Il report del WACKEN 2026
Anche quest’anno è giunto il momento del report del Wacken, che mi porta via sempre parecchio tempo vista la quantità di roba di cui parlare, quindi cercherò di non perdermi in chiacchiere e andare dritto al punto. Penso sia però necessario fare un piccolo riepilogo della logistica del festival, per capire meglio i vari spostamenti. Al Wacken ci sono sette palchi principali più alcuni palchetti estemporanei sparsi in giro: quelli principali sono divisi così:
- Una prima fila è composta dai due palchi enormi (Faster e Harder), fisicamente adiacenti e che funzionano alternativamente, e un terzo palco (il Louder), molto più distante, diciamo a 500 metri, dove tendenzialmente si esibiscono i gruppi medio-grossi. Per comodità chiameremo i primi due “palchi grandi” e il terzo “palco lontano”;
- La seconda fila, posta dietro una barricata di stand alimentari, è composta da due palchi più piccoli (W.E.T. e Headbangers), anch’essi adiacenti, e da un terzo palco (il Wackinger) poco più in là, su cui passa soprattutto la roba folk, vichinga etc. Chiameremo i primi due “palchi secondari” e il terzo “palco folk”.
- Infine, molto più indietro, oltre il mercatino e il primo sbarramento di tornelli, c’è il Wasteland Stage, immerso in una specie di villaggio in stile Mad Max. Ci suonano i gruppi piccoli. Lo chiameremo “palco sfigato”.
Poi, come detto, ci sono vari palchetti sparsi, spesso in luoghi che sembrano improvvisati, tanto che te li vedi spuntare dove meno te li aspetti. Nell’area cyberpunk ad esempio un gruppo vestito a tema (i MEGABOSCH) suona più volte al giorno sopra a dei camion arrugginiti. C’è pure un palchetto in un pub in paese, a circa venti minuti a piedi dall’area del festival vera e propria, dove nel 2022 suonò Anneke van Giersbergen in acustico. Io però a quest’ultimo palco non sono mai andato.
MERCOLEDÌ
Incastriamo tutto per essere in zona verso le 18, perché c’è la reunion dei THE GATHERING che celebrano il trentennale di Mandylion con Anneke e pure il redivivo Jelmer Wiersma, che dopo Nighttime Birds era sparito completamente dalla circolazione. Il disco è stato riproposto per intero a parte l’omonima e In Motion #2, incidentalmente la mia preferita, ma a un festival i tempi sono sempre ristretti. Sul tour della reunion ha già scritto Michele a proposito della data di Trezzo in quello che in realtà doveva essere un report a più mani: ero presente anche io, le mie considerazioni erano molto diverse dalle sue, ma purtroppo non sono riuscito a scrivere niente. Il fatto è che per i miei coetanei il rapporto con i The Gathering era estremamente viscerale e soprattutto troppo legato a un periodo, sia storico che anagrafico, che li rendeva diversi dagli altri gruppi musicali che venivano classificati nello stesso genere. E non è un caso che sia a Trezzo che al Wacken la stragrande maggioranza degli astanti fosse esattamente mia coetanea: Mandylion potevi amarlo davvero solo se eri adolescente all’epoca della sua uscita. I primi The Gathering erano la parte più ingenua e speranzosa della nostra giovinezza, e rivederli adesso, come se nulla fosse successo nel frattempo, prende parecchio male. E infatti il sentimento primario che provo è il peso degli anni. Ci stiamo facendo vecchi, decisamente. E il fatto che loro siano perfetti, pure lei che a cinquant’anni passati ha una voce che fa spavento, forse peggiora ancora di più le cose, perché ti tocca dentro, esattamente sulle stesse corde nascoste di trent’anni fa.
Dopo i The Gathering giriamo un pochino per riprendere confidenza con il Wacken, vagando tra i palchi e cercando qualche pezzo di maiale arrosto con cui nutrirci. Sul palco grande ci sono gli ELECTRIC BASSBOY, che dovrebbero essere un progetto truzzo del tipo degli Electric Callboy, grande passione del Masticatore, punto di riferimento redazionale per tutto ciò che riguarda la merda. Becchiamo anche il mitico Juan, inviato della spagnola Noche de Rock, che ogni anno viene qui insieme a tutta la famiglia ed è ormai nostro compagno fisso di avventure sin dal 2022. Dopo tanto peregrinare finiamo a sederci tranquilli sulle panche sotto a un enorme gazebo di fronte al palco “secondario”, dove stanno suonando tali VELVET RUSH, tedeschi, che sparano un rock’n’roll di terza o quarta mano. Sono gradevoli da sentire in sottofondo, ma vorrei conoscere nomi o cognomi degli eventuali acquirenti dei loro dischi. È uno di quei gruppi con le cui canzoni si può fare il giochino di indovinare a quale altro gruppo assomiglia: una era sputata agli Ac/Dc, un’altra ai Twisted Sister, un’altra ancora ai Bon Jovi, e così via. Di gruppi così ce ne sono a miliardi, e probabilmente loro hanno un po’ più successo della media a causa della formosa cantante, che oggi indossa un vestitino succinto pericolosamente simile a uno reso famoso da Lizzo, avete presente, la quale però pesava una quintalata in più.
Dopo un po’ all’altro palco secondario attaccano i berlinesi KADAVAR, che mia moglie non vuole assolutamente perdersi. Parto sempre un po’ prevenuto verso i gruppi stoner provenienti da posti inusuali, ma devo riconoscere che loro ci sanno fare. Tanta energia, tanto sudore, ottima rappresentazione della musica per gente che si droga; abbastanza fuori luogo al Wacken e forse per questo ancora più apprezzabili. Dalla folla iniziano a percepirsi forti vampate di sigarette truccate, com’è giusto che sia in queste occasioni speciali.
Capitiamo poi davanti al palco “folk” dove ascoltiamo qualche minuto di tali UNZUCHT, anche loro tedeschi come tutti i gruppi fin qui menzionati a parte i The Gathering. Non molto da dire se non che paiono i Rammstein dopo uno scontro frontale con un autoarticolato. Ovviamente al pubblico locale piacciono tantissimo. Noi soffriamo il volume dolorosamente alto che caratterizza sempre questo palco, problema che si acutizza quando stai ascoltando qualcosa di non esattamente indimenticabile.
A proposito di sciovinismo tedesco, in lontananza vediamo gli HÄMATOM suonare sul palco grande davanti a una folla smisurata di crucchi estasiati. Gli Hämatom sono uno di quei fenomeni prettamente germanici che affollano il cartellone del Wacken e che sono semplicemente incomprensibili per un forestiero, tanto da essere piuttosto sconosciuti fuori dai patri confini. Musicalmente propongono un pastone ingiustificabile di tutto il peggio che possa proporre il proverbiale cattivo gusto tedesco: le canzoncine da Oktoberfest, la dance sparata a tremila, i ritornelloni urlati mezzi folkettoni, e ovviamente gli onnipresenti Rammstein ma ordinati su Temu, diciamo così. Eppure i crucchi ci impazziscono, e così loro suonano al Wacken di sera sul palco grande con gran copia di fuochi d’artificio e fiamme libere, e le loro toppe campeggiano su una buona percentuale dei battle vest che vedi in giro. Un giorno dovremo tornare su quest’argomento.
E, sempre a proposito di sciovinismo, durante i Kadavar suonavano anche i LACUNA COIL sul palco lontano, ironicamente proprio dove avevano appena finito i The Gathering, come a riproporre il dualismo tra gruppi Century Media con voce femminile di fine anni Novanta. Ovviamente, mentre facevo tutti quei ragionamenti sul sostegno acritico dei tedeschi ai propri gruppi, per contrappasso mi è venuta voglia di andare a vedere Cristina Scabbia e soci, pur non essendo mai stato un loro fan. Ma non ci sono riuscito, così come non sono riuscito a passare dai CRYPT SERMON, che suonavano più o meno nello stesso momento.
Si fa mezzanotte ed è tempo di andare all’ultimo concerto della giornata, nonché uno di quelli a cui tenevo di più in assoluto: i SACRED STEEL. Mia moglie, che li conosce solo perché ogni tanto gliene parlo con larga profusione di superlativi assoluti, pensava che fossero un gruppo famosissimo e apprezzato dalla grande maggioranza della popolazione metallurgica. Quindi, quando le ho detto che stavano per iniziare, senza indugio ha iniziato a dirigersi verso i palchi principali, chiedendomi su quale dei due fossero. Io l’ho bloccata, specificando che avrebbero suonato al Wasteland (il palco “sfigato”), e lei ha sgranato gli occhi. “Li fanno suonare lì?”. E purtroppo sì, perché nonostante siano un gruppo tedesco i loro compatrioti gli preferiscono i suddetti Hämatom, i Feuerschwanz o altri simili fenomeni da baraccone. Quindi a incitare Gerrit Mutz sotto al palco c’eravamo noi e pochi altri, diciamo qualche centinaia di persone, ma non saprei quantificare con esattezza perché, appunto, ormai era buio.
Ed è stato un concertone, proprio come quello che avevano fatto al Centrale di Erba neanche un anno fa e che è stato giustamente votato come concerto dell’anno dal vostro rotocalco di vero metal preferito. Anche mia moglie era entusiasta, e io sono stato felicissimo di aver fatto guadagnare in pochi mesi ben due persone alla causa dei Sacred Steel: il primo fu Venturini, presente alla data di Erba, che non li conosceva e ora ce li ha fissi in macchina. Degna chiusura del primo giorno di Wacken, e stavolta hanno fatto pure Slaughter Prophecy.
GIOVEDÌ
Arriviamo in tempo per vedere i CRAFT, che non seguo dai tempi di Fuck the Universe, risalente al 2005. Loro nel frattempo hanno fatto uscire solo altri due album e la formazione è cambiata quasi completamente: del vecchio nucleo è rimasto solo Joakim Karlsson alla chitarra, e se n’è andato da poco anche il cantante storico, Nox. Sono da solo, perché mia moglie è fuggita verso il palco lontano per cercare di vedere la fine dei THERAPY? (invano, purtroppo per lei), quindi vado ad appoggiarmi indisturbato alle transenne incuneandomi tra i tedeschi, come sempre fermi immobili come platani. Niente da dire se non BLACK METAL: vanno dritti come un treno, gran tiro, gran cattiveria, niente fronzoli, niente barocchismi, niente puttanate: solo fiamme, alcol e odio. Il nuovo cantante sembra in preda a una sbronza molesta e scapoccia latrando senza mai degnare il pubblico di uno sguardo. Karlsson invece guarda fisso davanti a sé, con sguardo fisso, espressione disgustata e due occhiaie che paiono uscite dal più nefasto hangover mai registrato. Nel frattempo buttano giù tutto, fanno scapocciare anche i palestratissimi agenti di sicurezza turchi e alla fine vanno via senza salutare, com’è giusto che sia. Black metal.
A questo punto l’atmosfera cambia completamente, perché la mia signora è in fibrillazione da settimane per l’esibizione dell’ottimo YNGWIE MALMSTEEN. Io la assecondo, non solo perché me lo ha chiesto lei, ma perché in qualche modo vorrei capire il motivo per il quale mia moglie è così attratta dal funambolico virtuoso svedese e dalle sue potentissime pentatoniche. Lui l’avevo visto a un Metal Camp di una ventina d’anni fa, suonava nel primissimo pomeriggio ed era sempre abbigliato come un troione moldavo; da quel punto di vista nulla è cambiato, dato che ha deciso di affrontare lo scorrere del tempo esattamente come avrebbe fatto la sua controparte dell’Est Europa, cioè con generose iniezioni di botox e un bel rigonfiamento alle labbra. Le persone normali scherzano sul fatto che vengono trascinate dalle proprie mogli all’Ikea o ai saldi di fine stagione al centro commerciale; io invece posso dire di aver dovuto accompagnare la mia signora a vedere Yngwie Malmsteen al Wacken alle cinque di pomeriggio.
Il possente Yngwie parte con Rising Force, una delle poche che riconosco, e noto con sollievo che non è lui in prima persona a cantare, com’è purtroppo consuetudine nei suoi ultimi capolavori. Ma è una pia illusione, perché dopo una manciata di minuti si mette dietro al microfono, e io non posso fare a meno di pensare allo sbrocco di Carrozzi a tal riguardo. Il concerto è un assolo continuo, con poche pause, pochissima interazione col pubblico e qualche canzone vera e propria che ogni tanto fa capolino qua e là, sepolta tra fulminei virtuosismi e interminabili scale maggiori rigorosamente suonate con i polsi oberati da pesanti Rolex da tamarro e catenazze d’oro con crocifissi appesi. Lui continua a cambiare chitarre ogni dieci minuti e non ne capisco il motivo, dato che usa sempre le stesse Stratocaster color panna con gli adesivi della Ferrari. Non ho idea di quando esattamente la cosa smetta di essere divertente e inizi a diventare dolorosa, ma a un certo punto mi viene voglia di fare una qualsiasi altra cosa, tipo mangiare un bratwurst, bere una birra, rigiocare a Zelda: The Wind Waker o guardarmi una partita della serie B ungherese. Ma rimango stoicamente per adempiere ai miei doveri coniugali.
Passa un tempo che mi pare infinito e comunico la mia decisione di fuggire via lontano, più precisamente a uno dei palchi secondari, con la scusa che hanno appena cominciato gli SPECTRAL WOUND. Il Wacken non è famoso per la densità di gruppi black, ma in qualche modo qualche chicca c’è sempre. Gli Spectral Wound hanno un approccio molto diverso rispetto ai Craft, meno d’impatto e più ragionato, diciamo così, e capirete che dal vivo, specie in un festival, questo risulta un po’ meno adatto. Anche i musicisti mi sembrano più impostati, a partire dai cantanti: lo svedese era sbronzo, il canadese non mi pare proprio, anzi ha un atteggiamento teatrale, pure troppo. Ma gran concerto lo stesso, specie nei passaggi più ritmati.
Tra le nostre varie peregrinazioni capitiamo davanti agli STORM SEEKER, altro gruppo zumpettone tedesco, questa volta a tema piratesco, come va di gran moda negli ultimi anni. Io nel frattempo mi sono sbronzato per resistere a Malmsteen e quindi ora me mi godo i suddetti filibustieri crucchi seduto per terra mangiando un ottimo spiedino di maiale arrosto. Nonostante tutto mi paiono molto coinvolgenti: se dovessero passare dalle vostre parti a suonare in un posto all’aperto durante i mesi caldi non perdeteveli. Per la cronaca, nel frattempo sul palco grande stanno suonando gli EUROPE, ma mi perdonerete: ci sono poche cose di cui mi frega di meno del sentire gli Europe nell’anno del Signore 2026. Piuttosto mi faccio una scarpinata fino al palco sfigato perché ci sono i TEMPLE OF THE ABSURD, il gruppo di Sabina Classen degli Holy Moses, fresco di reunion dopo essersi sciolto nel 2000. Purtroppo ci sono problemi tecnici, quindi nel quarto d’ora a nostra disposizione non riusciamo a sentirli suonare e neanche a vedere la Classen sul palco. Noi però non possiamo proprio rimanere di più e anzi ci affrettiamo a tornare verso i palchi grandi, da cui percepiamo in lontananza le ultime note di The Final Countdown, nientemeno.
Tutta questa fretta è giustificata: stanno per cominciare i SAVATAGE, uno dei motivi principali per cui ho affrontato la trasferta nello Schleswig-Holstein. Nel cartellone del Wacken c’erano tantissimi gruppi che mi interessavano e svariati che non avrei voluto perdermi per alcun motivo, ma quelli che mi mettevano in ansia al solo pensarci forse erano solo tre: Savatage, Running Wild ed Emperor. Purtroppo gli ultimi due avrebbero suonato contemporaneamente, condannandomi alla più dolorosa delle decisioni, ma di questo parleremo dopo. I Savatage li avevo visti quando avevano fatto il tutto esaurito all’Alcatraz l’anno scorso, e per darvi una vaga idea della portata dell’evento vi dico solo che lì avevo visto gente piangere; la cosa si è ripetuta anche al Wacken, e posso testimoniare personalmente di un omone abbastanza avanti negli anni a cui si sono gonfiati gli occhi durante Tonight He Grins Again. Scaletta molto migliore stavolta, con solo due estratti da Dead Winter Dead e The Wake of Magellan (le rispettive tracce omonime), per il resto stesso identico coinvolgimento del gruppo, che sembra estremamente preso bene, stessa introduzione a Believe con il video di Jon Oliva che suona il piano e pure stesso filotto conclusivo, ovvero Believe, Gutter Ballet, Edge of Thorns, Power of the Night e Hall of the Mountain King. Non aspettatevi considerazioni troppo tecniche perché sono stato tutto il tempo a cantare e a ringraziare il cielo per essere esattamente dov’ero.
La conclusione della giornata è affidata ai TURBONEGRO, che fungono grossomodo da terapia disintossicante per ritornare coi piedi per terra. Sinceramente partivo piuttosto prevenuto, tanto da essermi totalmente disinteressato di loro dopo Sexual Harassment, di cui non ho un ricordo particolarmente felice. Non che abbiano fatto molto dopo quel disco, ma tant’è. Non mi sono peraltro mai abituato all’idea che siano sopravvissuti ad Hank von Helvete, pace all’anima sua, anche perché il “nuovo” cantante ha una voce molto diversa, e non so se questo sia stato il motivo del cambio di stile oppure, al contrario, lui sia stato scelto perché sentivano la necessità di andare in un’altra direzione. Tutti questi ragionamenti però vengono accantonati da un concertone trascinante come non avrei mai sperato, con ben sette pezzi dal capolavoro Apocalypse Dudes e in generale quasi tutta la scaletta estratta dal periodo con Hank alla voce; per il resto, solo tre pezzi dall’ultimo e nessuno dal penultimo. Riabilitazione totale per Tony Sylvester, che mi è parso perfettamente cosciente del suo ruolo di eterno rimpiazzo, che ha interpretato come meglio potesse. Dopo il delirio finale di The Age of Pamparius mi è venuta voglia di risentirmi tutta – ma proprio tutta – la discografia.
Sulla via del ritorno passiamo davanti al palco grande, dove stanno ancora suonando i DEF LEPPARD. Ci eravamo passati anche prima, mentre andavamo verso i Turbonegro, e avevamo sentito la cover di Personal Jesus dei Depeche Mode. Non ho molto da dire sul loro concerto perché, per l’appunto, non l’ho sentito, ma mi sfugge la necessità di fare una cover dei Depeche Mode da parte di un gruppo di questa caratura e con questa storia alle spalle, anche calcolando i tempi giocoforza ristretti di un festival. Comunque sia, la giornata è finita e ce ne torniamo in albergo: da domani il gioco si farà ancora più duro.
VENERDÌ
Arriviamo prima del solito, in tempo per i PARADISE LOST che attaccano alle 14.30. E, se da una parte non capisco la scelta di far suonare un gruppo del genere nel primo pomeriggio, dall’altra non vedo modo migliore di cominciare una giornata: concerto dei Paradise Lost, birretta e spiedino di maiale arrosto. C’era stata pure una mezza idea di arrivare alle 13.30 per i VREID, ma c’è un limite a tutto. In ogni caso i Paradise Lost li avevo visti di spalla a King Diamond l’anno scorso e furono magnifici; mi aspettavo lo stesso anche oggi e non rimango deluso: i cinque di Halifax danno la sensazione di essere un gruppo talmente solido da infischiarsene dell’orario, e di sicuro questo è anche merito del loro affiatamento, visto che sono sempre gli stessi dal 1988, batterista a parte. L’unica sbavatura è la cover di Smalltown Boy, ancora più incomprensibile considerando che su 17 album ne avranno sbagliati quanti? Due o tre? Avrei preferito che suonassero un altro dei loro pezzi, uno qualsiasi, visto che pure gli ultimissimi spaccano e che Tragic Idol è forse il loro migliore dai tempi di Draconian Times. Ma va benissimo anche così. Esteticamente poi spaccano: Nick Holmes sembra lo sbirro cazzuto e incorruttibile dei film americani, Greg Mackintosh pare zio Tibia coi capelli bianchi al vento e gli altri sono tutti pelati (come pure Holmes). Che si può volere di più?
Passiamo poi davanti al palco folk e ci sentiamo qualche minuto di tali TROLD, danesi, che suonano una roba zompettante da grigliata nel villaggio dei folletti. Dal vivo sembrano carini, su disco ancora meglio. Sullo stesso palco poi arrivano i CRUACHAN, uno dei portabandiera del folk metal quando questo termine aveva un significato molto diverso dall’attuale. Loro sembra ci credano sul serio, vanno vestiti come in un film in costume ma purtroppo la loro esibizione mette un po’ a disagio: non tanto per le esternazioni del tipo “le streghe sono buone, la chiesa cattolica è cattiva”, che vabbè, te le aspetti pure; ma più che altro perché alla voce femminile c’è una tizia, tale Kim Dylla, che pare soffrire di manie di protagonismo e, nonostante non sia neanche un membro ufficiale del gruppo, non sta zitta un attimo addirittura interrompendo di continuo Keith Fay, leader, fondatore e unico membro originale rimasto. Quest’ultimo non sembra molto contento e non nasconde una forte sensazione di fastidio. Oltretutto lei ha un pesante accento americano e spezza la poesia. Ho come la sensazione che la collaborazione con la suddetta avrà vita breve.
Considerando il tour de force che ci si prospetta, ritorniamo nell’area stampa per sederci un pochino all’ombra e ci godiamo comodamente i SAXON sull’ottimo megaschermo allestito apposta per noi privilegiati col pass. In una vecchia edizione sentii dire a Biff Byford che loro erano il gruppo che in assoluto era stato più volte al Wacken insieme ai Motorhead, quindi quest’anno dovrebbero essere diventati ufficialmente i primi in solitaria. La stanchezza prende possesso di me, favorita dal paio di birre bevute sotto il sole a picco del pomeriggio, e mi appisolo qualche minuto. Nel frattempo arriva anche Josè, che in serata ha in programma solo i Judas Priest e quindi si rende disponibile a farci compagnia nel frattempo. Andiamo quindi a vedere gli IN FLAMES, più per una questione di curiosità che per altro: loro sono un gruppo grottesco da ormai troppo tempo, gli ultimi quattro-cinque album penso possano piacere solo al Masticatore e della formazione classica sono rimasti solo due membri (neanche fondatori): Bjorn Gelotte e, ironicamente, Anders Friden, ovvero proprio quello che avrebbe dovuto andarsene prima di tutti. Iniziano con Colony, nientemeno, ma per il resto la scaletta è terrificante, e non aiutano neanche i problemi tecnici con l’audio che va e viene. Tra un grugnito e un urletto dei suoi, Friden dice che questo è il miglior concerto della sua vita. Io odio quando i gruppi dicono così. Ma perché senti la necessità di dire ste cose? Ma vaffanculo, dai. A un certo punto non ne possiamo più e scappiamo via più o meno a metà dell’esibizione: leggo che nella seconda parte hanno fatto solo roba brutta a parte Artifacts of the Black Rain, ma non valeva davvero la pena rimanere.
Per ammazzare il tempo andiamo a uno dei palchi secondari dove sta suonando BEAR MCCREARY, che non abbiamo idea di chi sia. Grazie a una rapida ricerca sull’internet scopriamo che il tipo è un apprezzato compositore di colonne sonore (tra le altre, Battlestar Galactica, The Walking Dead e il musical di Metalocalypse) che porta avanti anche un progetto metal, ovviamente quello che ha portato qui al Wacken, di cui sentiamo un paio di pezzi prima di andarcene. Mi è parsa una robetta all’acqua di rose che non ho alcuna voglia di approfondire.
È finalmente l’ora dei BLOOD FIRE DEATH, cover band dei Bathory composta da nomi eccellenti della scena scandinava: il nucleo principale vede Ivar Bjornson e Blasphemer alle chitarre, Apollyon al basso e Bard Faust alla batteria, con Erik Danielsson dei Watain alla voce, ma nei vari concerti si portano sempre qualche ospite speciale a cantare. Poco prima dell’inizio notiamo che ai lati del palco è pieno di pompieri, segno che stavolta ci andranno giù pesante con le fiamme libere. Le mie aspettative sono già altissime, ma quando partono le prime note di A Fine Day To Die e alla voce si presenta Ihsahn rischia di esplodermi un ventricolo. Mia moglie e Josè non condividono il mio entusiasmo, ma credetemi: era veramente difficile essere esaltati quanto lo ero io. L’intera operazione viene svolta con estremo coinvolgimento da parte dei musicisti, che prendono tutto molto sul serio; addirittura non ci sono tastiere e le parti corali vengono eseguite da un quartetto di coristi incappucciati. Fanno dieci pezzi, principalmente dai primi tre dischi, con la fase epica rappresentata da Blood Fire Death, Under the Runes e la succitata A Fine Day To Die. Che sarà poi l’unica cantata da Ihsahn, perché le altre vedranno alternarsi Danielsson, Grutle Kjelsson e Attila Csihar. Sì, è tutto vero. Se ai Savatage avevo trattenuto a stento le lacrime, qui faccio ancora più fatica. Sembra strano a dirsi, trattandosi di una cover band, ma forse è stato questo il miglior concerto del Wacken 2026.
Mia moglie purtroppo se n’era andata dopo un quarto d’ora di Bathory perché non voleva perdersi i CREMATORY, di cui è una discreta ammiratrice, e anche Josè, pur durando un po’ di più, a un certo punto mi ha dovuto lasciare perché stavano iniziando i Judas Priest sul palco principale. Alla fine dei Blood Fire Death raggiungo mia moglie ancora canticchiando “Death star on horizon / lightning and rain / black winds and thunder / the skyline’s on flames” eccetera eccetera, pensando che forse è vero che i Bathory sono il miglior gruppo mai esistito sulla faccia della terra, e riesco a sentirmi il paio di pezzi conclusivi dei suddetti Crematory, che purtroppo non sono Fly, Höllenbrand, The Fallen o un’altra di quelle adorabili tamarrate che mi sparavo nelle cuffie ai tempi d’oro. Ad ogni modo l’atmosfera mi riporta ai gloriosi venerdì sera goticoni dello Zoobar di inizio millennio, quando avevamo tutti un sacco di capelli. Menzione d’onore per il chitarrista, che pare il gemello separato alla nascita di Terry Silver, il cattivo cocainomane di Cobra Kai.
A questo punto vado a intrufolarmi tra le decine di migliaia di persone accalcate al palco grande per i JUDAS PRIEST, ma solo perché non ho davvero nulla da fare in questo momento. Qualcuno si stupirà di questa affermazione, quindi mi sento in dovere di giustificarmi: il fatto è che non mi va, tendenzialmente, di andare a vedere gruppi troppo in là con gli anni oppure in qualche modo finiti male. Nel caso specifico, vedere un Rob Halford ultrasettantenne e particolarmente svociato, con due chitarristi che non sono Tipton e Downing, per me non è vedere i Judas Priest; anzi, rischia di rovinarmi l’immagine che ho del gruppo. Discorso analogo, per motivi più o meno simili, si può fare per i già citati Def Leppard, i Motley Crue, i Guns & Roses, gli Scorpions e ormai tanti, troppi altri. Poi dipende caso per caso: ho visto i Maiden a San Siro e hanno spaccato, ad esempio. Oggi però la regola non vede particolari eccezioni: mi tocca sentire Victim of Changes, Painkiller ed Electric Eye cantate da un Halford che non ce la fa più, e penso che oggi con i Blood Fire Death ho già visto una cover band, e non ho bisogno di vederne un’altra. Così, quando iniziano le prime note di Hell Bent for Leather, preferisco andare via rassegnato e raggiungere mia moglie al palco folk che guarda tranquilla i FAUN, che non conoscevo e che, nei cinque minuti scarsi che riesco ad ascoltare, mi sembrano molto gradevoli.
Giunge finalmente l’ora delle decisioni irrevocabili. I Running Wild sul palco grande, gli Emperor sul palco lontano. Purtroppo in contemporanea, nonostante i sacrifici umani offerti sugli altari degli dèi degli inferi affinché gli organizzatori cambiassero idea e ponessero un rimedio a questa abominevole decisione. Purtroppo però mi sono trovato costretto a scegliere, e ho scelto i RUNNING WILD!. Posso motivare: innanzitutto, questo dovrebbe essere l’ultimo concerto in assoluto di Rock’n’Rolf prima di appendere la chitarra al chiodo (e sì, lo aveva già detto nel 2009, ma ora lui ha 65 anni, si autoproduce da più di venti e sinceramente non mi sembra abbia più tanta voglia di andare avanti); e poi i Running Wild sono esattamente il gruppo che vuoi vedere al Wacken, mentre gli Emperor sono più adatti ad altri contesti.
Con il cuore lacerato decido che, se proprio mi tocca perdermi gli Emperor, quantomeno i Running Wild devo vedermeli come si deve, quindi inizio a prendere posto nelle prime file infilandomi in ogni pertugio disponibile sfruttando tutta la mia italica cazzimma, anche perché mia moglie ha preferito rimanere nelle retrovie, dato che non è esattamente una fan delle gomitate nelle costole. Arrivo più o meno in quinta fila: intorno a me ci sono perlopiù messicani e sudamericani, vera spina dorsale del fomento sottopalco del Wacken, dato che i tedeschi tendono a rimanere fermi immobili mantenendo mezzo metro di spazio tra uno e l’altro. Mentre sono lì in attesa che il concerto cominci, pressato nella calca e imbevuto di sudore altrui, succede qualcosa di estremamente surreale: dal lato destro arriva, procedendo parallelo al palco, uno di quei veicoli per disabili che si infila nel carnaio confidando nel fatto che la gente, ovviamente, in occasioni del genere tende a spostarsi e a lasciar passare. A spingere questa specie di motoretta a quattro ruote, su cui sta seduto un tizio con le stampelle in mano, è uno slavo abbastanza incazzato che intima di fare largo. La cosa sembra paradossale perché ai disabili viene fornito un pass speciale che permette loro di stare sotto al palco, quindi non si capisce che cazzo ci stiano a fare qua in mezzo. Ebbene, che ci crediate o no, lo strano veicolo si ferma esattamente di fianco a me, il tizio con le stampelle si alza e lo slavo lo sorregge per portarlo avanti verso le transenne, lasciando la motoretta là, perfettamente in mezzo alla calca, in quinta fila. Ci guardiamo tutti quanti e a quel punto succede quello che doveva succedere: il veicolo viene assaltato dalla folla urlante e usato come sgabello, con una tizia sudamericana alta un metro e cinquanta che si mette in piedi trionfante sul sedile, in una scena che sembrava uscita da Mad Max.
Sul concerto in sé, purtroppo, sono costretto a essere molto stringato. È stato bello, ma non epocale. La band sembrava paradossalmente molto meno coinvolta rispetto a quanto visto al Luppolo in Rock l’anno scorso, ma soprattutto la scaletta è stata molto, molto deludente, considerato che si trattava dell’ultimo concerto. Su quattordici pezzi ne hanno fatti due da Rapid Foray e uno da Rogues en Vogue, che onestamente sono sembrati solo tempo perso. Stesso discorso per l’imbarazzante assolo di batteria che ha rubato preziosissimi minuti, così come per una Branded and Exiled trascinata oltremodo per cercare il coinvolgimento di un pubblico che a quel punto avrebbe voluto solo che la canzone finisse il prima possibile per sentire, non so, The Rivalry, Powder & Iron, Fistful of Dynamite, Treasure Island (sto citando tutte canzoni che non hanno fatto, muerti loro). Poi troppi mid-tempo, quando tutti intorno a me invocavano pezzi più veloci. Insomma, così. Non sono pentito di aver scelto loro al posto degli Emperor, perché comunque ai miei nipotini potrò dire che al concerto finale dei RUNNING WILD! al Wacken il nonno c’era ed era pure arrivato a conquistare la seconda fila mentre dietro di lui si assiepavano almeno quaranta-cinquantamila persone, ma un’occasione simile avrebbe meritato maggior cura.
Quando si spengono le note finali di Conquistadores siamo stanchi e decidiamo di andarcene. È quasi l’una di notte, siamo tentati dal fatto che suonano gli ALCEST, antico amore mai sopito che non vediamo in concerto da quasi dieci anni, ma siamo stanchi e domani dobbiamo essere di nuovo qui. Torniamo all’area stampa, prendiamo gli zaini e passiamo dal bagno mentre il megaschermo trasmette il concerto dei SEPULTURA, anche loro all’ultimo tour e anche loro stasera condannati a suonare a ora troppo tarda. Prendiamo la navetta per il parcheggio e mentre torniamo in albergo fischiettiamo l’immortale Souvenirs d’un Autre Monde e ci ripromettiamo di andare a beccare gli Alcest da qualche parte appena possibile.
SABATO
Arriviamo alle 15 in tempo per i NEVERMORE, o meglio il gruppo che va in giro usando questo nome: diciamo che riformarsi dopo la morte di Warrel Dane è già di suo una scelta discutibile, ma sostituirlo con un turco gigantesco mai sentito prima spinge la cosa nei territori del surreale. Probabilmente Jeff Loomis è rimasto talmente scosso dall’aver suonato per quasi un decennio con gli Arch Enemy che ha sentito l’urgenza di riprendere in mano il gruppo che gli aveva dato la gloria, a costo di assoldare due turchi e un ragazzino sconosciuto alla seconda chitarra. Poi, come ho già avuto modo di sottolineare, a me i Nevermore non sono mai piaciuti. Eppure assisto a una prestazione convincente: il saraceno ha una voce estremamente simile a quella di Warrel Dane, del quale sfoggia una toppa sulla giacca, e tutti gli altri sembrano molto coinvolti. Il pubblico reagisce benissimo e si scatena un moshpit come si deve, nonostante una scaletta assai incentrata sulla seconda parte della discografia: un solo pezzo da Dreaming Neon Black e nessuno dai primi due, con in compenso ben cinque estratti da Dead Heart in a Dead World. Incredibilmente, la cosa sembra funzionare. Peccato solo che, da qualsiasi parte la si voglia vedere, questi non sono i Nevermore.
Dopo aver pasteggiato con qualche terrificante roba tedesca che mi costringerà a mangiare insalata per una settimana al ritorno in Italia mi arrischio, per pura curiosità, a sentire un paio di pezzi dei LAMB OF GOD, acclamatissimi sul palco grande. Sarò stato là in mezzo meno di dieci minuti, abbastanza per chiedermi come faccia la gente ad apprezzare una roba del genere. Sarà una questione generazionale, non so, fatto sta che me ne sono scappato via il prima possibile.
Io e la mia signora ci rilassiamo sulle panche di fronte ai palchi secondari con l’intenzione di sentirci in sottofondo gli HARDLINE, storico gruppo AOR losangelino la cui formazione attuale, a parte il leader fondatore Johnny Gioeli, è totalmente italiana. Quando finiscono però siamo ancora stanchi, considerati i tre giorni di fuoco appena passati, quindi decidiamo di svernare un pochino nell’area stampa. Lì ci piazziamo sui divanetti davanti al megaschermo e seguiamo distrattamente prima i sempre piacevoli AIRBOURNE, che avevamo già incrociato in una scorsa edizione, e poi gli ARCH ENEMY. Questi ultimi ce li eravamo allegramente e deliberatamente persi a un Wacken di qualche anno fa, e anche in quella circostanza li avevamo visti di sfuggita sui megaschermi dell’area stampa. Della nuova cantante inguainata nel suo abitino di pelle sintetica l’unica cosa che mi sento di dire è Michael Amott dovrebbe vergognarsi, ma vergognarsi calvinisticamente.
Il tour de force conclusivo parte coi CASTLE RAT, relegati al palco sfigato. Centini non è stato per niente clemente con loro, liquidandoli come banale gruppettino il cui successo è dovuto soprattutto alle grazie della cantante Riley Pinkerton, molto attiva sui social. A me però i loro due dischi erano piaciuti; niente per cui strapparsi i capelli, chiaro, ma comunque carini, un doom evocativo e retrò con atmosfere stregonesche accentuate dalla voce femminile riverberata. Date le premesse, il concerto è stato sorprendente anche grazie alla sua teatralità, con i musicisti in maschera e pure un duello finale tra la cantante e una tizia vestita da morte che, nel concept del gruppo, rappresenta la “sterminatrice di ratti” (laddove la Pinkerton interpreta la “regina dei ratti”). Per una volta il pubblico tedesco è molto reattivo, probabilmente ammaliato dai vestiti succinti della Pinkerton, che comunque si rivela essere non solo una brava cantante, ma anche una con una grande capacità di tenere la scena. A mia moglie il concerto è piaciuto talmente tanto da dichiararlo il suo preferito dell’intera manifestazione; e chissà, forse sarebbe piaciuto persino a Centini.
Dopo la fine dei Castle Rat andiamo al palco principale perché ci sono i POWERWOLF, la cui adorazione da parte del pubblico tedesco è difficile da descrivere per chi non si è mai ritrovato a un loro concerto nella terra di Arminio. Su quattro Wacken questa è la terza volta che ce li ritroviamo, dopo il 2019 e il 2022, eppure i crucchi si ammassano tutti a vederli pure stavolta, formando il classico raduno oceanico dei gruppi serali sul palco grande. Però, sarà la stanchezza di quattro giorni di festival, sarà che suonano fin troppi pezzi degli ultimi trascurabili album, ma non riescono più a coinvolgermi come prima. Lui poi parla davvero troppo, è un logorroico maledetto che tra una canzone e l’altra ciancia per lunghissimi interminabili minuti, rigorosamente in tedesco, e così facendo spezza ulteriormente la tensione. Peccato, perché fino a Blessed & Possessed erano davvero un gruppone.
All’ennesimo pezzo nuovo dei Powerwolf intervallato dall’ennesimo pippone di Attila Dorf sgattaioliamo via e raggiungiamo Josè e gentile mujer che stanno attaccati alle transenne del palco secondario per i CORROSION OF CONFORMITY. E che dire, amici. Ci siamo riconciliati immediatamente con la musica, la vita, il futuro e i fucili a canne mozze. Pepper Keenan è esattamente la persona con cui vorresti passare una serata quando hai le palle girate e hai solo voglia di sbronzarti, parlare male di tutti quegli stronzi là fuori e sparare alle cassette delle lettere. Peccato che ci fosse poca gente, dato che erano tutti a guardare i Powerwolf, ma è l’ennesima dimostrazione che i tedeschi, fondamentalmente, non capiscono un cazzo di musica. Scaletta micidiale con soli tre pezzi dall’ultimo disco e il resto tutto preso dal periodo 1991-2000, l’età d’oro della band, col capolavoro Deliverance celebrato da ben quattro estratti (su un’oretta scarsa di esibizione). Roba seria per gente seria; come si dice dalle mie parti, merda e carogna a chi non c’era.
A questo punto ho una mezz’oretta libera prima che Tom Warrior dipinga di nero il firmamento di Wacken, quindi accompagno mia moglie, grande fan delle atmosfere nordiche, a vedere gli EINHERJER sul palco folk. Sto lì una ventina di minuti, forse meno, ma tutto è esattamente come me lo aspettassi, sia detto in senso positivo. Purtroppo i norvegesi li ho persi di vista da tempo immemorabile, quindi riconosco poco di ciò che suonano; ma mi hanno fatto venire la voglia di fare un bel recuperone, anche perché di dischi ne hanno fatti parecchi. Leggo che hanno concluso con Far Far North, che è il pezzo che me li fece conoscere all’epoca. Magari ci si ribecca in giro.
È giunta l’ora di chiudere degnamente questa massacrante quattro giorni con i TRIPTYKON, che secondo gli annunci presentano un “exclusive special best of set” con varie canzoni suonate per la prima volta dal vivo. E le promesse vengono mantenute, perché Fischer sale sul palco e attacca con tre pezzi dei Celtic Frost: Circle of the Tyrants, Into the Crypts of Rays e, rullo di tamburi, Mexican Radio. Quest’ultima viene annunciata come “mai suonata prima dal vivo”, anche se sulla rete si trovano vecchi spezzoni che smentiscono la cosa. Dei due dischi dei Triptykon verranno estratti solo quattro pezzi (Goetia, Aurorae, Shatter e Demon Pact, queste ultime due effettivamente inaudite in sede live); la scaletta è completata da altri tre pezzi dei Celtic Frost (Progeny, A Dying God Coming into Human Flesh e Synagoga Satanae, prese dal bellissimo Monotheist) e una degli Hellhammer, Messiah. Più che un concerto dei Triptykon è stato quindi un concerto di Tom Warrior, un sunto della sua opera che ha mostrato come, pur sotto diverse incarnazioni, lo spirito sia sempre stato il medesimo; ed è stato tutto davvero magico, un’ora e mezza di atmosfera opprimente, nera come la pece e vischiosa come petrolio, che ha dato forma e corpo all’oscurità. Ironico che due dei concerti migliori di questo Wacken abbiano avuto come protagonisti Bathory e Celtic Frost, sempre sullo stesso palco, a distanza di sole ventiquattr’ore. Gli anni scorrono, le mode passano, ma Quorthon e Tom Warrior rimangono tra i più grandi talenti visionari che il metal abbia mai avuto. Quando tutto finisce si ha la sensazione di ritornare alla realtà meschina dopo essere stati trasportati in una dimensione cosmica aliena. Idealmente, il mio Wacken è finito qui.
Ma non è ancora il tempo di tornare a casa. Vado a recuperare mia moglie, che è scappata via perché coi Triptykon le era venuta l’angoscia per rifugiarsi sotto a un gazebo là vicino, dove un megaschermo sta mostrando l’esibizione dei SABATON sul palco grande. Su questi ultimi non ho molto da dire se non che non riesco a spiegarmi il loro enorme successo: sono il nome di punta dell’intero Wacken, col logo scritto grande in alto sopra a quello di Judas Priest, Savatage, Europe e circa duecento altri gruppi che nel resto del mondo sono considerati molto più grossi di loro, epperò fanno sinceramente schifo ai cani. Prima ho parlato malissimo dei Lamb of God, per dire, ma riesco benissimo a capire perché possano piacere. I Sabaton no, e da oggi il senso di fastidio che provo nei loro confronti è acuito dal fatto che durante il concerto dei Triptykon questi sparavano i loro fuochi d’artificio da minchioni, rovinando l’atmosfera sacrale che Fischer era riuscito a creare. Eppure ci saranno almeno sessantamila persone a guardarli. Boh. Nel frattempo incontro un potentissimo lettore di Metal Skunk che mi racconta di aver vissuto in Svezia un paio d’anni e che lì i Sabaton e gli Hammerfall sono famosissimi anche tra la gente normale, tanto che partecipano a reality show e giochi a quiz sulle reti generaliste. Purtroppo non credo che in Svizzera facciano sentire Dethroned Emperor al telegiornale delle otto, e questo dice molto sullo stato di declino avanzato della nostra civiltà.
Prima di andare via vado a salutare Josè e gentile signora, che sono attaccati alla transenna dei FIT FOR AN AUTOPSY al palco secondario. Ora, io non sono di sicuro il tipo che si mette a sentire i Fit For An Autopsy nel tempo libero, ma vi assicuro che dopo i Sabaton questi mi sono sembrati i Black Sabbath del 1973 durante una serata di grazia. Riesco comunque a fermarmi una decina di minuti, giusto per salutare l’ottimo José (di cui segnalo il report, pur nella lingua del Cervantes), dopodiché siamo davvero al limite del collasso psicofisico, anche perché è l’una di notte e tra una cosa e l’altra per arrivare all’albergo ci metteremo un’altra ora. Mentre aspettiamo la navetta per il parcheggio sentiamo in lontananza che hanno attaccato gli ALESTORM, ovviamente con Keelhauled, mia vecchia suoneria del telefono, e vi confesso che mi è dispiaciuto non vederli. Però che cazzo, non puoi far suonare gli Alestorm all’una di notte dell’ultimo giorno di Wacken.
L’esperienza si conclude con un paio di sfighe di quelle epiche. Verso le due e mezza di notte sono rimasto chiuso in bagno con la porta scorrevole bloccata, situazione già fastidiosa di suo ma ulteriormente peggiorata dal fatto che l’albergo non offriva il servizio reception nelle ore notturne e non c’era alcun numero per le emergenze. Mia moglie stava per chiamare i pompieri, ma fortunatamente, dopo circa una mezz’oretta di fortissime bestemmie, sono riuscito a smontare il binario aprendo la porta quel tanto che bastava per sfilarmi fuori. Dopodiché, il giorno dopo, ho perso l’aereo. Questo mi ha condannato a un pomeriggio buttato nell’aeroporto di Amburgo, ma mi ha anche dato la possibilità di conoscere uno dei personaggi più fondamentali del festival, ovvero colui che innalzava l’immancabile bandiera sarda. Amico, non ricordo il tuo nome, ricordo solo che abiti in Svizzera e che ti fai duemila concerti all’anno mai separandoti dalla gloriosa bandiera dei quattro mori, quindi se leggi queste righe fatti vivo perché avanzi una birra dal primo tizio di Metal Skunk che incontrerai al prossimo concerto. Oppure ci vediamo al prossimo Wacken, e speriamo di incontrare anche qualcuno di voi ventiquattro lettori, così ci mangiamo un pezzo di maiale arrosto insieme. Perché amici, non c’è niente di più bello del Wacken. (barg)





































