La finestra sul porcile: DISCLOSURE DAY
Un film di Spielberg da bambino era un momento di pura magia. Crescendo, poi, sono rimasto dell’idea che fosse uno dei registi più capaci sul Pianeta, ma che avesse cominciato a tritarci enormemente i coglioni con il suo costante farci la morale e farci subire le tematiche a lui più care. Poi sarò sincero, negli ultimi vent’anni di Spielberg mi sono perso un botto di roba. Ho sentito parlar bene di West Side Story, ma è come se col quarto Indiana Jones fossi meccanicamente entrato in un mood del tipo “da te mi faccio fregare, ma, d’ora in poi, con molta più cautela”. L’ultimo film di Spielberg che mi sono davvero goduto al cinema è stato La Guerra dei Mondi, nonostante il suo finale tirato via. E si parla del 2005.
Insomma, a riportarmi in sala è stato proprio l’annuncio di un ulteriore film sugli alieni. Sapevo che non avrebbe mai recuperato le atmosfere cupe e di claustrofobica tensione di Duel e del babbo per antonomasia dei blockbuster, Lo Squalo. Però mi sono diretto in sala con un atteggiamento direi ottimista.

Disclosure Day non è né il filmone incredibile che abbiamo sentito descrivere a certi marchettari impuniti, né la merda colossale di cui si lamentano in tanti sui social. Parliamoci chiaro, seppur con le morali e le tematiche ridondanti di cui sopra, meglio cento film di Spielberg a mezzo servizio che una cacata fra le tante che ci passano sott’occhio oggigiorno senza lasciare minimamente il segno. Soltanto mi aspettavo che Disclosure Day il segno lo lasciasse un pelino più di così, salvo una magistrale scena d’azione girata sui binari del treno che però non ha alcun senso. Perché se il ritardatissimo killer al passaggio a livello fosse sceso dalla macchina e avesse freddato le sue vittime a bruciapelo con la pistola, avrebbe fatto il suo lavoro con lo spessore e il cinismo caratteristici di questo genere di professionisti e quella scena non sarebbe mai stata girata. E invece va a incasinarsi la vita. Per cui bella la scena, sì, ma non ha alcun senso che abbia avuto luogo.
Di cosa parla questo film? È pura pornografia sulle automobili, con Spielberg che sembra volere allestire un gigantesco concessionario, e le riprende davvero bene, internamente, esternamente, ferme e pure in azione, infine, con i riflessi della città notturna sui vetri. Il lavoro del regista sulle auto è stato impeccabile, quasi avesse da portare a compimento una sorta di progetto nel progetto. Non potrà non cascarvi l’occhio sulla meravigliosa Alfa Romeo Giulia. Parla di comunicazione, come all’epoca di Incontri ravvicinati del terzo tipo e fortunatamente senza suonini del cazzo. C’è, però e nel finale, un ghiotto easter egg in proposito. Parla di rapporti sociali, di fede e di tecnologia come Minority Report, col quale ho notato più di una semplice somiglianza. Parla della attuale crisi a livello mondiale che Spielberg trasporta a un livello ancor più avanzato.

L’azione e il ritmo ci sono, come in One Battle After Another di Paul Thomas Anderson, per certi versi comparabile, seppure ancor più politicizzato, complottista e, in alcuni frangenti, eccessivo, ma anche un filino più coeso e riuscito. Azione e ritmo qui sembrano volere alleggerire il racconto, non sono quasi mai funzionali alla storia. Il villain di Colin Firth è piuttosto debole, la sua squadra sbaglia sempre tutto e i pretesti con cui si ritrovano sulle tracce dei protagonisti sono nella stramaggioranza dei casi ai limiti dell’ingiustificabile. Cioè, se Jane è il tramite con cui Noah Scanlon puntualmente ti osserva e ti localizza, e quasi ti fa ammazzare, tu non continui a portartela appresso perché a giochi finiti magari è grata nei tuoi confronti e esce le pocce. Tu quella la scarichi al primo Autogrill, a rigor di logica. E invece no.

E poi c’è la coppia di protagonisti. Josh O’Connor, debolissimo, con un’espressione costantemente a metà fra il primo Cillian Murphy e Checco Zalone, e una Emily Blunt che se lo mangia vivo per tutto il film, specie nella prima metà, quando le due linee narrative non si sono ancora unite e si danno continuamente il cambio, e tu speri di passare quanto prima a quella con Emily Blunt non perché c’è la gnocca, ma perché lei se la sta cavando benissimo. Solo che a un certo punto Spielberg la fa salire in cattedra e si mette a recitare un po’ troppo pure lei. Un film costruito sulla chimica fra due personaggi principali non dico debba presentare un cinquanta e cinquanta, perché nemmeno Arma letale presentava un cinquanta e cinquanta. Solo che lui tende a sparire proprio, nonostante avvii la storia e nonostante la storia si regga interamente su quel che c’è nel suo zaino.
Gli alieni che si presentano sotto forma di animaletti amichevoli mi hanno ricordato South Park e la puntata con la setta satanica che molesta Stan: anche lì ci sono la volpe e l’uccellino. Le musiche di John Williams non mi hanno francamente colpito, ma ha oltre novanta anni e non riesco a rompergli i coglioni. David Koepp alla sceneggiatura l’avrei forse sostituito con qualcun altro: nel 1993 lavorò a Carlito’s Way e Jurassic Park, dopodiché ha preso ad azzeccare un film ogni decennio.

Insomma, mi sono visto un film che è al cento per cento Spielberg e che ti lascia uscire dalla sala con quella sensazione di avere provato qualche emozione, di avere assistito a una magistrale regia, ma con la consapevolezza che dopo Salvate il Soldato Ryan – che ha quasi trent’anni – i remi siano stati tirati un po’ in barca. Vorrei uno Spielberg un po’ più cattivo e meno moralista, e sono certo che la direzione in cui gira il mondo non lo aiuti a scrivere e dirigere storie che nascondano un po’ più il suo pensiero, che non lo spingano ogni volta a sviscerare la natura dell’essere umano e l’attualità. Dirigi un biopic sui Blasphemy. Dirigi il sequel de Lo squalo che non ti hanno lasciato fare perché non era ambientato sull’isola di Amity, quello sulla Indianapolis. Dirigi qualsiasi cosa purché abbia meno pretese e meno ciccia al fuoco, e uscirà certamente meglio di così. (Marco Belardi)
