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AURA NOIR @Traffic, Roma, 24.12.2012

27 ottobre 2012

aura_noirArriviamo troppo tardi per i romani Nerodia (che non erano dispiaciuti a Matteo Ferri quando li vide di spalla ai Taake) e attendiamo con una certa curiosità che attacchino i Draugr, ensemble chietino che si definisce Italic Hordish Metal, locuzione che sta per un bellicoso black metal (cantato – giustamente, date le premesse – in italiano) tra il folk e il thrashettone che dal vivo funziona piuttosto bene. Non li avevamo mai ascoltati prima ma ci sentiamo a nostro agio, soprattutto Charles che quando sente puzza di folk si attizza subito. Perché, lo ricordiamo, il folk metal è una cosa seria. Da Metal Archives scopriamo che il loro moniker viene dalla parola Draug, che nella lingua di Sinderin (abbiate pazienza, ma io di Tolkien e annessi e connessi non ho mai capito un cazzo) significa lupo ed è stato scelto perché il nobile animale è il simbolo sia di Roma che dell’Abruzzo. Io ho sempre ritenuto l’Abruzzo la regione più black metal della penisola e che i Draugr me lo confermino non può che rafforzare la mia convinzione. Il paragone con gli alfieri del genere (Moonsorrow e compagnia strimpellante) regge fino a un certo punto, un po’ perché quando vanno sparati sono quasi darkthroniani, un po’ perché nelle parti più cadenzate emerge un approccio bombastico alla Rhapsody dal sapore, perché no, molto italiano, sebbene non nel senso che darebbe all’espressione Stanis La Rochelle. La band sa reggere il palco e l’udienza risponde bene e canta i pezzi più anthemici, come Furore Pagano. Davvero niente male. Li vedrei bene allo Wolfszeit.

Una birra, o forse due, e salgono sul palco gli headliner della serata, la sedicente ugliest band in the world. E, hey, c’è pure Aggressor! Il batterista originale degli Aura Noir (chi stia dietro le pelli ora non lo so di preciso, pardon), che nel 2005 cascò, non si sa se di sua spontanea volontà o meno, dal quarto piano di un edificio facendosi male assai e finendo di conseguenza sulla sedia a rotelle per un po’, ha infatti ripreso a esibirsi con la band. Ora si occupa della seconda chitarra e ogni tanto dà il cambio ad Apollyon dietro al microfono, sfoggiando un rantolo celticfrostiano di tutto rispetto. Con il capello corto imbrillantinato, i Ray Ban e il gilet di pelle con la maglia dei Venom sotto, è un vero signore. Ma tutto il gruppo ha una presenza scenica impagabile e, soprattutto, una tenuta live distruttiva.

Il pubblico è abbastanza sparuto ma i norvegesi se ne fottono e alzano l’inferno con una manciata di power chord.  Un paio di estratti dal nuovo, devastante Out To Die (del quale parleremo presto) e i nostalgici come il sottoscritto, che li ha nel cuore sin dal primo ep Dreams Like Deserts, vengono subito accontentati con la primordiale Deep Tracts Of Hell. Il loro spietato blackthrash, coinvolgente e motorheadiano nell’animo, dal vivo rende ancora meglio che in studio. Non c’è un attimo di respiro e il tiro è irresistibile. Ignoranti, violentissimi e tight, come direbbero gli americani. E soprattutto divertenti, maledettamente divertenti. Tutti scapocciano e fanno le cornine. Perché una cosa è quando ci sono centinaia di persone ma fanno casino solo le prime file, un’altra se si è pochi ma buoni e nessuno sta fermo. E attitudine, fanculo, ATTITUDINE. Apollyon sembra un ventenne, dimostra una discreta conoscenza dello slang italico più buzzurro, tra le bestemmie di prammatica e un dai, cazzo! che ci domandiamo dove abbia appreso, e prima di ogni assolo richiama uno scatenato Blasphemer (che, ci scommetto, si diverte molto più ora che con i Mayhem, ed è stata proprio la sua separazione da quella grottesca pantomima che è diventato il marchio impresso su De Mysteriis Dom Sathanas ad aver dato nuova linfa agli Aura Noir). Poi, su Priest’s Hellish Fiend, mi ricordo che lo fa pure su disco. Molto rock’n’roll. Come tutto il resto. Qualche brano più datato, sugli scudi l’assassina Conqueror, niente bis e si va a casa che se ne vorrebbe ancora, come se avessero potuto suonare per un’altra ora e mezza senza stancarci. Perché, come diceva il grande Cary Grant, “meglio andarsene un minuto prima, lasciandoli con la voglia, piuttosto che un minuto dopo, avendoli annoiati”. (Ciccio Russo)

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