Avere vent’anni: SATURNUS – Veronika Decides to Die

Parlare dei Saturnus per il sottoscritto non è mai stato facile, è un gruppo per cui sto totalmente fissa dal giorno in cui li conobbi in un negozio di dischi di Copenaghen, tappa di passaggio verso l’estremo Nord del mio secondo e ultimo Interrail. Era uscito da pochissimo Martyre, e ricordo che il negozio ancora aveva un intero scaffale dedicato a questo album, con una splendida copertina raffigurante il dipinto La Jeune Martyre di Paul Delaroche. C’erano anche due colonnine d’ascolto per sentirlo: partì Inflame Thy Heart e rimasi lì inchiodato. Quasi arrivai alla fine, rapito com’ero dalle bellezza delle melodie presenti, dal growl catacombale di Tom Jensen ma soprattutto da una produzione che, vi assicuro, per quei tempi era una cosa pazzesca (Flemming Rasmussen, non proprio un novellino).

Passarono sei lunghi anni (i Saturnus se la sono sempre presa comoda) e finalmente nel 2006 uscì Veronika Decides To Die. Mi approcciai con qualche timore, anche perché non era più della partita Kim Larsen, uno dei principali compositori, che aveva deciso di dedicarsi totalmente agli Of The Wand and The Moon e ad altri progetti minori. Timori fugati appena partì l’intro di tastiera di I Long, uno dei pezzi gothic/doom più belli di sempre: 10 minuti di goduria allo stato puro, e se spesso vi chiedete cosa ci sta a fare il basso nell’heavy metal seguitevi tutta la parte suonata da Lennard Jacobsen dal sesto minuto in poi, cercando il più possibile di concentrarvi solo su questo strumento, sia nella parte arpeggiata che in quella distorta.

Per il resto inutile che stia a qui sezionare le varie Rain Wash Me, Pretend, Descending (altro finale da brividi), All Alone o Embraced By Darkness: sono una specie di compendio di come si deve suonare questo tipo di musica, che ha l’obiettivo principale di evocare disagio e tristezza nell’ ascoltatore, anche se i Saturnus sono sempre riusciti a conferire alle loro composizioni un’aura eterea e quasi fiabesca, difficilmente spiegabile a parole ma rara in gruppi analoghi.

Alla fine, nonostante il livello altissimo di tutti i loro lavori (ok, l’ultimo un po’ meno), i danesi resteranno una band fondamentalmente di nicchia, che forse ha pagato troppo il suo indissolubile legame con la scena anni ’90 della terra d’Albione. Su questo c’è poco da dire; senza dischi come The Angel and the Dark River o The Silent Enigma i Saturnus probabilmente non sarebbero neanche esistiti, come non sarebbero esistite centinaia di altre band che suonano questo genere. Ma sulla qualità musicale eccelsa non c’è veramente nulla da dire, e Veronica Decides To Die ne fu l’ennesima conferma. (Michele Romani)

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