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R.I.P. Warrel Dane [1961-2017]

14 dicembre 2017


Le reunion sono sempre state il mio cruccio: all’epoca ero stato diffidente con quella degli Exodus, fra la morte di Baloff e il dover dare la luce al seguito di Force Of Habit. Chi lo voleva, il successore di un album del genere? Eppure Tempo Of The Damned è stato e probabilmente resterà uno dei migliori dischi thrash metal degli anni duemila: la smentita che non ti aspetti, il ritorno col botto. Da allora si sono riformati veramente in tanti, e, in mezzo al trionfo del superfluo o ad alcune cose fatte semplicemente per gioco, questo fenomeno ci ha perlomeno riconsegnato cose come i Carcass e il loro spavaldo Surgical Steel. Ma io ne volevo una in particolare, quella dei Nevermore. L’ unico gruppo heavy metal a tutto tondo in grado di sviluppare, dalla seconda metà degli anni novanta in poi, un suono assolutamente personale e capace di inglobare molti sottogeneri, senza però dare l’impressione di fare miscugli o derivare da chissà chi o cosa. L’unico gruppo, inoltre, che nel 2000 ha modernizzato radicalmente il proprio aspetto e – in Dead Heart In A Dead World – realizzato un qualcosa che è stato metabolizzato e apprezzato praticamente da tutti, puristi compresi. Senza fare di tutta l’erba un fascio perché, proprio a causa della loro particolarità, di gente in giro che non riesce fisicamente ad ascoltarli, ce n’è parecchia.

I Nevermore suonavano soltanto come i Nevermore, e se già da Into The Mirror Black dei Sanctuary si intravedeva la capacità di andare lontano, i fuochi d’artificio arriveranno in cielo solo dal 1996 in poi, con quella gemma di power/thrash tecnico intitolata The Politics Of Ecstasy. Da lì in poi pesantezza, teatralità, virtuosismo e tante altre caratteristiche avrebbero vissuto assieme dentro a un’ unica creatura, senza che una di queste prevalesse mai sulle altre, reggendosi su un equilibrio pressoché perfetto. Ricordo il giorno che uscì Dead Heart In A Dead World: parlandone con alcuni amici, c’era fra loro chi realmente non era riuscito a inquadrarli. Perché non aveva sentito niente di simile in vita sua. Personalmente apprezzerò a pieno lo stesso Dreaming Neon Black solo alcuni anni dopo la sua uscita, eppure la recensione su una rivista me l’aveva fatto comprare a scatola chiusa, e mettere in un angolo a prendere la polvere… 

Sfortunatamente, dopo Enemies Of Reality la qualità dei loro loro album calerà vistosamente, senza che in essi vengano a mancare episodi di qualità sopraffina come Born oppure And The Maiden Spoke. Warrel Dane combatterà contro i suoi numerosi demoni interiori, come l’alcolismo e l’ossessione per la corruttibilità dell’essere umano, rivelando una fragilità già palesata nel magnifico Dreaming Neon Black le cui liriche erano fondate su di un nero dramma personale. Williams e Loomis lasceranno una nave destinata ad affondare, ma per anni – al cospetto di poco fragorosi album da solista ad opera dei due leader – il loro ritorno sarà chiacchierato, incitato, a volte dato quasi per scontato… A dire il vero quando ho visto Loomis infilarsi dentro gli Arch Enemy ho sperato in un impegno di passaggio e seguito da una retromarcia degna dei migliori happy ending. No, quel talento della sei corde adesso suona quella roba lì e i Nevermore non si riformeranno più, perchè il loro cantante storico è deceduto stroncato da un infarto. Muore in Brasile in piena sessione di registrazione del suo nuovo album da solista, e muore a breve distanza di tempo da Martin Eric Ain – ex bassista dei Celtic Frost – altra star degli anni ’80 che perdiamo in un momento in cui era finita praticamente in penombra. Di lui ricordiamo il volto scavato dai vizi e dalla malattia che lo affliggeva da tempo – il diabete – le mirabili performance in studio ai limiti della recitazione, seguite quasi sempre da prove sul palco a loro volta ai limiti della decenza. Tre volte li ho visti, tre volte mi hanno deluso principalmente per le sue condizioni fisiche precarie, e ora più che mai ho perso ogni possibilità e speranza di godermeli mentre si esibiscono davanti ai miei occhi, al suono di cavalli di battaglia come Next In LinePoison Godmachine.

Termina così il percorso di uno dei gruppi più autorevoli e influenti degli ultimi vent’anni di metallo: così ancorati alle loro radici e attratti dal progresso com’erano, i Nevermore ci mancheranno. Riposa in pace Warrel, ti dedico un bicchierino di whisky. (Marco Belardi)

10 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    14 dicembre 2017 10:09

    Dreaming Neon Black è stato l’unico disco al di fuori di un certo filone decadente a risuonare con i demoni della mia giovinezza. Ci sono album che facendoti da specchio, mostrano ciò che di te stesso non sei in grado di elaborare. E forse ti aiutano a ri-simbolizzare, in forma d’arte, il male di vivere.
    P.s. Sottoscrivo ogni parola che hai scritto, Marco

    Piace a 3 people

  2. weareblind permalink
    14 dicembre 2017 13:28

    Mai ascoltati in vita mia, ma noti anche a me. Segno di grande importanza. R.I.P.

    Piace a 1 persona

  3. Lorenzo (l'altro) permalink
    14 dicembre 2017 16:48

    Perdita vera, giorno nero. Una di quelle voci che mi rende più orgoglioso di essere metallaro.
    RIP

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  4. bonzo79 permalink
    14 dicembre 2017 18:03

    in ufficio, oggi, logora longsleeve di Dead heart in a dead world. unico disco loro che mi piace davvero, in realtà…

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  5. Andrea Metal permalink
    14 dicembre 2017 19:52

    Che tristezza…. Comunque anche il suo “praises to the war machine” lo trovo un bellissimo album

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  6. Pepato permalink
    14 dicembre 2017 20:37

    Sono sconvolto. I Nevermore sono inciampati in se stessi e sono finiti male, ma per breve tempo sono stati uno dei più interessati gruppi metal del mondo (checché se ne dica su queste pagine). Dreaming Neon Black per me è ancora oggi inarrivabile, uscito quasi contemporaneamente a The Sound of Perseverance, insieme al quale hanno chiuso definitivamente gli anni 90 per me. Poi si sono fatti più semplici e più potenti, meno ambigui ma sempre pesanti e oscuri. WD era uscito dal tunnel dell’alcool, e gli auguravo una nuova vita. Peccato.

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  7. Stefano Vitali permalink
    15 dicembre 2017 20:49

    Ricordo ancora che fu la recensione da top album su una certa rivista a far comprare a scatola chiusa Enemies of Reality al me metallino 16enne. Fu uno dei miei primi passi nel genere, dopo il classico inizio Iron/Metallica/Judas/Sabbath. Era un mondo che si schiudeva alle mie orecchie, ed ogni nuova scoperta era una sorpresa meravigliosa. In fondo al booklet, la dedica a Chuck, let the metal flow into eternity, che a sua volta mi spinse verso l’acquisto di The Sound Of Perseverance. Amara ironia che siano mancati nello stesso giorno.

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