A passo di gambero: TRIVIUM – What the Dead Men Say

Tutto sommato i Trivium mi stanno simpatici; un tempo mi stavano parecchio sul cazzo però. Parlo del periodo in cui erano “esplosi” mediaticamente, trascinati dal successo dei loro primi dischi: con il loro metalcore groovoso, meticolosamente scandito da strofe in growl alternate a ritornelli cantati in pulito, erano entrati nei cuori e negli iPod dei giovani appassionati di musica “dura” che alternavano Bring Me to Life ad una Dying in Your Arms e a qualche altro singolo di una band a caso pescata dal calderone Roadrunner e simili. Al tempo ero in fissa con tutt’altra roba e, complice l’età che si aggirava tra i diciotto e i venti-qualcosa anni, mi erano cascati un po’ sul cazzo etichettandoli come poser o, nel migliore dei casi, come un gruppo per ragazzini.

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Nel 2015 però esce Silence in the Snow, e scoppia la polemica: i fan più irriducibili si dicono orripilati dal cambiamento del gruppo e sommergono il disco con tonnellate di merda fumante. L’evento mi stupì: non avevo mai ascoltato approfonditamente nulla dei Trivium, ma da quel poco che sapevo la loro formula era sempre rimasta la stessa degli inizi, cosa mai avrebbe potuto sollevare una simile ondata di sdegno? Si saranno mica messi a fare grindcore? Matt Heafy ha cacciato il resto dell’organico ed ora i Trivium sono un progetto solista dedito al country rock? L’unico modo per rispondere al quesito era però ascoltare il disco in questione e, sorpresa delle sorprese, Silence in the Snow mi piacque un botto. Il motivo è presto detto: non suonava come un disco dei Trivium. Via il growl, via i pezzi sparati con la doppia cassa a cannone e avanti con canzoni mediamente cadenzate tutte cantate in pulito e infarcite fino all’orlo di ottimi riff e di un groove non stucchevole. Insomma, quel che mi piacque così tanto di quel disco era la sua stessa natura di puro e semplice album heavy metal. La democrazia però ha la mamma che lavora sulla statale e, se migliaia di fan si incazzano perché la band ha cambiato direzione, un solo stronzo felice di questo cambiamento potrà fare ben poca differenza; e infatti il successivo The Sin and the Sentence lo dimostra: i Trivium sono tornati quelli di una volta (per un’analisi più approfondita vi rimando alla recensione del buon Belardi). 

E quindi cosa poteva essere questo What the Dead Men Say se non una diretta continuazione di quel percorso a ritroso intrapreso con il precedente lavoro? Per carità, sia qui che lì ci sono una manciata di pezzi interessanti, ma i problemi di fondo restano quelli di sempre: canzoni che vorrebbero essere cattive e feroci ma che finiscono con l’essere minacciose quanto un gattino sotto un acquazzone. Da un punto di vista tecnico ai Trivium non si è mai potuto dire un cazzo, sono tutti ottimi musicisti e si sente; la criticità più grande è un’altra, e il toscano di redazione l’aveva già inquadrata perfettamente: ai Trivium manca l’attitudine. Ogni disco suona come se fosse suonato dai bravi ragazzi del liceo, quelli di bell’aspetto, intelligenti e pieni di figa che però mantengono intatto il loro cuore d’oro e si prodigano ad aiutare i più deboli menando i bulli che li tormentano. Tutte ottime qualità, senz’altro, ma ricordiamoci chi siamo e da dove veniamo. Siamo gente che ha i coglioni girati per buona parte del tempo, siamo gente che guarda l’orrore in faccia e gode a crogiolarcisi dentro, siamo padri di famiglia, impiegati, operai, commessi, lavoratori, disoccupati, giocatori di burraco. Siamo sì come loro, ma siamo anche molto di più. Con questo non intendo dire che solo chi ha fatto la guerra (reale o metaforica che sia) è autorizzato a suonare metal, ma nulla può impedirmi di pensare che senza una certa forma mentis questa musica non la capirai mai del tutto. I Trivium hanno preferito continuare a vestire dei panni che non gli calzano invece di guardarsi allo specchio e affrontarne il riflesso, accettandolo per quello che è. (Luca Bonetta)

2 commenti

  • Qualche loro canzone gira sui miei divice ma proprio non mi prendono, la percezione è sempre quella di qualcosa costruito a tavolino per suonare cattivo ad uso e consumo di americani bianchi, ricchi che non staranno mai di fronte ad un computer a mandare curriculum alle agenzie interinali.

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  • Andrew 'Old and Wise'

    Mi associo. Hi quattro o cinque loro album ( e già il fatto che non sia sicuro del numero la dice lunga) ma non li ascolto mai. Comprati sull’onda di recensioni forse troppo generose, sentiti e non dispiaciuti, alla fine mi tediano, e Luca ha probabilmente individuato la ragione : perfettini ma inoffensivi, fintamente brutali, musicalmente di buon livello ma privi di scintilla. Il che porta a non farteli disprezzare ma anche a non farteli amare.

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