Adriatic Thunderforce: il racconto del Frantic Fest 2026
Francavilla al mare come Langhus, l’Abruzzo come il sud di Oslo. Se chiudi gli occhi e ci credi intensamente, quarant’anni dopo, magari riuscirai ad avvertire lo stesso freddo di allora, fissando la “foto opportunità” messa a disposizione dallo staff del Frantic alle porte del Tiki Taka. Una maniera per citare una delle foto promozionali più famose dei Mayhem. Una suggestione che strappa il sorriso, ma non riesce nemmeno l’immaginazione a far calare di qualche grado in meno la temperatura di un ferragosto bollente del centro Italia. Per fortuna il party di apertura del festival, come oramai di consueto, arriva praticamente al tramonto, regalandoci due realtà locali come gli estremi No More Fear e il crossover a là Linea 77 degli esordi (ma con pronuncia migliore) degli H-Strychnine. Un modo per scaldare i motori prima dell’accelerazione iniziale di uno dei festival metal italiani oramai più longevi in circolazione. Quest’anno con band provenienti da oltre una dozzina di nazioni diverse (se non vado errato, 14, considerando anche le doppie basi operative) e alcune novità che citeremo nel corso della narrazione.
GIORNO 1

L’annoso compito di aprire le danze nello stage tenda spetta ai thrasher URAL, seguiti dai CRAWLING CHAOS, autori di un death metal tecnico ed evocativo con testi ispirati alla letteratura. A proposito di cultura, sono i primi a invitare alla parità dei sessi durante le bestemmie del pubblico (poche Madonna e troppi Dio, a loro giudizio). Subito dopo ci accolgono i DAWN OF A DARK AGE: potremmo definirli quasi progressive black metal, nel loro approccio spesso proiettato a generosi movimenti sonori estesi, sfruttando gli elementi percussivi con un tocco folk, che si alternano ai tipici riff a grattugia. Un po’ Wardruna un po’ Primordial.
Dopo di che si aprono i cancelli del palco grande e con una certa gioia si nota subito un dettaglio rispetto alle scorse edizioni: lo spazio laterale all’ombra che un tempo era destinato al merchandise delle band è stato spostato un po’ più distante per donare agli spettatori un maggior numero di luoghi di riparo dal sole feroce. E che ci siano temperature proibitive se ne accorgono anche i NECROT, che esordiscono subito con un: “Lo sappiamo che fa un caldo fottuto, ma vi chiediamo di fare un circle pit”, e qualche eroe si immola c’è comunque. Luca Indrio, cantante e bassista, è cresciuto in Italia (inizialmente nella scena punk/hardcore/crust nostrana) e poi è diventato uno dei cosiddetti cervelli in fuga. Scelse la California, precisamente Oakland, per fondare i Necrot nel 2011 insieme al batterista Chad Gailey e ora è un punto di riferimento per l’underground estremo d’oltreoceano, avendo suonato in altre realtà di peso della Bay Area come Vastum e Acephalix. Tornato in Patria per un nuovo saluto (erano stati già nei pressi, a Pescara, circa otto anni fa), ci mostra un saggio delle feroci qualità della scena old school death metal americana contemporanea. Pochi fronzoli, tanta sostanza, unendo la pesantezza granitica e il ritmo bellico dei Bolt Thrower ai raddoppi di chitarra e le atmosfere maligne dei Morbid Angel.

Dai rallentamenti cupi e catramosi si passa agli austriaci PERCHTA, che sul palco mostrano il teufelsgeige (il cosiddetto violino del diavolo) e il salterio a percussione, ma soprattutto un notevolissimo trucco e parrucco esoterico da boss fight di Dark Souls III conforza 8, costituzione 9, intelligenza 21 e risorse di mana praticamente infinite. L’unico neo, ahimè bello grosso, è che la loro amalgama di pagan black metal impastato di Moonsorrow non è molto originale, così come le melodie da banshee non riescono a dare longevità all’esibizione, tenuta in piedi più che altro dall’aspetto folkloristico.
In un comportamento del tutto in antitesi rispetto ai predecessori ci sono i WARNING, che sono tornati dopo una pausa di praticamente vent’anni, il tempo che si è dato Patrick Walker per sperimentare lo slowcore con i suoi 40 Watt Sun. Nonostante congelare i progetti spesso non faccia bene alle realtà musicali, i Warning hanno sfornato un degno successore dell’ottimo Watching from a Distance. Doom caldo, malinconico ma non luciferino. C’è da maledire qualche raggio di sole di troppo che ancora fa capolino in prossimità del palco e un po’ nega loro quella atmosfera più notturna che avrebbero richiesto. Gli applausi (per quanto a volte timidi) ci sono e del tutto meritati.
Si continua nel segno della qualità con gli SCORPION MILK, creatura del musicista e cantante Mat McNerney, già all’attivo con numerosi progetti come Hexvessel. Si presentano come apocalyptic post-punk, ma in realtà fanno un ottimo revival di diverse realtà in odore di rock gotico che va dai Bauhaus ai Siouxsie and the Banshees o i Killing Joke. Trequarti d’ora adrenalinici, ma purtroppo solo un disco all’attivo: è ora di rimpinguare un po’ l’arsenale e di sostenerlo poi su bandcamp.

Ci si aspetta una nuova uscita anche dai SACRED REICH, alfieri di quel crossover thrash americano in bilico tra sarcasmo e denuncia sociale. Nonostante qualche cambio di formazione suonano ancora energici e divertenti come decenni fa. Duri nei riff (tre brani da The American Way), dolci con chi merita (Phil Rind offre un plettro a una bimba in transenna, e poi si incazza perché un fan lo prende al suo posto e lo fissa finché non restituisce il malloppo), hanno un tiro che diverse altre band del settore vedono con il binocolo. Anche perché una cover di War Pigs se la possono permettere in pochi, figuriamoci alle pendici dei sessant’anni. Verso la fine dello show, Rind consiglia agli spettatori di andare sull’altro palco a seguire gli SPIRITUAL FRONT, e questi ultimi, a loro volta, dedicano un brano ai primi. Ma, come diceva Mr. Wolf, non è tempo di farsi i pompini a vicenda, o forse sì, considerando che Simone “Hellvis” Salvatori e soci portano sul palco soprattutto i loro dischi più riusciti e sensuali, ovvero Armageddon Gigolò e Rotten Roma Casinò. Lavori permeati di quel noir folk cabaret e altri seicento aggettivi che la pagina Wikipedia fatica a contenere. Sullo sfondo, frammenti di cinema d’autore anni sessanta (da Lou Castel fino ad Anna Magnani) e una discreta dose di ironia. Con Salvatori, in una mise un po’ bowieana del tour di Sound and Vision, a introdurre una falsa cover di Scream Bloody Gore dei Death e una volontaria storpiatura della loro Jesus Died in Las Vegas, cambiando la località in Francavilla.
Chi mette sicuramente in difficoltà le varie catalogazioni è anche Franck Hueso con il suo progetto CARPENTER BRUT, uno spumante dal gusto thriller? Non proprio. L’esibizione dell’artista francese è un connubio tra una colonna sonora pompata di un boomer shooter alla Quake (quindi il primo Trent Reznor), un grammo di synthwave e le bollicine dei Daft Punk. Il tutto versato in un bicchiere rosso fuoco tra visual epilettiche quanto accattivanti. Uno di quegli spettacoli in cui la prima fila non ha molto senso ed è molto più strategico godersi l’intero agglomerato magari in zona mixer, in una sorta di clima tra una discoteca cyberpunk e una sparatoria di Hotline Miami (ha contribuito a musicare il secondo capitolo). Gli unici momenti in cui emerge la voce è quando esorta il pubblico a scatenarsi e, ovviamente, la consueta cover di Maniac da Flashdance, a dimostrazione di come Franck Hueso sappia mescolare sapientemente svariati riferimenti della cultura pop a un rivestimento metallico che continua a funzionare molto bene.

L’onere di chiudere la serata spetta ai VÍGLJÓS. Il progetto si fonda su un’oscura interpretazione dell’apicoltura e della mentalità ad alveare, e i musicisti si presentano sul palco con il volto celato da antiche maschere protettive simili a cesti di vimini rovesciati. Una scelta visiva dall’indubbia valenza poetica e rurale; eppure, complice la stanchezza della mezzanotte e qualche birra in corpo, la suggestione di trovarsi di fronte a una gang di ventilatori antropomorfi, pronti a vomitarti addosso il rancore per averli tenuti accesi tre mesi di fila, finisce per prendere il sopravvento. Si tratta, in ogni caso, di un rigetto sonoro di primissima qualità, saldamente radicato nella scuola dei Darkthrone e in quella specifica corrente di black metal crudo e primordiale: un filone in cui il ronzio esasperato e il tremolo picking continuo delle chitarre chiudono magistralmente il cerchio concettuale, replicando in musica il ronzio e l’assalto letale di uno sciame. Così come per l’opening party e la seconda giornata, alcuni degli spettatori possono tornare in zona Pescara attraverso un servizio straordinario della linea pubblica TUA 21.
GIORNO 2

Quel sole bastardo marcirà su di noi, citando qualcuno, anche nel secondo giorno di festival, con una presenza di pubblico in crescita rispetto alla prima sera. A bussare sulla porta della tenda ci pensano i MIND KNOT con il loro math noise, poi è il turno dei locali 217, il cui cantante decide di entrare a gamba tesa sul pubblico con un crowdsurfing che ha del coraggioso. Tra alcune dediche (una a Jennifer Finch, la bassista delle L7 morta recentemente di cancro) e un buon hardcore laido che ricorda un po’ gli Anti-Flag degli esordi, la mezz’ora scorre via che è una bellezza. Nota negativa: il basso dal vivo non è così in evidenza come nei loro dischi; nota positiva: ho rincontrato il frontman Ivan Di Marco alla fiera del disco di Silvi Marina pochi giorni dopo e mi ha venduto un ottimo Street Hassle di Lou Reed, degli anni Ottanta, near mint a 15 euro. E sì, il vostro “E ‘STI GRAN CAZZI?” potrà pure essere potente, ma l’attitudine death metal dei PHOBOCOSM lo è di più: nonostante alcuni problemi tecnici iniziali, sono questi ultimi a far partire una sorta di triade di esempi del settore che vedremo nel corso della seconda giornata del Frantic. Loro declinano il death nella maniera più fosca, cerebrale e claustrofobica. Con inserti doom che non stuzzicano l’impatto frontale del moshpit, ma lavora per accumulo di tensione, costruendo un muro di suono monolitico che sembra congelare l’aria sotto il palco nonostante ci si accalchi sotto il tendone per sfuggire alla calura.
Poi arrivano, sul palco grande, gli OBSCURA, e ci spostiamo verso l’accuratezza quasi chirurgica del death metallico più tecnico ed evoluto. Sul palco la formazione guidata da Steffen Kummerer trasforma l’esibizione in una dimostrazione di forza stilistica e disciplina esecutiva, dove la complessità delle strutture non diventa mai troppo riccardona né va mai a scapito della potenza d’impatto. In bilico tra i Death e i Pestilence di una volta, la scaletta muove dalle battute iniziali con Silver Linings ed Evenfall, trovando subito il favore della platea, per poi toccare vette tecniche con la solenne Akroasis e l’immancabile classico The Anticosmic Overload. Il blocco finale alza ulteriormente il livello di tensione con trame spietate come The Sun Eater e Septuagint, sfociando nella chiusura affidata alle note di On the Origin of Primal Expression. Kummerer, per niente affaticato, chiude il conto battezzando divertito un alligatore gonfiabile lanciato in scena come “Krokodilo Siffredi”, tra l’ilarità generale.
Rispostandoci in tenda ci accolgono i FOSSILIZATION, che sono in tour proprio con i Phobocosm. Brasiliani, nati come progetto parallelo di membri dei Jupiterian, convertono la materia sonora del death in una vera e propria colata d’asfalto. La proposta attinge a piene mani dalle sonorità marcescenti di band come Incantation e Dead Congregation, rallentando le metriche fino a toccare cadenze funebri per poi esplodere in accelerazioni monolitiche. Ben si innesta con un growl cavernoso che sembra emergere dal fondo di un abisso, mentre la sezione ritmica sorregge l’architettura dei brani con una violenza pura e priva di orpelli.

Altro che il tipico “Come to Brazil” da commento sui social, sono loro i veri artisti che arrivano di gran carriera. E dopo i Phobocosm, continuiamo con la musica carioca dei RATOS DE PORÃO, crossover thrash leggendario tra impeccabili bestemmie italiche e dosi di sarcasmo politico oltre ogni limite. La scaletta pesca a piene mani da quello che forse è il loro capolavoro (Brasil), dal loro più sottovalutato (Homem Inimigo do Homem) e dal loro esordio (Crucificados pelo Sistema). “Facciamo questa roba da oltre quarant’anni”, sostiene il corpulento João Gordo, che poi incrocerò a godersi i Voivod nello spazio fotografi; e lo fanno ancora in maniera entusiasmante, con le prime file che diventano una tonnara.
È poi il turno dei nostrani PLAKKAGGIO, che è più che altro un ritorno, visto che il progetto parallelo 666 aveva fatto da headliner alla giornata di apertura del festival, e infatti non mancano i riferimenti agli 883/666 sia sul palco che al banchetto del merchandise. Di Colleferro, da oltre vent’anni portano il loro punk/metal in giro, in un ibrido tra la fascinazione odierna di divenire dei discepoli dei Punkreas e l’ambire a diventare la colonna sonora della sigla della prossima serie di Zerocalcare su Netflix.

Si manifestano poi i VOIVOD, che già dal firmacopie Tsunami della loro biografia nel pomeriggio erano scesi in campo con una novità importante: Eric “E-Force” Forrest sostituisce momentaneamente Snake alla voce per un problema di famiglia. Forrest si conferma un performer di livello, rispetto al periodo di metà anni Novanta: non ricopre anche il ruolo di bassista eppure si muove come un frontman nato senza alcun tipo di imbarazzo. C’è qualche rarissima sbavatura su un testo o un attacco (in un anticipo di strofa di Astronomy Domine mima il gesto di spararsi), ma considerando il poco preavviso che ha avuto per saltare in moto a questa avventura estiva possiamo affermare che abbia fatto una performance strepitosa. Si passa in scioltezza dal prog psichedelico già citato all’hardcore ruvido del pezzo eponimo, sino a qualcosa di più orecchiabile con il classico Fix My Heart. Ovviamente ascoltare Nanoman e Rise con questa lineup ha tutt’altro sapore. I Voivod non deludono mai, manco se volessero, invincibili alla sorte avversa sin dal 1982. A breve leggerete la mia intervista ad Away, batterista e unico membro presente in tutte le incarnazioni della leggenda canadese. Lo spostamento dell’ormai famoso quiz Sarapanda verso l’ora di cena aiuta me a portare a termine la missione e, in generale, gli spettatori a fare una piccola pausa di riassorbimento ed evitare di ingozzarsi in transenna per perdere qualche artista.
Bando alle ciance però, che ci sono successivamente i CRIPPLE BASTARDS a sgomitare, una garanzia oramai da decenni. Forse la forma più pura e intransigente di nichilismo grindcore e misantropia sonora. È sempre un piacere ascoltare classici generazionali come Misantropo a Senso Unico, nonostante tutto però non c’è alcun cedimento nostalgico o tentativi di ammorbidimenti di mestiere: la formula sul palco si basa ancora su un’aggressività chirurgica, nella quale oltre trent’anni di attività si traducono in una padronanza tecnica possente e una brutalità primordiale. Il batterista Raphael Saini ha poi condiviso sui social una immagine scattata assieme proprio al precedentemente citato Away dei Voivod, lodandone la sua unicità, ma anche lui non scherza.

Due performer sperimentali come headliner in altrettanti giorni certificano quella che forse è stata l’annata più coraggiosa del Frantic, che però a questo giro hanno scelto una vecchia conoscenza, IGORRR. Un progetto che era già passato per Francavilla, pur se con un budget di scena non altrettanto imponente. Anche perché sono passati un po’ di anni e la posizione di questa realtà sonora è ben che consolidata, in questo ibrido tra i Mr. Bungle di Disco Volante (Trey Spruance non passava per caso di lì, quando è stato chiamato a collaborare pochi mesi fa) e le parti più femminee che vanno tra ispirazioni dei Diablo Swing Orchestra e altre che sfiorano persino i Theatre of Tragedy. Metal, influenze arabeggianti, un mini-encore fatto di drum & bass tra alcuni capisaldi Daemoni, Nervous Waltz, ADHD, ieuD, Polyphonic Rust, Downgrade Desert. Certo, i defender più intransigenti tra il pubblico si scambiano sguardi perplessi, un po’ come se avessero appena assistito a uno spettacolo del Cirque du Soleil in salsa metal, eppure il magnetismo teatrale di una simile rappresentazione finisce per rapire diversi tra i più scettici.
Prima del dj set, è il turno del terzetto JIG-AI a far calare il sipario sulla seconda giornata del festival. I cechi dai pronunciati versi gutturali, che ammiccano all’oriente, suonano un grindcore ignorantissimo che si rifà al Guro, un sottogenere di anime e manga caratterizzato da iperviolenza, mutilazioni ed erotismo estremo. Parossismo sonoro a palate della scuola Regurgitate ed Haemorrhage, con il pig squeal più vicino ai Cock and Ball Torture. L’unico vero difetto è che dal vivo si palesa meno la loro ispirazione orientale e a tratti si avvicinano a un qualcosa di un po’ più generico.
GIORNO 3

La giornata di epilogo, son convinto, sarà quella più economicamente soddisfacente per chi cura lo stand del facepainting; mentre mi azzardavo in questi e altri pronostici, sul tenda stage passavano i giovani SLYTHER, che suonano thrash vecchia scuola. Dopo di loro arrivava una delle migliori sorprese del festival, il progetto BIANCA, a cavallo tra black, doom e goth. La formazione condivide chitarrista e batterista con i Patristic e suona originale, complice anche la bravura della cantante che alterna da sola le tipiche voci da bella e la bestia con qualche timbro del registro di Diamanda Galás periodo The Litanies of Satan. Da sentire e risentire. Enrico “E.S.” Schettino e Sathrath nemmeno devono scendere dal palco per l’atto successivo, il massimo della pigrizia, perché poco più tardi tocca ai PATRISTIC, dove il black è ancora di casa ma in maniera più viscerale, incrociando i gusti degli appassionati di Behemoth ed Ulcerate, con tematiche che approfondiscono temi come l’Impero Romano e le crociate.
Un po’ più da impatto invece si dimostrano i THE CROWN, che ci accolgono con le loro bordate di death thrash e con riff che potrebbero far cadere gente dal palco, se non fosse che il frontman Johan Lindstrand è una roccia a prova di qualsiasi spostamento coatto. La sua presenza scenica è muscolare, non è il tipo che si perde in chiacchiere tra un brano e l’altro per far rifiatare i presenti; semmai ti ricorda che questo è il loro ultimo tour, incoraggiandoti a celebrarlo al meglio con delle sane scapocciate. Suonano non poco del loro miglior lavoro, Deathrace King, con un tiro ancora pazzesco. Accingersi al sipario quando sei ancora nel pieno delle forze per poterlo strappare per bene, questo è lo spirito giusto.
Dopo di loro arrivano i MEPHISTOFELES, power trio dall’Argentina. Un misto bello zozzo tra stoner, doom e rock occulto. Insomma, una versione un po’ più garage degli Electric Wizard, con la differenza che questi ultimi oramai fanno un paio di date l’anno e quasi sempre dall’altro capo dell’Europa. Confesso che su disco non mi avevano fatto lo stesso effetto, ma la maniera in cui sono aperti alle improvvisazioni fa dei Mephistofeles una band ideale da metà pomeriggio e saranno anche tra quelli più disponibili al banchetto merch per una chiacchierata.

Sul palco grande è poi il turno dei DØDHEIMSGARD, nati a Oslo oltre trent’anni fa, che con gli anni hanno abbandonato le rigidità della scena per inoltrarsi nei territori dell’avant-garde. Già con il terzo album 666 International avevano introdotto gelide atmosfere industrial e divagazioni jazzistiche, dimostrando una rigorosa disciplina compositiva all’interno di un approccio folle e del tutto inedito per il genere. Il cantante Yusaf “Vicotnik” Parvez sguazza sul perimetro del palco come un folletto, facendo impazzire fotografi e membri della band tra incensi, strane polveri da spiaccicare nella faccia ed espressioni stravaganti. Rappresentando un valido ausilio alla dissonanza con i conterranei Ved Buens Ende.
Arriva poi il momento degli EVOKEN e del loro funeral doom d’elite, condensato in una sorta di best of di carriera che pesca un po’ da tutti gli album della ispirata band, oramai agli sgoccioli del loro Mendacium tour. C’è da riconoscere loro il grosso merito di aver preso le atmosfere romantiche, esoteriche e decadenti della scuola nordeuropea e averle ibridate in modo definitivo con la fisicità oppressiva del death/doom di matrice statunitense.

Quando i VENOM INC. salgono in scena, l’ultimo appiglio al glorioso marchio che tentano di evocare è il solo Dolan. Perso per strada Jeffrey Dunn (allontanatosi a seguito dell’ennesima disputa scoppiata in seno a un gruppo da sempre litigioso) il ruolo di chitarrista finisce nelle mani di Curran Murphy. Un professionista impeccabile, abituato a tappare i buchi nelle formazioni altrui, ma che con lo zolfo sgangherato dei Venom condivide giusto l’ossigeno nella stanza. Con questo non voglio dire che uno debba appositamente zappare sullo strumento per sembrare più fedele all’originale, ma subire un minuto di tapping forsennato a un concerto derivato dal nucleo di Newcastle è un po’ come montare un alettone su un trattore. Un fuoritema totale, esattamente come la scelta di usare comunque i classici degli esordi quando sul palco non c’è più nessuno che possa salvarti dall’etichetta di tribute band di lusso. Sarebbe stato sufficiente limitare i danni rifugiandosi nella scaletta pienamente impostata su Prime Evil, e invece tocca cuccarsi quarantacinque minuti di thrash metal palestrato e, a tratti, chitarristicamente iper-tecnico che non puzza minimamente di inferno.
Più fedeli alla loro tradizione sono invece i WOLFBRIGADE, conterranei dei The Crown, che qualcosa da celebrare l’hanno anche loro: i trent’anni di carriera, considerando il loro primo moniker, scanditi da un D-beat incessante che mischia con sapienza l’attitudine dei Discharge con la voce tabagista alla Motörhead, e che ha fatto davvero piovere spettatori in stage diving sugli affaccendati uomini della sicurezza.

Arrivano poi i MAYHEM, tra cui svettano il gigantesco Attila e il glaciale Necrobutcher, mentre Hellhammer resta celato da una batteria alta come un grattacielo. Sembra che a ogni lustro gli aumenti qualche tom o piatto, un po’ come leggere le età degli alberi attraverso i cerchi dei tronchi: non si vede, ma si sente, tantissimo, scandire la musica e soprattutto il tempo che passa, in quello che sembra essere una scaletta cronologica alla rovescia della formazione norvegese. Il primo atto si concentra sul materiale post-Duemila. Il secondo atto è dedicato all’imprescindibile De Mysteriis Dom Sathanas. L’atmosfera si fa liturgica, soffocante. Attila Csihar domina il palco come un sacerdote oscuro, muovendosi tra fumi d’incenso, teschi e paramenti scenici che sfiorano l’orrorifico. Infine, il terzo e ultimo atto racchiude insieme l’era di Deathcrush e le origini di Pure Fucking Armageddon. C’è spazio anche per la celebre immagine con la quale abbiamo aperto il report. Tutto torna, tutto si ricongiunge. Una Messa in tre atti che vale quanto una lezione di seduta spiritica con i fantasmi di ieri e di domani.
Non ci sarebbe altro da aggiungere, nella sala gremita del palco principale quasi in religioso silenzio a fine concerto, se non un rigoglioso rutto che viene dalla tenda. Si tratta di un’altra dose di crust punk, che a mezzanotte e mezza è come l’ultimo caffè la sera: sai che ti farà male ma cazzo se ti sveglia. Si tratta degli SKITSYSTEM, ex progetto parallelo di scuola At the Gates per la prima volta in Italia, appartenente alla seconda generazione di punk svedese e fabbricato su un muro di chitarre e una energia caotica che chiude a effetto questa tre giorni di esibizioni cocenti. Prima che Il Vescovo faccia iniziare (anche) la sua messa, che infiniti lutti addusse ai puristi.
Mentre mi avvicino verso la macchina, mi vengono in mente le parole di Luca Indrio nei Necrot:
“Dove sono i ragazzini di quindici e vent’anni che si sono rotti il cazzo di questa merda?”
Una domanda retorica che però ha fondamento nel nostro contemporaneo, dove il ricambio generazionale nel pubblico stenta sempre un po’ a manifestarsi, anche perché i più giovani sempre più raramente si agganciano a queste sonorità tramite una radio o televisione, ma persino attraverso un reel. Tanti buoni consigli, ma manca chi ti dà il cattivo esempio, chi va fuori le righe e ti spinge fuori dall’ordinario. Così l’ascolto dell’estremo non è più una forma di ribellione nei confronti dei propri genitori, semmai sono proprio papà e mamma che ti portano in contesti simili e ti incoraggiano ad ascoltare questa musica. In questo scenario moderno, il Frantic resta tra le realtà più vicine alle nuove generazioni rispetto ad altri festival. Per il suo modo di comunicare, per le forme di accoglienza verso nuclei di qualsiasi età, per i prezzi onesti e per il poco interesse a far del banale gatekeeping brontolone. Finché ci sarà il Frantic Fest, Luca Indrio (e non solo) troverà ancora nuove giovani mani alzate la prossima volta. (Federico Francesco Falco)
