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OBSCURA – Akròasis

18 aprile 2016

obscura-akroasis-album-cover-art-300x300Mi ero preso una violenta cotta per gli Obscura ai tempi del terzo album Omnivium. In quel preciso momento il techno-death onanista alla Spawn of Possession stava prendendo piede in maniera preoccupante, quindi ascoltare qualcuno che si rifacesse ai Death e, sin dal moniker, ai Gorguts fu una boccata d’aria fetida. Col senno di poi, credo di averli un po’ sopravvalutati. Purtroppo la band di Steffen Kummerer (il quale, lo ricordiamo, è l’uomo dietro i Thulcandra, adorabile gruppo clone dei Dissection) non sfugge ai limiti endemici dei gruppi crucchi che abbiano la tracotanza di discostarsi dai sacri dettami del metallo tetesco salsiccia e patate. Ovvero, tutto preciso, tutto pulito, tutto quadrato. A latitare sono la personalità e i guizzi creativi veri. Oltre a una line-up come quella che aveva inciso Omnivium, nella quale svettava il mostruoso ex bassista dei Pestilence, Jeroen Paul Thesseling. Formazione della quale oggi è rimasto il solo ingegner Kummerer, il che può spiegare non solo perché Akròasis esca a ben cinque anni di distanza dal predecessore ma anche perché, al confronto, costituisca un passo indietro così brusco.

Crediti alla mano, i ragazzi nuovi hanno partecipato in maniera attiva alla fase di composizione e il risultato è un ulteriore, pressoché definitivo, ridimensionamento di quelle reminescenze anni ’90 che avevano reso gli Obscura così graditi a noi vecchiacci con il santino dei Nocturnus nel portafogli. Al loro posto riff stantii e risaputi, derivati di un genere già da tempo putrefatto quale il melodeath figlio dei tardi Dark Tranquillity, come quelli che animano Sermon of the seven suns e Ten sepiroth, di certo non aiutate da una produzione piatta e senz’anima. È stata inoltre approfondita la vena psichedelica e progressive alla Cynic. Ed è proprio qua che la hybris fa i danni maggiori. I quindici e minuti e passa della conclusiva Weltseele non vanno da nessuna parte e le uniche botte di ispirazione genuina arrivano a tempo ampiamente scaduto. Nè può dirsi un buon segno che i brani più convincenti siano quelli più diretti e meno elaborati, come la groovosa The monist o la mia preferita, Fractal dimension, dalla rassicurante coda schuldineriana. Almeno in parte, sarà questione di gusti. Se amate questi suoni, una chance ad Akròasis datela lo stesso, un pezzone come Ode to the sun potrebbe valere comunque il prezzo del biglietto. (Ciccio Russo)

7 commenti leave one →
  1. 18 aprile 2016 15:00

    Ho ascoltato poche volte questo Akroasis con aspettative molto alte e devo dire che l’unica cosa che riesco a provare stavolta è la noia. Tutti bravissimi, un applauso al “nuovo” bassista che finalmente esordisce su disco, e ai vari panzerballet e Fountainhead.

    Purtroppo è un disco, per quanto mi riguarda, che non può essere considerato indipendentemente dalle faccende burocratiche che ne hanno caratterizzato lo sviluppo, la registrazione, e la fase appena seguente, con l’indegno benservito di Fountainhead e la inevitabile sequela di critiche allo stesso Kummerer, anche da parte dei fuoriusciti Grossman e Muenzner.
    Insomma, Kummerer non ne esce per niente bene, e il suo silenzio su tutta la faccenda non fa che alimentare la mia idea che sia semplicemente il tipico tizio che si trova al posto giusto, al momento giusto, e con i musicisiti giusti.

    Poi alla fine dei conti deve essere comunque la musica a parlare, e in questo caso non mi dice proprio nulla

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    • 18 aprile 2016 16:05

      Mi ero perso l’affaire Fountainhead, grazie per la delucidazione.

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      • 18 aprile 2016 23:13

        non ho volutamente riportato i fatti perchè quelli sono più o meno disponibili in giro per la rete, e di prima mano :) c’è da divertirsi comunque eheheh

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  2. fredrik permalink
    18 aprile 2016 16:52

    pensa te che io preferisco di gran lunga i thulcandra a sti mappazzoni di note.

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