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Skunk Jukebox: the final shutdown

17 ottobre 2013

obama_beer

Non sono né un grande esperto, né un grande appassionato delle forme più moderne del grind (a differenza di Nunzio, attualmente in giro per un ciclo di seminari sui Pig Destroyer nelle repubbliche caucasiche), però ogni tanto spunta fuori un gruppo con il quale, per ragioni più o meno valide, finisco per fissarmi. Mi era accaduto un paio d’anni fa con i Noisear, mi è capitato in questi giorni con gli ANTIGAMA. Se gli autori del mostruoso Subvert the Dominant Paradigm riuscivano a stupire e lasciare senza riferimenti pur partendo da una matrice, tutto sommato, abbastanza organica (la destrutturazione del genere operata dai Nasum), questi prolifici ragazzoni polacchi pescano un po’ dappertutto senza creare nulla di davvero originale, tra richiami al brutal ultratecnico degli Origin, chitarroni alla Meshuggah, musichette latinoamericane che manco gli Atheist di Elements e momenti di puro e semplice sbrocco. Il risultato, però, è piuttosto divertente, a patto che non lo si prenda troppo sul serio. Meteor, sesto disco dell’act di Varsavia, è in streaming qui, dategli un ascolto.

Pochi giorni fa il buon Charles vi ha resi edotti sulla sorprendente resurrezione dei Necromass, tornati con un nuovo album a diciassette anni da Abyss Calls Life. Non si erano invece mai fermati i corregionali HANDFUL OF HATE, un altro irrinunciabile pezzo di storia del black metal tricolore che, con l’imminente To Perdition, si prepara a festeggiare i vent’anni di una carriera esemplare, vissuta all’insegna della coerenza, dell’attitudine e di un attaccamento alle radici del genere che non ha mai impedito loro di sviluppare un suono personale, per quanto intransigente. E questa Larvae promette maledettamente bene. Attendiamo fiduciosi, con una vergine incaprettata in cantina pronta da sacrificare al Maligno:

Ad alcuni di voi faranno probabilmente impazzire, ma gli EPHEL DUATH non sono mai stati di preciso la mia passione. L’entrata in formazione di un’icona della Nuova Carne metallica anni ’90 come Karyn Crisis (oggi moglie di Davide Tiso), segnata dal recente ep On Death and Cosmos, non poteva, però, non suscitare curiosità. A proposito di Feathers Under My Skin, anticipazione da Hemmed by Light, Shaped by Darkness, fuori a novembre su Agonia Records, mi verrebbe da parafrasare quanto detto da Herr Ferri all’epoca del suddetto ep. Da una parte sono diventati più digeribili, rispetto agli eccessi (almeno per me erano tali) di un Pain Necessary to Know, dall’altra tanto sperimentalismo li fa suonare, paradossalmente, un po’ datati e avvitati su loro stessi. O, almeno, questa è la mia impressione superficiale:

Al basso, in luogo di Steve di Giorgio, un altro fuoriclasse: Bryan Beller. Chissà come l’hanno pescato.

I WINDS OF PLAGUE prendono il loro nome da una canzone degli Unearth e già qua, direte giustamente voi, non ce ne dovrebbe fregare un cazzo. Eppure sono abbastanza bizzarri da guadagnarsi una rapida menzione. Say Hello to the Undertaker (in streaming su Lambgoat ed estratta dal loro quinto lavoro, Resistance) con il suo tripudio di tastiere ed elementi, uhm, “sinfonici”, fa venire in mente una sorta di versione deathcore dei Fleshgod Apocalypse, che – messa così – sembrerebbe roba dalla quale stare lontani un miglio. Invece non fanno manco troppo schifo. Peccato che quei diavolo di stacchi in mid-tempo (ah, già, si chiamano breakdown) siano sempre gli stessi. Poi non so, magari un disco intero è insostenibile. Fatichiamo a comprendere le motivazioni in base alle quali abbiano girato un video ufficiale per l’intro. Misteri del deathcore.

Affranchiamoci dal logorio del metallo moderno con un po’ di roba trucida come piace a noi. Vi ricordate quell’inquietante spilungone con i tatuaggi in faccia che ha suonato negli ultimi anni il basso con gli Electric Wizard? Ebbene, il tizio ha mollato gli inglesi da un annetto ed è tornato nell’avita Grecia per fondare una band tutta sua, i SATAN’S WRATH, autori già di due dischi: Galloping Blasphemies (grande titolo), uscito nel 2012, e Aeons of Satan’s Reign, fuori tra un mese su Metal Blade. Black metal thrashettone da festicciola alcolica con gli amichetti del fan club dei Sarcofago. Tipo i Desaster, insomma, ma alla greca. Ho ascoltato solo questo pezzo di anticipazione e la faccenda sembra spassosa:

Il pezzo è un po’ incasinato ma quando è partito il coro birraiolo sono corso subito, per l’appunto, a stapparmene una.

I DEATHCHAIN, invece, li ricordavo più ignoranti. Avranno finalmente preso il diploma alle scuole serali, che ne so. Va detto, però, che li avevo persi di vista dopo Deathrash Assault e da allora hanno fatto uscire un bel po’ di roba. Ritual Death Metal risale allo scorso febbraio ma ne parliamo adesso perché sì. Ora sembrano rifarsi un po’ a quella scuola death finnica che garba tanto al Pontolillo. Convulse (a proposito, il 3 novembre suonano a Roma, birba chi manca), Demilich, et cetera. Mica male, però. Su ‘sto brano c’è pure Lars Goran Petrov come ospite. Stappiamocene un’altra, vah:

E buttiamola sempre più in caciara con i BLOOD TSUNAMI, gruppazzo black thrash norvegese (dietro le pelli ci sta Bard Faust) che ebbe la sfiga di formarsi proprio nell’anno del devastante cataclisma nel Sud Est asiatico che costò la vita a migliaia di malcapitati, tra cui il mai abbastanza compianto Mieszko Talarczyk. Si dice che, proprio per questo, ritennero opportuno posticipare la pubblicazione del debutto, intitolato prosaicamente Thrash Metal. Meno quadrati e ficcanti dei connazionali Aura Noir ma, a modo loro, simpatici. Da For Faen!, che pure è uscito parecchi mesi fa ma, anche in questo caso, pareva brutto non parlarne:

Vi congedo con gli ARTILLERY, vecchi arnesi del thrash anni ’80 che devono la loro fama soprattutto a quel classico minore che fu By Inheritance. Tornarono nel ’99 con B.A.C.K., ci misero altri dieci anni per far uscire un altro disco (When Death Comes) ma ultimamente si sono rimboccati le maniche di brutto. A soli due anni da My Blood, eccoli rialzare la testa con Legions. E – sapete una cosa? – questa Chill My Bones spacca abbastanza:

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