L’Acheronte ribolle con i nuovi di YOTH IRIA e SAKIS TOLIS

Il debutto degli Yoth Iria arrivò come un evento eccezionale, dato che marcava il ritorno sulle scene di Jim Mutilator dopo decenni di assenza. Come detto, il risultato non fu all’altezza delle aspettative, nonostante si trattasse in definitiva di un dischetto carino. Le cose si fecero ben più serie col secondo, il bellissimo Blazing Inferno, che vide una formazione quasi completamente stravolta a partire dall’abbandono di The Magus (o Magus Wampyr Daoloth, come si faceva chiamare ai bei tempi); ora arriva il terzo album, Gone with the Devil, a due anni dal precedente, il che conferma il gruppo greco come formazione pienamente attiva da ogni punto di vista.

Mi tolgo subito il dente: non siamo ai livelli del secondo album, purtroppo. Lì c’erano dei pezzi fantastici che ancora oggi mi ritrovo a canticchiare, come Rites of Blood and Ice, l’omonima o Purgatory Revolution, mentre qui onestamente fatico a trovare un vero picco nei tre quarti d’ora di durata del disco. Non si può dire che lo stile sia cambiato, essendo anche questa una rielaborazione modernizzata dei vecchi Rotting Christ, gruppo che Mutilator contribuì a fondare e rendere grande; però qui mi pare che si cerchi di andare oltre, provando a costruire qualcosa di più autonomo. Certo, in Woven Spells of a Demon le chitarre ritmiche riportano a Triarchy of the Lost Lovers, e I, Totem ha un’andatura che ricorda Thy Mighty Contract, su cui parte una chitarra solista che non può non ricordare un’era successiva dei Rotting Christ, eppure in qualche modo è come se gli Yoth Iria volessero provare ad andare maggiormente con le proprie gambe, in una direzione più melodica e, come si suol dire, anthemica. Per adesso il punto non mi sembra centrato alla perfezione, anche perché a farne le spese sono le atmosfere, ma chissà. Vedremo col quarto album.

A proposito dei Rotting Christ, i dischi solisti di Sakis Tolis sono ormai diventati un appuntamento fisso da qualche anno a questa parte. Dopo il debutto Among the Fires of Hell del 2022 (e la sua versione per solo pianoforte del 2023) c’era stato il seguito Everything Comes to an End del 2025 e ora arriva anche questo Echoes from the Void, che si mantiene perfettamente in linea con lo stile dei precedenti. Il disco viene presentato come una compilation, ma la cosa ha senso solo fino a un certo punto: Sakis fa continuamente uscire canzoni sui suoi canali social che poi raccoglie in un album, e anche quest’ultimo lavoro non fa eccezione. L’unica differenza, mi pare, è che qui si è andati a recuperare pezzi usciti qualche anno fa, e che quindi non potrebbero tecnicamente essere considerati “singoli”. Il succo però non cambia, nonostante il disco comprenda ci sono quattro pezzi (su sette) già in giro da un paio di anni, ovvero Here Comes the Sun, The Fall of the Tyrants, Sera (The Dance of War) e Ancestral Whispers.

Lo stile, come detto, è sempre quello, una riproposizione attualizzata dei Rotting Christ di metà anni Novanta che si pone decisamente in discontinuità con gli ultimi dischi della band. L’unica differenza è che qui, alla batteria c’è tale Philippe Stone al posto dell’esperto Fotis Bernardo; dei restanti strumenti, come sempre, si occupa lo stesso Sakis. La chiosa finale non può quindi che essere la medesima: se vi sono piaciuti i dischi precedenti vi piacerà anche questo.

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