Frattaglie in saldo #80

Chi si ricorda dei CYCLONE (a parte Belardi)? Trattasi di un gruppo thrash belga autore di due lavori notevolissimi usciti nell’86 e nel ’90, Brutal Destruction e Inferior to None, che vi invito a recuperare. Unico superstite il cantante Guido Gevels, che li ha riformati nel 2019 con gente nuova, pescata per lo più dalla formazione dei Sanity’s Rage. Solo ora esce qualcosa di inedito, l’Ep di cinque tracce Known unto God. La scelta di ripartire col basso profilo paga e i due singoli, Eliminate e Nothing Is Real, spaccano a discreti livelli, viene subito voglia di sentirli dal vivo. Lo stile è grossomodo quello di un tempo, i suoni sono moderni ma non plastificati, per evitare l’odore di stantio. Bentornati.

In tempi di abuso generalizzato dell’intelligenza artificiale nella grafica, dai manifesti dei concerti alle locandine della sagra della cordula di Noragugume, i LEAD INJECTOR sono già una boccata d’aria salubre solo per la copertina, con le sue anatomie incerte e gli accostamenti cromatici chiassosi, nonché il logo vecchia scuola con ragnatele e bare. Il genere, come intuibile, è quel sozzo ibrido di black e speed metal del quale da queste parti non ci stancheremo mai. Witching Attack è l’esordio del trio di Dresda e prende benissimo sin dall’inizio. Sono tedeschi, quindi è tutto preciso e orchestrato con competenza, anche quando il cantante declama versi come Evil Witch! Sadistic Bitch!, obiettivamente il ritornello dell’anno. L’ignoranza e il grezzume non sono mai eccessivi, i tempi non sono mai troppo frenetici. Però si scapoccia duro. E non mancano gustosi riferimenti alla scuola thrash nazionale: su una Infinite Force c’è l’ombra dei Sodom. Unico difetto la durata, sia dei pezzi (un paio superano i sei minuti) che dell’album: in questo campo è meglio non andare troppo oltre la mezz’ora.

I TEMPLE OF VOID stanno cercando da tempo di distaccarsi dal canone del death metal cavernoso alla Incantation, il cui revival ha generato un livello di saturazione insostenibile. Di per sé, un intento lodevole. Il quartetto di Detroit cerca quindi di mischiare le carte il più possibile. Poison Icon parte con un assolo dal sapore classico che lascia spazio a un chitarrone ribassato, seguito da una cavalcata da death svedese primordiale. Poi c’è una parte doom, subito un altro cambio di tempo, e un curioso passaggio in levare. Siamo solo alla prima canzone. The Crawl è come i film né belli né brutti di Dario Argento, tipo Opera o Nonhosonno. Ci sono lampi di regia brillanti, grandi momenti di fotografia, però la sceneggiatura è fragile e si incarta spesso. I brani sono zeppi di buone intuizioni ma la scrittura non sembra andare a parare sempre in una direzione precisa. Sull’altro piatto della bilancia c’è che stiamo parlando comunque di una proposta assai originale, con una vena grunge sottesa che non fa però mai quel passettino in più che le consentirebbe di sfociare nel death’n’roll. Soulburn è un ottimo pezzo, è riuscito il contrasto tra growl e linee vocali più accessibili, bello il synth, bello il giro di basso. Qua con il passettino in più si poteva azzardare la svolta gothic alla Tribulation. Invece resta la costante sensazione di freno a mano tirato. Peccato.

Non sono un grande estimatore del death tecnico contemporaneo, anzi, tende a frantumarmi le gonadi dopo pochi minuti. Quindi, se io nei MORS VERUM ho trovato qualcosa che mi ha colpito, magari gli appassionati di ‘sta roba ci usciranno pazzi, che ne so. In Canvas a fare la differenza rispetto alla media è anche la produzione, né troppo nitida né troppo incomprensibile. A proposito, spiegatemi voi giovani che senso abbia suonare death tecnico se poi non si capisce una mazza. Diviso tra Usa, Canada e India, il quartetto guarda soprattutto ai Gorguts, con qualche incursione jazz alla Atheist per non alienarsi i vecchiacci. Gli stacchi funzionano più dei riff, chiaro. Una Serenade con un arrangiamento più aggressivo e quadrato non avrebbe fatto prigionieri. I barlumi di melodia di Your Apocalypse avrebbero potuto essere sviluppati. Tuttavia finché sono cinque tracce per mezz’ora anche un non adepto può passare qualche bel momento. (Ciccio Russo)

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