TAAKE // DISGUISE // SEDNA // NERODIA @Traffic, Roma, 20.04.2012

Ritengo sia assolutamente legittimo e doveroso lamentarsi della situazione dei mezzi pubblici nella Capitale, un servizio indegno di un paese civile. Per questo ho pensato bene di dirigermi al Traffic in macchina. Risultato: trentacinque minuti da Anzio al raccordo anulare, un’ora e venti per percorrere i restanti venti kilometri che mi separavano dal Traffic. L’imbottigliamento ha avuto il duplice effetto di farmi saltare la cena e, cosa ben più grave, mi ha impedito di incontrare Hoest che circolava allegramente dietro al backstage ancora deserto, firmando autografi e dediche al mio fortunato compagno di serata. Uno che ha pensato bene di usare i mezzi pubblici.

Entro in tempo per salutare i Disguise e subito salgono sul palco i romani NERODIA col loro death dalle venature thrash e black a tratti debitore dei Dark Tranquillity degli anni novanta. Alle spalle hanno soltanto un demo ed Heretic Manifesto, disco autoprodotto risalente ad un paio d’anni fa, ma dal vivo sanno farsi valere e l’acustica del Traffic contribuisce alla buona riuscita del loro spettacolo. La breve scaletta predilige i pezzi più diretti come The Superior Art of Perversion e Under My Black Wings, con qualche concessione alla melodia affidata al refrain di Say Yes to the Devil  per  un’esibizione che scalda un locale ancora scarsamente gremito.

Non avevo ancora avuto modo di sentire i SEDNA e la mia conoscenza era limitata ad un paio di righe lette velocemente prima del concerto, almeno per avere una minima idea di chi fossero e cosa suonassero. Temevo fossero un ennesimo clone degli Alcest e le mie paure sembravano trovare conferma nelle primissime note di Spiral. E invece il quartetto romagnolo si è rivelato un’autentica sorpresa, anche grazie alle spiccate doti teatrali dell’istrionico cantante, un vero e proprio tarantolato posseduto dallo spirito della nera fiamma;  più che uno screaming, il suo è un lancinante grido di dolore che ha raggelato il locale per una ventina di minuti toccando l’apice con l’esecuzione di un brano direttamente in mezzo al pubblico. O, l’unico demo attualmente in circolazione, viene sviscerato integralmente e brani come la già citata Spiral o Taedium trovano una carica ancora più inquietante in sede live. Da tenere d’occhio in futuro.

Assenti dalle scene da tempo immemorabile, i DISGUISE si presentano a Roma con un disco, Second Coming, fresco di stampa per la My Kingdom Music. Personalmente li seguo dai tempi del primo demo, quando ancora si dilettavano con un black metal sinfonico estremamente derivativo e prima che iniziassero a dirigersi a passo spedito verso quell’ibrido death black che caratterizzava Human Primordial Instinct e Late. La setlist predilige, come è ovvio, i brani nuovi, sempre più orientati verso un black death dalle tinte industrial particolarmente adatti alla dimensione live.  Mezz’ora di spettacolo a dir poco muscolare, violento e senza pause, per un gruppo che ormai può far valere un’esperienza decennale in giro per l’Europa ed in grado di scatenare un primo pogo selvaggio in un Traffic sempre più stipato. Chiusura affidata alla cover di Freezing Moon, tanto per iniziare ad entrare in atmosfera.

Non è un’eresia definire i TAAKE la più importante band black metal attualmente in circolazione. Pochi possono vantare una carriera così longeva senza mai veri e propri passaggi a vuoto, altrettanto pochi sono usciti dagli anni novanta senza convertirsi al black’n’roll tout court, senza iniziare a produrre vini, senza diventare piccole celebrità nel microcosmo metallico con tutte le conseguenze del caso. Hoest vive in un mondo a parte. Fino a non troppo tempo fa rispondeva alle interviste soltanto se gliele inviavi in formato cartaceo con la posta aerea, adesso ha smesso di rilasciare dichiarazioni alla stampa per evitare che qualcuno che non ha la più pallida idea di cosa parlino i suoi testi, gli faccia domande sulle sue visioni politiche, sull’islamofobia e su Breivik. Alle undici e mezza esatte sale sul palco, avvolto dall’immancabile bandierona norvegese ormai sempre più lisa e sbiadita. In realtà non sale sul palco, semplicemente appare, come un santone con la faccia pitturata e in posizione ieratica. La sua non è un’esibizione dal vivo, è un rituale collettivo, un sabba lungo un’ora nel quale l’officiante non si sottrae mai ai suoi discepoli. Ampio spazio è dedicato ai brani di Noregs Vaapen (purtroppo niente banjo) ma non mancano commoventi tuffi nel passato con alcuni estratti da Bjoergvin  — il disco black metal del decennio scorso, a giudizio di chi scrive — e perfino un ritorno a Nattestid. Con l’eccezione di Ummeneske, che è già di per se un brano black’n’roll, sorprende la capacità di sprigionare un’attitudine tipicamente motorheadiana senza intaccare quell’anima nera che tutti i pezzi conservano anche dal vivo.

Sebbene sia un esile figurino, anche di fronte agli altri musicisti della band, Hoest tiene il palco con una facilità che raramente appartiene a chi suona generi simili. Così a memoria, ricordo solo Abbath al Palacquatica di Milano tenere in pugno la platea in questo modo ma, contrariamente al leader degli Immortal, qui non c’è alcun atteggiamento da navigato guascone. Solo fumanti colate di odio eruttate su un Traffic in catartica adorazione. Anche senza banjo. (Matteo Ferri)

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