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TIM CALVERT e i primi, tormentati anni Novanta

4 maggio 2018

Quando è morto Warrel Dane ho nettamente accusato il colpo, e infatti è scattato in automatico il necrologio. Non voglio fare differenze fra i due, ma probabilmente saprete che pochi giorni fa ci ha lasciato anche un altro membro della irripetibile formazione che incise Dreaming Neon Black: Tim Calvert. Per non iniziare quindi a discorrere sulle cause del decesso o su altra roba che non ha già più importanza, mi limiterò a mettere il fuoco laddove il chitarrista americano ha lavorato prima di diventare un pilota di aerei.

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La sua carriera musicale è durata poco più di un decennio, ma, se siete stati metallari in un qualunque momento degli anni Novanta, sono quasi certo che avrete sentito parlare di lui. Mancano pochi mesi all’appuntamento su Avere vent’anni con Dreaming Neon Black dei Nevermore, per cui mi tratterrò dal dilungarmi su quanto sia stato importante quel disco per il sottoscritto. E pensare che per anni interi non mi era affatto piaciuto, a partire da quel lacerante primo ascolto in cui non mi sarei aspettato altro che una bordata del livello di The Politics of Ecstasy, o anche superiore. In effetti si trattava di un album di un rango imparagonabile, ma mi ci volle del tempo per capirlo. Lì, Tim Calvert aveva sostituito Pat O’Brien in quella girandola simil-totoallenatore che portò il secondo nei Cannibal Corpse, ed a sua volta Rob Barrett nei Malevolent Creation. In ogni caso nessuno di loro debuttò bene, tranne l’ex chitarrista dei Forbidden. Che aveva, detto tra noi, un disperato bisogno di rilanciare la propria carriera. 

In realtà quest’ultima sarebbe terminata proprio con Dreaming Neon Black, ma negli anni novanta Tim Calvert aveva inciso cose importanti, sommate ad altre che furono decisamente sottovalutate, e di cui mi va di scrivere due righe poiché è quella – oltre al debut Forbidden Evil, in cui suonava Glen Alvelais – che ritengo la parte essenziale della carriera dei thrasher californiani. I quali ebbero la grossa sfortuna di lottare contro una concorrenza agguerrita e fatta di vicini di casa indubbiamente più lanciati, oltre al coraggio – in questo caso un’arma decisamente a doppio taglio – di cambiare radicalmente le cose fin da subito, e senza guardarsi troppo attorno per vedere chi sarebbe partito per primo. Innanzitutto con Twisted Into Form – la risposta meno feroce e più oscura al techno-thrash non del tutto raffinato di Leave Scars dei Dark Angel – ed infine, una volta perso per strada Paul Bostaph in direzione Slayer, con altri due album di cui in linea di massima nessuno dice mai niente. Ma che razza di periodo era quello? Per parlarne mi ricollegherò agli Anthrax che, al termine del periodo con Dan Spitz, risposero a un album che non ho mai amato come Persistence Of Time (il loro lavoro più maturo con State Of Euphoria, ma rinunciare in toto alla consueta esuberanza non era il mestiere che a parer mio gli si addiceva di più) con una vera e propria bomba ad orologeria: Sound Of White Noise.

John Bush ridefinì il modo di cantare di un genere intero, mentre altri sfondavano mettendo l’accento dalle parti del blues, ed Hetfield – in preda a lunghe e sfiancanti tournèe – delirava con i suoi yeah a ripetizione, da insopportabile americanaccio che ha appena vomitato il tacchino del giorno del Ringraziamento dopo un infelice rodeo su malcollaudato toro meccanico. Bush invece aveva capito tutto: non si presentò con spocchia ma neanche debuttò in punta dei piedi in un gruppo come gli Anthrax, come un ragazzotto che mira semplicemente a non sfigurare al cospetto di un nome istituzionale come quello di Belladonna. Egli fece infinitamente di meglio, e canzoni come Only avrebbero preso il predominio sull’ascoltatore proprio per le irresistibili linee vocali che le caratterizzavano. Peccato che poi gli Anthrax siano entrati nel giro degli album brutti, e che il meglio con Bush sia tornato nuovamente fuori solo in pieni anni duemila, per la precisione con il variopinto ed energico We’ve Come For You All. Un attimo prima di ri-registrare banalmente qualche classico degli eighties, e di mollare il testimone proprio allo stesso Belladonna. Una fine immeritata la sua. Nel caso di Anderson non sarebbero serviti avvicendamenti di alcun tipo: era lui il cantante dei Forbidden, lo sarà ancora al tempo dell’acclamato ritorno – Omega Wave – che tutti hanno incensato e che a me è sembrato solo dannatamente ordinario, ed in tutto questo tempo interpreterà il materiale dei Forbidden “classici” e quello sperimentale, il tutto senza mai dare l’impressione di trovarsi al posto sbagliato. Un dominatore, oltre che un autentico innovatore. E a giudicare da come sono andate le cose, anche un inguaribile amante della porchetta di Monte San Savino.

Non era facile succedere a Twisted Into Form, un marchio di fabbrica che sarebbe divenuto tale solo col tempo. In realtà era già il tempo di abbandonare la nave del thrash metal e in quegli anni si sarebbero visti giusto gli ultimi classici, come Horrorscope di un anno dopo o il contemporaneo Rust In Peace, capolavoro immortale di un gruppo che a mio avviso non ha mai realmente suonato thrash, girandoci sempre intorno e restando a cavallo fra uno speed molto tecnico – perchè cazzo, lo ripeterò sempre che erano due cose del tutto differenti – e puro e semplice heavy metal. Uscì anche Seasons In The Abyss, una delle due bibbie nere scritte dagli Slayer, così come videro la luce Never, Neverland degli Annihilator pre-delirio, il salto definitivo dei Pantera con Cowboys From Hell, Lights Camera Revolution a nome Suicidal Tendencies, Souls Of Black dei Testament o anche album in cui si capiva da lontano un miglio che l’aria di cambiamento era davvero vicina, come nel caso di Act III, l’ultimo Death Angel prima della parentesi a nome The Organization. Un’annata dunque prolifica, così come sul fronte europeo dove la sensazione di crollo imminente era ancora meno nitida, e la scena si venne a riconfermare solida in un momento che diede l’impressione di trovarsi come qualche anno indietro rispetto agli statunitensi. Tim Calvert, nel 1994 suonava con il suo gruppo qualcosa che era considerabile letteralmente all’avanguardia. Più dei Sacred Reich post-Ignorance, più di molti altri gruppi che avrebbero frettolosamente cambiato le carte in tavola, abbandonando la sicurezza di un sound rodato ma che il pubblico iniziava a disdegnare alla velocità della luce.

Tranne gli Slayer col loro Divine Intervention, che era una sorta di dichiarazione di guerra sotto forma di note musicali, il periodo di uscita di Distortion poteva effettivamente favorire la sua riuscita globale. Low dei Testament era vicino, lo erano un sacco di altre cose ma l’album dei Forbidden è rimasto nel cuore di ben pochi metallari: Anderson se ne uscì fuori con uno stile vocale rinnovato e potente, che non trascurava il tiro micidiale di John Bush, ma anzi vi aggiungeva solo rabbia e profondità. Era, di pari passo con il frontman degli Anthrax, uno degli innovatori di quel periodo e non ottenne abbastanza giustizia per ciò che proponeva, e specialmente per come lo proponeva. I pezzi in teoria non mancavano, ma forse non erano abbastanza per giustificare una pausa durata oltre quattro anni: dopo una furiosa opener che poteva far pensare ai Pantera solo ed esclusivamente per un discorso ritmico, a Hypnotized By The Rhythm e Feed The Hand toccò l’arduo compito di proporre qualche riff “ponte” col passato. La cosa funzionò abbastanza, così come nel caso di Rape o con la conclusiva cover dei King Crimson – la solita che fanno tutti, indovinate un po’ – ma c’erano un bel po’ di filler a disturbare il tutto. Di Distortion, rispetto al seguente Green sottolineo la potenza ed anche l’ottima prova offerta da Steve Jacobs alla batteria. E Calvert c’era, eccome se c’era. Green punterà invece tutto quanto sul groove, l’atmosfera ed un mood a tratti maggiormente dark. Ed è un peccato che anch’esso soffra di una parte centrale piuttosto debole, poiché si manterrà pressochè perfetto per quattro brani (la prima una sorta di introduzione cantata, fino a Phat ed al ritornello micidiale di Turns To Rage), per poi riprendersi nel finale con le buone Blank e Focus. Un album da molti ritenuto inferiore perfino a Distortion, ma che personalmente gli preferisco soprattutto per il fatto che erano le canzoni, lì, a funzionare in merito alla loro marcata semplicità. Con una produzione meno tosta, di conseguenza più ripulita ma non per questo fiacca, ed una formazione che sembrava aver trovato la via da percorrere. Ma finirà lì, ed usciranno dal congelatore senza Calvert e senza Jacobs, in un momento nel quale le reunion iniziavano ad assumere contorni patetici. Lo sottolineo, Omega Wave non è affatto un brutto album, ma con il sottoscritto non ha mai effettivamente fatto breccia.

Calvert, come tutti sanno, andrà a comporre una coppia incredibile con Jeff Loomis a distanza di pochi anni, nel meraviglioso Dreaming Neon Black di cui scriveremo fra qualche mese. E io lo saluto così, con un omaggio alle sue opere minori che seguirono quel Twisted Into Form che, rispetto a ciò che lo precedeva, era un po’ – in parallelo con i Sanctuary – ciò che Into The Mirror Black è nei confronti di Refuge Denied. In molti ne preferiranno lo stile e l’accuratezza, ma il classico dei classici sarà sempre e comunque il debut. E per me, con tutto il rispetto per Forbidden Evil che è di fatto un capitolo mostruoso della carriera del gruppo nord-americano, si trattava semplicemente di due cose differenti e perciò difficilmente comparabili. Lunga vita a quei quattro album, nessuno di essi escluso, e magari un giorno scriverò qualcosa anche sul loro periodo iniziale. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    4 maggio 2018 15:29

    Bellissimo articolo.

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  2. weareblind permalink
    4 maggio 2018 19:34

    Io credo che tra 20 anni, quando si parlerà di giornalismo metal, si citerà Belardi.
    E, andando fuori tema, a me fa impressione l’età del pilota. Perché ho un amico comandante Ryan Air, m’ha fatto vedere le statistiche Boeing (migliaia di piloti, numero seri), con: età di pensionamento VS età di morte. Pauroso. Prima smettono di volare, più si avvicinano alla età media globale. Più volano, più muoiono giovani.

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