal/grind, da una parte scongiura la noia dall’altra li rende un po’ troppo sbilanciati, nel senso che trattasi di tracce di tre minuti costituite per la metà da assoli intricati e acidi svarioni strumentali memori dei vari Atheist e Pestilence. A suonare questo genere bene, però, sono sempre in troppo pochi e i californiani, al netto di qualche ingenuità, dimostrano una discreta personalità. Un punto in più per i testi deliranti incentrati sulle più bizzarre teorie cospirazioniste, con l’opener Militarized Reptoids dedicata ai mitici rettiliani di quel mattacchione di David Icke. Un po’ acerbi ma da tenere d’occhio. Se invece vi sono piaciuti i Barren Earth e cercate un’altra band in grado di farvi respirare le indimenticabili atmosfere del metal estremo scandinavo di quindici anni fa gli Obscure Infinity fanno al caso vostro. Rispetto all’act finnico questi giovincelli tedeschi suonano più grezzi, cupi e old school ma la filosofia è la stessa e i suoni paiono quelli dei Sunlight Studios. Una gemma di brutale malinconia che vive di riff death metal figli dello Stockholm sound più incontaminato, apocalittiche cavalcate black, funeree parentesi doom che richiamano gli Ophtalamia e tetri passaggi di tastiera. E i punti più alti si raggiungono quando tutti questi elementi erompono in unico brano per regalarci emozioni che credevamo perdute, come dimostra una Morbid Ways Of God che avrebbe potuto benissimo stare su un disco degli Unanimated. Per i nostalgici un must assoluto.

Quindici anni fa moriva Lucio Fulci. Gli volevamo bene. (Ciccio Russo)

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