Avere vent’anni: NEVERMORE – Dead Heart in a Dead World

L’Azzeccagarbugli: Con gli anni ho dovuto constatare quanto gli “anniversari” di alcuni dischi, le ristampe celebrative e le rubriche come la presente rendano sempre più manifesto il pessimo rapporto che ho con il passare del tempo e, ancor di più, come quest’ultimo sia inevitabilmente “contratto”, quantomeno nella mia mente, da un certo momento in poi della mia vita.

Parlare dei vent’anni di Dead Heart In A Dead World è per me una vera e propria coltellata al cuore: non tanto perché ricordo benissimo di averlo acquistato all’uscita, spinto dal clamore suscitato dal precedente, splendido, Dreaming Neon Black, ma perché, in generale, ricollego i Nevermore ai miei primi anni di università (due anni dopo), al trasferimento a Roma da Cosenza e a tutto l’entusiasmo che avevo in quel periodo. Anni nei quali ho conosciuto alcune delle persone che, ancora oggi, contano di più nella mia vita, in cui il vostro affezionatissimo Trainspotting mi chiedeva incessantemente di andare insieme a vedere gli Hammerfall a Milano, un periodo in cui riuscivo ad andare a più concerti ogni settimana senza accusare un minimo di stanchezza, fare folli trasferte e sputtanare tutti i pochi soldi del mio budget mensile in dischi. E pensare che siano trascorsi quasi vent’anni è per me motivo di profonda malinconia, un sentimento che ben si sposa con le atmosfere di Dead Heart In A Dead World. Perché, se Dreaming Neon Black rappresenta il lato più oscuro e disperato dei Nevermore, il suo successore è invece un lavoro connotato da una diffusa malinconia che permea anche i brani più aggressivi.

Musicalmente Dead Heart in A Dead World è, da un lato, un crocevia tra quello che i Nevermore sono stati fino a quel momento e quello che sarebbero diventati di lì a poco e, dall’altro, una magnifica ed irripetibile sintesi di tutte le influenze che hanno da sempre caratterizzato il loro stile.

Un disco in cui le ritmiche serrate che contraddistinguono il thrash estremamente personale dei Nevermore si sposano con soluzioni più melodiche e vicine al rock, all’heavy più classico (figlio dell’esperienza nei Sanctuary di Warrel Dane). Un album dalla scaletta profondamente eterogenea, ma avvinto da un mood unitario creato dall’alchimia perfetta e insuperabile tra gli assoli di Jeff Loomis, l’interpretazione di Dane (probabilmente la migliore della sua carriera) e la produzione incredibile di Andy Sneap.

Un album che pur non avendo, forse, l’intensità del suo predecessore, non ha un momento di stanca, un cedimento, un passaggio a vuoto: dall’iniziale, devastante, Narcosynthesis alla conclusiva title track, i Nevermore inanellano un serie di brani uno più sorprendente e riuscito dell’altro, regalando persino una pazzesca cover di The Sound of Silence, classico immortale di Simon & Garfunkel completamente stravolto e fatto proprio dal gruppo di Seattle.

Ma dove i Nevermore riescono davvero a superarsi – e a rendere Dead Heart in A Dead World un disco senza tempo – è nei momenti più melodici: la progressione di We Disintegrate è, a distanza di vent’anni, ancora emozionante come la prima volta e la cupa rassegnazione di Insignificant e le aperture melodiche di Believe in Nothing rappresentano due delle migliori composizioni di Jeff Loomis. E poi c’è The Heart Collector: non solo, per quanto mi riguarda, la migliore canzone mai incisa dal gruppo, ma anche una delle migliori “ballad” (virgolette d’obbligo) in assoluto, punto di incontro tra tutti gli stili della band, il cui testo potrebbe rappresentare un vero e proprio manifesto di quello che sono stati i Nevermore che, dopo questo disco, non si sarebbero più ripetuti a questi livelli. Pur continuando a pubblicare lavori più che dignitosi (contenenti alcune grandissime canzoni), l’equilibrio tra tutte le componenti musicali e personali del gruppo ha cominciato ad incrinarsi sin dal successivo Enemies of Reality e i problemi di Warrel Dane sono diventati sempre più rilevanti (e purtroppo sappiamo tutti come è andata a finire).

Per questo Dead Heart in A Dead World riveste, per chi scrive, un’importanza ancora maggiore: perché rappresenta sia l’apice della creatività e del successo della band, sia il suo punto di non ritorno.

E a vent’anni dalla sua uscita, non ha perso un briciolo del suo fascino e del suo valore.

Nevermore to feel the pain/ The heart collector sang / And I won’t be feeling hollow for so long”.

Cesare Carrozzi: Non ho molta pazienza, o meglio: per talune cose/situazioni/persone (poche) ne ho una riserva infinita a priori, per altre nulla o poco meno. Quindi, se butto giù una recensione dei Nevermore (o degli Iron Maiden o degli Arch Enemy o che ne so) dove scrivo che mi fanno cacare (o tout-court o da un certo punto in poi, è uguale) e  mi trovo il classico stronzo (o i classici, perché di solito è più di qualcuno) che non è contento perché gnegnegne capolavoro, miiii il mio gruppo preferito, non capisci un cazzo, CHI CAZZO È CESARE CARROZZI? (stocazzo), NON HAI ARGOMENTATO e blablabla non è che me ne fotte qualcosa. Se commenta qualcuno che mi ritiene un troll (…) perché secondo lui voglio provocare, non me ne fotte nulla tale et quale. Se però qualcuno rinfaccia a Metal Skunk la poca serietà (…) nell’aver preso a scrivere il summenzionato troll che non avrebbe dovuto passare il concorso e che quindi ha arrubbato il posto ad un più meritevole nonché ortodosso amante di Warrel Dane, la pazienza comincia a venir meno. Per carità, il diritto di critica è sacrosanto (e se ve lo scrivo proprio io, vorrà dire qualcosa), però dei tizi più grandicelli della media mica si possono offendere se gli “maltratto” il gruppo preferito, per favore. Se scrivo che Warrel Dane canta (con dolo, perché lo faceva apposta, non è che non sapesse cantare) come un povero gatto in punto di morte stirato anzitempo da un autobus, e che tutto sommato il difetto dei Nevermore è giusto quello, CHE STRACANE VI DEVO ARGOMENTARE OLTRE? SIETE STUPIDI? Non rispondete, che è meglio per tutti.

Detto questo, Dead Heart In A Dead World è migliore di Dreaming Neon Black. Non che ci voglia molto e non che sia sideralmente migliore, non potrebbe essere altrimenti col gatto straziato alla voce, però è meno dispersivo, più compatto, prodotto meglio, in generale più ispirato e la prestazione di Dane è un filo meno alla cazzo di cane (o di gatto morente). Di certo non è il disco che porterei su un’isola deserta, però The River Dragon has Come, voce a parte, è bellina. Pure la stessa Dead Heart In A Dead World che chiude il disco si salvicchia. La cover di The Sound Of Silence è inascoltabile, Insignificant nomen omen, The Heart Collector di certo non è quel capolavoro che raccontano ma giusto una ballata onesta purtroppo tarata nella voce.

I Nevermore li ricordo, e apprezzo a tratti, più per i particolari: certi riff con le sette corde, la produzione, Jeff Loomis, che mi piace moltissimo, tanto da apprezzare tutto quello che combina tra dischi solisti, progetti, ospitate su lavori altrui e quant’altro. Ve lo scrivo una volta di più: il difetto mortale dei Nevermore è Warrel Dane. Non serve che specifichi “per me“, no? E invece dovrò farlo lo stesso, perché ad un certo punto sicuro come la morte arriverà lo sveglione di turno che vorrebbe mi stracciassero in faccia quel sudatissimo contratto remunerato a sonanti dobloni d’oro: per me, capito? Per me. Se a voi piace, è un problema tutto vostro. 

Marco Belardi: L’aspetto di Dead Heart in a Dead World su cui ho riflettuto maggiormente è una frase sballata che sentii pronunciare da uno sbarellato. A detta sua, l’ultimo dei Nevermore altro non era che l’album nu metal dei Nevermore. Con gli anni sono giunto alla conclusione che quell’affermazione incasinata nascondesse qualcosa di più d’un semplice fondo di verità. Dead Heart in a Dead World certamente non era l’album nu metal dei Nevermore, bensì una reincarnazione dell’heavy metal classico capace di spazzare via, in un solo soffio, gli ultimi rimasugli di anni Novanta che all’epoca potevamo ancora tentare di preservare.

Dead Heart in a Dead World rappresentava piuttosto i Nevermore al tempo del nu metal, con strutture ridotte all’osso rispetto alle uscite cervellotiche degli ultimi due album, una produzione mainstream perfettamente udibile in ogni plettrata o fill, e un groove della madonna. Ricercava il tiro a ogni costo, all’esoso costo di rinunciare in parte alla teatralità nel cantato di Warrel Dane (uno che aveva inciso le linee vocali del penultimo disco praticamente piangendo, o dando l’idea d’essere in procinto di farlo) e ad altri aspetti che avevamo già assodato come fondamentali. Pensate a Van Williams e alla batteria incasinata di The Seven Tongues of God, e poi pensate a quante volte vi eravate persi tentando di restarle dietro, contando, bestemmiando, ricominciando a contare. Per quanto la sua prestazione sia ancora una volta sopraffina e curata in ogni minimo aspetto, in Dead Heart in a Dead World la batteria suona essenziale e al servizio della canzone. E questo vale per tutti gli altri, a partire da un Jeff Loomis in solitaria ed orfano della meteora Tim Calvert, nonostante le numerose figure che si sarebbero avvicendate al suo fianco sul palco, da Curran Murphy a Chris Broderick passando per l’onnipresente Steve Smyth.

I pezzi di questo album sono quasi tutti classici, non farò la lista della spesa. È però curioso come un brano della madonna come Engines of Hate finisca per acquisirvi la nomea di classico minore. Fu quella che notai per prima perché aveva le stesse dinamiche e la stessa cura negli arrangiamenti dei brani di The Politics of Ecstasy e Dreaming Neon Black, aggiornate però ai suoni attuali. È probabilmente l’unico punto in comune con i “vecchi” Nevermore e la cosa fa riflettere. In diciotto mesi la band di Dane e Loomis aveva completamente mutato pelle. Complice Andy Sneap al posto di Neil Kernon, con un risultato che fu il Bignami del suono heavy metal dei vent’anni successivi. Scuola per alcuni; il principio della fine per altri.

Come con ogni altro album dei Nevermore da The Politics of Ecstasy in poi, Dead Heart in a Dead World fu un prodotto impossibile da catalogare e che ridusse in frittura gli appassionati dell’etichettatura. Era tutto ed era nulla, era semplice da decifrare per coloro che avevano affinato l’orecchio ai virtuosismi di The Politics of Ecstasy, era complicato e da riascoltare con molta calma per coloro che nella forma canzone non pretendevano troppe sfaccettature. Era, inoltre, quanto di più distante volessi ascoltare dai Nevermore nell’anno Duemila e il contentino me l’avrebbero dato poco più in là, col bellissimo e sottovalutato Enemies of Reality. Eppure Dead Heart in a Dead World fu il loro punto d’arrivo, e, una volta raggiunto, non ci fu molto altro da inventare. Il disco (al tempo del) nu metal dei Nevermore: quanta verità in una cazzata.

11 commenti

  • Al tempo era impossibile ignorare Believe In Nothing, anche per uno che si dava alla scoperta del patrimonio allora già classico del metal, e infatti me la ricordo tuttora. Però il disco non mi ha mai detto niente; ascoltato un paio di volte, col fervore dei quindici-sedici anni, e poi serenamente accantonato. Probabilmente è per lo stesso motivo indicato da Carrozzi, e cioè la voce di Warrel Dane. In generale, i Nevermore sono un gruppo che non mi manca.

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  • Totale adesione alla linea carrozziana. Il problema era Warrel Dane, cui voglio un mondo di bene per uno specifico episodio personale. Difendo con la coratella che mi contraddistingue il CarrozziKommando.

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  • Gran bel disco, il loro migliore anche perché il più orecchiabile. Con gli anni ho apprezzato sempre meno sia le produzioni di andy sneap, sia gli artwork di Travis smith ma qua ci sta bene proprio tutto, neppure una virgola fuori posto. Warrel dane può anche risultare irritante, è comprensibile ma era la vera particolarità della band, più del chugga chugga sotto.

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  • Mette tristezza ripensare a quel periodo, questo disco doveva essere il loro tranpolino di lancio tra i grandi, purtroppo i problemi di alcol di warrel dane e la stupidità della century media gli segarono le gambe. Al carrozzi cosa vuoi dire, come diceva mio nonno i soldi fanno l’uomo ricco, l’educazione lo fa signore

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  • Lorenzo (l'altro)

    Quindi mi state dicendo che sono passati vent’anni dal soffio al cuore che ho avuto la prima volta che ho visto il video di Believe in Nothing. Mondo boia.

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  • Lorenzo (l'altro)

    Comunque a me sembra che il Carrozzi non abbia argomentato a sufficienza.

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  • Carrozzi pedalino disparo.

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    • Un disco per me epocale,comprato appena uscito. La voce di Warrel è una voce emotiva e spesso sembra buttata li un po a casaccio, ma quella era e quella ci teniamo, a me non esalta ma non dispiace…poi va beh dal vivo era una chiavica ma tant’è…per me il vero genio era Loomis, e in questo disco non c’è una sua nota fuori posto…a partire dal suono clamoroso arrivando al riffing e agli assoli. I Nevermore sono un po stati una promessa mancata del metal, nel senso che con un frontman più performante e non spompato avrebbero forse potuto fare il grande salto, erano anni in cui doveva ancora arrivare il digitale ad impacchetare tutto e forse qualche soldo girava ancora…

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  • Alberto Massidda

    Toh, ho scoperto i Nevermore.
    Perdonatemi, ma all’epoca concepivo solo i Blind Guardian e i Rhapsody come vero metal…

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  • Nevermore? Sanctuary!

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