È ora di finiamola: DARKTHRONE – Pre-Historic Metal
Di cosa pensi dei Darkthrone attuali ho già parlato ampiamente a proposito del pestilenziale Eternal Hails. Scusate se non riporto gli otto puntini sospensivi. Sono passati cinque anni e da allora i nostri amici norvegesi hanno cacciato altri tre Lp, l’ultimo dei quali, questo Pre-Historic Metal, è meno piatto e tirato via del deprimente It Beckons Us All (gli otto puntini sospensivi sono a dischi alterni e torneranno nel prossimo?) ma altrettanto stantio e inutile. Ora, nessuno pretende che un gruppo creativamente morto da almeno un ventennio stupisca con effetti speciali. Ma essere presi per il culo no. Perché questa roba non è come i dischi tutti uguali dei Motorhead, che comunque erano sempre fatti con professionalità e criterio e il piedino te lo facevano muovere.
Da The Underground Resistance (l’ultimo sopportabile) a questa parte, sembra che i Darkthrone registrino qualsiasi stronzata venga loro in mente senza manco più fingere di sforzarsi. Buon per loro, perché evidentemente c’è un sacco di gente che continua a seguirli con passione. Anzi, ho la sensazione che il loro pubblico si sia pure espanso. Non solo i reduci quarantenni o cinquantenni, che provano affetto nei loro confronti, sono legati a un certo tipo di suono e via con le attenuanti generiche. Parlo dei giovani. A me, non so a voi, capita sempre più spesso di vedere maglie e toppe dei Darkthrone addosso a persone che così di primo acchito non avrebbero l’aria dei metallari, figurarsi degli adepti della fiamma nera tout-court. Questo di per sé andrebbe benissimo, sia chiaro. I discorsi da mentecatti sull’elitismo et cetera non li facevo negli anni ’90, figuratevi oggi. Però vedere – mi è capitato da poco – un ragazzino con i capelli verdi e la t-shirt dei Green Day (cioè il classico “alternativo generico” che al liceo ti appoggiava al massimo i Sepultura perché c’erano i bonghetti) indossare un berretto con il logo dei Darkthrone mi ha fatto riflettere, anche perché non era la prima volta.
Intendiamoci, tu, ragazzino con i capelli verdi, ascolti il cazzo che ti pare e se qualche trombone ti rompe le palle perché hai il berretto dei Darkthrone con la t-shirt dei Green Day gli dai una testata. Però, ecco, non posso non domandarmi come tu sia arrivato a loro e non, che so, agli Emperor. Perché oggi non sono cambiati solo i canali di fruizione ma anche il modo in cui si conoscono gruppi nuovi. Dieci anni fa le case discografiche contavano ancora qualcosa nel fissare le tendenze e i gruppi di ingresso erano quei due o tre studiati per essere tali. Per quanto riguarda il metallo nero, Watain e Behemoth. Instagram e TikTok hanno fatto saltare anche questo. I meccanismi che possono dettare il successo di una band presso le nuovissime generazioni (che spesso ascoltano cose sorprendentemente antiquate) sono diventati imprevedibili e dipendono da una serie di varianti legati, come inevitabile, alle dinamiche dei social, un discorso che ho già affrontato a proposito dei Blood Incantation. Se i deathster americani paiono però consci della loro dimensione memetica e forse ci marciano pure un pochino, i Darkthrone hanno intercettato certe dinamiche in modo inconsapevole.
Il duo scandinavo ha abbracciato una filosofia passatista e reazionaria, stavolta rivendicata sin dal titolo, che, paradossalmente, li ha portati ad abbracciare tutte le categorie del postmoderno più hipster e à la page. Il citazionismo e il feticismo per il passato, con la conseguente rivalutazione entusiasta e acritica di qualsiasi puttanata sia abbastanza vecchia, le pose da eterni adolescenti in un mondo che ha un disperato bisogno di adulti, l’ironia a ogni costo (prima lo slittino, stavolta il forcone, ehehe, che simpatici).

Non condanno l’ironia di per sé, come ovvio, anche perché nel caso stareste leggendo un blog molto diverso. Mi riferisco alla cosiddetta post-ironia che si ricollega alla sterile e sciagurata dimensione di eterna adolescenza a cui accennavo prima, che intrappola ormai una porzione molto consistente dei miei coetanei, cioè di chi è entrato da non molto nella mezza età. Perché se non si prende sul serio nulla non può esistere più lo scherzo, allo stesso modo in cui, in una società spogliata di principi non negoziabili come l’Europa odierna, la trasgressione non porta più cambiamento e rottura ma diventa a sua volta norma e conformismo. Che è un po’ il discorso che faceva Roberto a proposito del Wacken e di certe derive buffonesche del metallo odierno. Perché gli Alestorm erano uno spasso finché erano i giullari di corte; da quando si sono seduti sul trono e il loro approccio è diventato il mainstream mi riescono insopportabili. Irony Is a Dead Scene, per l’appunto.
Quanto al disco, non c’è moltissimo da dire. I primi due pezzi non sono manco così terribili, anche se, nel probabile intento di non annoiare, cambiano registro a capocchia. L’iniziale They Found One of My Graves, per esempio, al terzo minuto attacca con un riff Nwobhm e poi finisce con una scombinata tastierina Bontempi. Il crollo verticale inizia già alla terza Siberian Thaw, con un ritornello brutto e stupido ripetuto a oltranza nonostante cachi il cazzo già la prima volta. Si conclude con il bizzarro tentativo hair metal di Eon 4, che sembra confermare l’impressione che Fenriz e Nocturno Culto confezionino i dischi con la stessa filosofia con cui uno studente fuori sede fattone confeziona la cena sulla base del desolante panorama offerto dal frigo. Se sono rimasti solo i wurstel e la marmellata pazienza, si faranno i wurstel con la marmellata. La conclusione, in ogni caso, è sempre la stessa: i Darkthrone sono diventati una macchietta che non fa più ridere. (Ciccio Russo)

