Radio Feccia #31

Il nuovo singolo degli Slipknot è una cacata disumana

Si intitola Arsenal, in un tono insolitamente calcistico. Qualcuno in Italia dovrebbe prendere la palla al balzo e scrivere Sassuolo, più estrema possibile. Scratch dappertutto, non si capisce se sia un dispetto a Sid Wilson o il motivo per cui hanno annunciato la sua defenestrazione un po’ di tempo fa. Jim Root si è parato il culo alla velocità della luce, perché la vicenda ha suscitato l’ira di un sacco di persone, e ha spiegato che non è rappresentativo dello stile dell’album.

Se volete farvi due risate cercate su un qualsiasi motore di ricerca il testo, che a un certo punto prende una piega molto maideniana nel senso che comincia a dire sempre la stessa cosa e non la finisce più. Certi passaggi mi hanno dato l’idea di volersi ricollegare al debutto, palesando ancor più il netto divario che c’è fra la band conosciuta nel 1999, completamente folle, fuori controllo, e tutto ciò che è venuto fuori dopo. Sì lo so che Iowa è bellissimo. A proposito di Corey Taylor: non contento è andato in coppia con Serj Tankian a cantare su Joseph dei Falling in Reverse, con tanto di videoclip in grande fra citazioni di World War Z e Terminator. Una roba immonda pure quella, naturalmente, ma è musica per i giovincelli di oggi e la lasciamo scegliere a loro. Non siete obbligati a guardarlo, se volete vi do’ un’ottima alternativa, tipo Casa privata per le SS di Bruno Mattei.

Dave Mustaine rifà i Big Four da capo

Testament, Exodus, Overkill e Trivium sono i quattro nomi indicati da Dave Mustaine come attuali Big Four, in sostituzione degli storici. Cioè tre gruppi originari della stessa epoca degli “originali”, più i Trivium, che sostituirei con i Death Angel nonostante siano trascorsi molti anni dall’uscita di Humanicide. Sorvolando su cosa suonino i Trivium e su quanto valgano davvero i loro album, Dave Mustaine in qualche modo ci ha preso: il ricambio c’è stato, ma con musicisti coetanei che hanno saputo, al momento giusto, raccogliere lo scettro di coloro che decenni addietro hanno fatto pacchi di soldi con la musica. Il che suona un po’ come: ok adesso tocca a te, ma non aspettarti di comprare chissà quali automobili. Album come The Evil Divide, Ironbound e The Electric Age certificano che queste quattro band, da un certo punto della storia, hanno avuto maggiore voglia (e freschezza) nel portare avanti il discorso che i Big Four storici semplicemente non reggevano più sulle proprie spalle. E quel momento ricade grosso modo fra il 2005 e il 2010.

Abbath si ferma, e non sappiamo per quanto

A Tampere, in Finlandia, avevamo lasciato lo storico frontman degli Immortal che interrompeva un concerto dopo soli due minuti, nel corso dell’esecuzione di To War!, dal suo album solista del 2016. Più o meno l’epoca in cui avvenne la transizione da una band all’altra. Un mese più tardi leggiamo il comunicato con cui gli Abbath cancellano tutti i concerti in programma nel 2026, scusandosi con fan e addetti ai lavori. Io sono molto scettico, non tanto per il tenore dei commenti in rete: sulla pagina social ho letto addirittura un rehabbath il che mi ha fatto esplodere un polmone e mezzo. Sono scettico perché l’uomo dietro al microfono su Solarfall e su The Sun no Longer Rises non solo ha sputtanato tutta la poesia che avevamo grazie a lui accumulato negli anni Novanta, e non solo è diventato un meme con la birra e gli hot dog in mano, per poi rotolare giù da una collina nelle gif animate con la chitarra in mano. Questo, a parere mio, non si ripiglia più, ha scollinato (come si dice a Firenze), ha superato il punto di non ritorno. E, se tornassimo indietro di una decina d’anni, con certezza assisteremmo allo stesso percorso in caduta libera. (Marco Belardi)

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