Andrà tutto male. Almeno a sentire Graveyards of Joy dei TODOMAL

Io starei ore a guardare i ruderi. Ora, dipende dai ruderi, in realtà. Perché ad esempio, uno grandioso ma umiliato dalla modernità non è che mi piaccia contemplarlo. Tipo certi restauri poco riguardosi, o comunque plasticosi. Oppure tipo certi resti romani abbandonati al degrado e schiacciati dai palazzoni della Casilina. O tipo il Tempio della Minerva Medicea, capolavoro, ma rimasto come per sbaglio tra binari e asfalto. Ti fa riflettere su quanto la modernità faccia schifo, quando invece le tracce del passato, per lo meno quelle più maestose, ti fanno fantasticare. Ti dimentichi pure, magari, che al Colosseo ci giustiziavano sadicamente le persone. Suppergiù è stato fatto per questo. Però ecco, ti ci perdi, con quella grandiosità. Ma meglio ancora quando la magnificenza del rudere è sperduta dove non ci sono altre tracce dell’uomo. Dove è la Natura che ormai lo assedia. Non l’asfalto. Tipo alla chiesa di San Vittorino, nel reatino. O ai resti della diga di Gleno, cicatrice ancora visibile da più di un secolo sulle cime delle Alpi. Cinquecento persone scomparse sotto acqua e detriti. Cinquecento persone, almeno, morte per il dolo criminale di ingegneri, costruttori e amministratori disonesti. Solo Dio saprebbe, qualora esistesse, anche quanti animali scomparsi per causa loro. Io mi ci perdo ancora di più in un posto del genere. Ti viene magari da rimpiangere, con una strana nostalgia, una qualche civiltà (reale, o immaginaria almeno in parte) del tutto sepolta. Sepolta come l’arte di costruire edifici che non sembrino delle carceri con la data di scadenza impressa sulla facciata. Però pensi pure a quanto sia più bella la Natura, in realtà. E quindi la malinconia, la morte della civiltà resa manifesta dal rudere, beh, diciamo, prendi il tutto un po’ più serenamente. E ti perdi poi in pensieri. Tipo: immaginare se dalla sera alla mattina l’umanità scomparisse, così, senza trauma alcuno. All’alba zero umani, scomparsi del tutto. La natura si riapproprierebbe di ogni cosa, partendo dalle crepe nell’asfalto fino a tirare giù i grattacieli. Chissà se nel frattempo non dovessero sembrare più gradevoli alla vista pure loro, trasformandosi in ruderi.

Questo il tipo di fantasticherie che facevo anche ai tempi del Covid. Mentre tutti si affannavano a ripetere a pappagallo che sarebbe andato tutto bene, suonando il piffero sul balcone a beneficio dei vicini, per ribadire quel mantra vuoto già dalla prima ripetizione. L’aria intanto si ripuliva, gli animali si riaffacciavano spavaldi dove prima non avrebbero osato. Purtroppo l’edera non ha fatto in tempo a crescere sugli edifici. Maledizione, troppo poco tempo a disposizione. I lavori di manutenzione figuravano poi tra le attività necessarie, libere di circolare, più o meno. Ma valeva la pena sognare comunque, no? Cosi, ugualmente, mi stavo perdendo a fantasticare sulla copertina del nuovo album dei TodoMal, che (scopro ora) raffigurerebbe un particolare tratto del dipinto Ruïnes di Lluís Rigalt, del 1865, custodito al Museu Nacional d’Art de Catalunya. I TodoMal sono della Mancia, territorio che ha gia ispirato il celebre Don Chisciotte, a proposito del perdersi nelle lande dell’immaginazione. Il disco me l’ero già salvato nella lista dei desideri su Bandcamp, promesso come uscita doom a suo modo epica ed atmosferica. Nel frattempo pure il Mazza si affrettava a segnalarmeli. Sapete, non è chiaro quali loschi interessi abbia lui, in Spagna, ma è sempre terribilmente attento a quanto esce dalla terra dei nostri (presunti) cugini in espadrillas. E quindi motivo in più per soffermarsi su di un disco doom (più o meno, ma adesso ci arriviamo) con un rudere in copertina e ad opera di una band che si chiama letteralmente “tutto male”. Ah, e il titolo dell’album, Graveyard of Joy, non completa magnificamente il pacchetto delle presentazioni?

Bene, veniamo al disco, chiarendo subito che col doom, inteso come lo si intende solitamente, c’entra e non c’entra. Ma in realtà è difficile anche considerarlo al 100% un album metal. Graveyard of Joy è fatto di paesaggi maestosi e di una magniloquenza che non disdegna affatto di sconfinare. Nel neofolk, ad esempio, influenza manifesta di brani come Misericordiah e Deliverance. O persino con qualcosa di molto più lontano rispetto alla nostra (presunta) area di comfort. Humanised Gods, per dire, è un brano davvero eccellente e non riesco a non pensare ai Simple Minds, mentre lo ascolto. Esagero? Forse, ma i Simple Minds sono stati una cosa molto seria, nel loro settore, credetemi, se non lo sapete già.

Come si arriva così lontano dal “nostro mondo” in un disco targato Season of Mist? Beh, relativamente semplice. Già la traccia di apertura, Mare Ignis, evidenzia una vicinanza più con il prog in alta fedeltà di un Devin Townsend che non con il doom lercio e lurido sul quale mi soffermo più spesso. Orchestrazioni, vocalizzi eterei, suono grandioso. Effettivamente tutto molto definito, molto dettagliato. Tutt’altro che un rudere sonoro come, che so, certe sonorità basate su riff rozzi e fuzzosi e batterie da carpentiere. D’altronde i due TodoMal sono polistrumentisti navigati, curriculum pluriennali su Metal Archives e due liste di band e collaborazioni, decine di nomi. Di cui io non conosco nulla, sicuro che Mazza però sa vita, morte e miracoli di molti di loro. I due polistrumentisti sono anche produttori. Bravi, si sente, e infatti Graveyard of Joy suona decisamente bene. Composizione e produzione una cosa sola, un risultato quasi maniacale. Le canzoni?

Beh, pure quelle sono molto belle, sennò uno come me non ci arrivava, magari, a dilungarsi così tanto e a riascoltare a ripetizione un disco pulito e stirato a puntino. Io che fatico ad apparire decente pure quando vado a lavoro. E che non sono grande fan di quei dischi che capisci che dal vivo li riproduci solo se fai affidamento su parecchie basi registrate. Però Graveyards of Joy è parecchio bello. Bello per davvero. Dicevo dei Simple Minds, forse ce la faccio invece a fregarvi e tirare in ballo il Rome meno essenziale. In fondo cosa pensate che suoni, Rome, quando si affida ai synth, se non una musica figlia di certo pop maggiore anni ’80. Gli Ulver manco li nomino, che poi partono le battute.

Però passa anche per un disco doom, questo qui. Chiediamoci il perchè. Facciamolo analizzando la stessa Graveyard of Joy, traccia in chiusura. I riff ribassati, la lentezza solenne, ok, sono tutti elementi familiari con il concetto di musica del Giorno del Giudizio. Ma più ancora che un paio di elementi lessicali, è il tenore del discorso che si sposa in fin dei conti con quella parolina inglese meravigliosa di quattro lettere nella quale ci rifugiamo tutti noi che ci crogioliamo nello sconforto. Solo che, come dicevo, qui non potremmo farlo con immaginario macabro, mefitico, nemmeno con quella depressione cui i Warning ci hanno viziato già tanto bene. Non andrà tutto bene, questo no, per carità. Ma sarà meraviglioso. Sarà grandioso, maestoso. Le fronde occulteranno quanto di osceno sarà rimasto in piedi, dell’opera dell’uomo. I cervi, a testa alta, faranno di nuovo capolino spavaldi, padroni delle nuove foreste. L’acqua, a furia di scorrere, tornerebbe pulita, goccia dopo goccia. Noi non ci saremo, ovvio, non sarebbe possibile tanta bellezza, altrimenti. Non è magnifico perdersi in certe fantasie? (Lorenzo Centini)

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