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Musica di un certo livello #7: CRADLE OF FILTH, GOLDEN DAWN, GRIFFAR

8 Mag 2012

la chiamavano bocca di rosa metteva l’amore metteva l’amore…

Sono giunto alla conclusione che blog, riviste, giornali e giornaletti da oggi in poi si divideranno in due categorie: chi parlerà bene degli ultimi Cradle of Filth; chi ne parlerà male. Va da sé che, per quanto mi riguarda, soltanto coloro che rientreranno nella seconda categoria conserveranno una certa credibilità. Perché i CoF di oggi dire che fanno schifo significa voler indorare una pillola amarissima e non ci sono possibili diverse interpretazione al concetto di “fare schifo”. I Cradle hanno saputo smontare secoli di studi di filosofia creando la categoria tutta nuova del “brutto oggettivo”. Certo anche Metal Skunk in passato è caduto in fatale errore addirittura inserendo Darkly Darkly Venus Acerra in una vecchia playlist. Non so come ciò sia potuto accadere ma diciamo che sono errori di percorso che tutti possono fare. Qualcuno ci accusò pure di avere dei gusti di merda e -a prescindere dai CoF- credo che l’accusa avesse un qualche reale fondamento. L’importante però è riparare al danno. Infatti poi abbiamo preferito porre l’accento sulle uniche caratteristiche che oggigiorno rendono questi signorini davvero grandi, mi riferisco ovvero alla potenza del marketing che sono capaci di sguinzagliare, manco fosse un cane rabbioso, pur di vendere qualche dischettino di merda in più, o ancora alle avventure di quel simpatico burlone di Dani Filth, come la volta in cui fu sdraiato da un’agente di sicurezza o quando rischiò di essere eletto a icona regionale.

A me personalmente Darkly Darkly Venus Pozzuoli non era piaciuto: una cosetta stupidina capace solo a far riaffiorare reminiscenze post-adolescenziali . Con l’ultima “fatica” (perché è proprio ‘na fatica ascoltarlo tutto) Midnight In The Labyrinth hanno raggiunto il vero fondo del barile proponendo un doppio pallosissimo, insensato, cd. Spicca per essere inascoltabile ma non meno per l’intrinseca inutilità. Una perdita di tempo e di soldi. Non di black metal si tratta ma di una specie di soundtrack, a metà tra Master and Commander e Clash of the Titans (quel filmaccio in cui Zeus liberava il Kraken, cioè capito?), buona nemmeno per un filmetto horror/fantascientifico di serie-D tipo “Vampiri da Venere contro l’armata di zombi cloni”.

Questo l’effetto non voluto, nella pratica il doppio in questione voleva essere un ri-arrangiamento in chiave orchestrale e sinfonica di pezzi tratti dai loro primi quattro album. Detta così dovrebbe essere una figata invece è l’ennesima trovata dichiaratamente commerciale, fatta male e registrata peggio, che ha solamente del paraculo. In molti hanno provato a fare la stessa cosa ma ben pochi sono realmente riusciti nell’impresa senza vergognarsene in seguito e adesso mi vengono a mente, a parte gli Anathema, solo i Samael col progetto Xytras. I Cradle of Filth sono chiaramente fuori tempo massimo ma per capire quando è ora di chiudere baracca e burattini non è mai troppo tardi (che poi questa cosa ce la diciamo tutti gli anni e anno dopo anno ci dimostrano che al peggio non c’è mai fine).

Per fortuna c’è ancora chi il vecchio BM è capace a farlo come si deve. Gli austriaci Golden Dawn con Return to Provenance sono al quarto capitolo della propria produzione. Non li conoscevo quindi ho potuto affrontarli senza pregiudizi. Il loro è un buon black metal tradizionale dalle influenze pagan e sinfoniche che non brilla per particolari trovate geniali ma segue alla perfezione i canoni del genere, una volta tanto, senza lasciarsi andare a strane sperimentazioni. L’effetto è godibile. Ha la giusta carica di aggressività ben alternata a momenti di maggiore coralità e fasi ritmate che fanno andare su e giù la testa e fare le cornine. Melodic black alla Old Man’s Child per intenderci. Apparsi nel lontano 1996 col primo full-length , medioevaleggiante e battagliero, chiaramente ispirato ai compatrioti Summoning (se l’avessi scoperto ai tempi ne sarei uscito pazzo di sicuro) non hanno poi dato notizie di sé per un lunghissimo periodo. Stefan Traunmüller, aka Dreamlord, che ha sempre portato in solitaria la responsabilità del gruppo appoggiandosi saltuariamente a guest session, come Pazuzu ad esempio, è riapparso poi solo negli anni ’00 avendo mutato completamente la proposta, orientata ad un black goticheggiante un po’ in ritardo coi tempi. Questo percorso abbastanza tortuoso non lo avrà di certo favorito ma ognuno è artefice del proprio destino e se il signor Traunmüller si è finalmente chiarito le idee non si può che apprezzarlo vista la buona riuscita di questo Return to Provenance. Cosa aggiungere? Sembra, parlando in generale, che il ritorno alle origini sia sempre la via più facile da seguire ma anche quella che dà maggiori soddisfazioni.

Un pochino al di sotto dei precedenti, i Griffar dalla Francia. Per una volta tanto da Lutezia arriva gente incazzatissima armata di coltelli, picche e mazzafrusto, non più anime sensibili coi Grimm sotto al braccio. Anche qui old style, ma black/death old style. Monastery è una roba alla Dissection (con tutti i distinguo che volete) e sarà una questione di gusti ma io con questa roba qui ho sempre fatto un po’ di fatica quindi non andrò molto oltre. Diciamo che il già sentito sta ai Griffar come le uova stanno al bacon. Drakhian, il padrone di casa, ha suonato per Hoest dal vivo e la lezioncina l’ha imparata bene. Aggiungi un po’ di pagan qui e là, una cavalcata che fa sempre bene al cuore, uno scream preciso (sebbene un po’ piatto), due gocce di emulazione di troppo (i.e. In Flames) e il gioco è fatto. Che dire, né bello né brutto. Di mestiere. (Charles)

7 commenti leave one →
  1. Nervi permalink
    8 Mag 2012 11:18

    Secondo me Darkly, darkly, Venus aversa ha gli stessi difetti di Illud divinum insanus dei Morbid Angel. La band ha provato a fare qualcosa di nuovo, ma per paura di perdere per strada i fan è cambiata solo a metà in modo da tastare prima il terreno ed evitare un’eventuale ustione dal punto di vista delle vendite. Peccato. Per me il disco finisce dritto nella http://www.poemhunter.com/poem/the-cave-of-the-unborn/.

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  2. damiano permalink
    8 Mag 2012 12:52

    i cradle non fanno schifo,dai mica sono i dimmu borgir. hanno inciso un paio di dischi sottotono ma per il resto hanno sempre fatto ottimi lavori. ok degustibus ma dire che fanno schifo,proprio no!

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  3. lukasbrunner permalink
    8 Mag 2012 15:41

    Però, niente male questi Golden Dawn…

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  4. Slimer permalink
    9 Mag 2012 16:08

    Vanno forte in Botswana e Rwanda un po’ meno c/o il krakatoa…

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  5. donzia permalink
    10 dicembre 2012 08:56

    dovrò assolutamente procurarmelo quest’ultimo dei GOLDEN DAWN… avendo già i due precedenti album

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