Keene è il nuovo Mustaine: THE FACELESS – In Becoming a Ghost

C’è stato un periodo della mia vita da metallaro in cui andavo attivamente alla ricerca di gruppi tipo i The Faceless. Più o meno è stato in concomitanza dell’uscita di Cosmogenesis degli Obscura che, non so perché, m’aveva mandato in fissa con questo miscuglio di technical death metal e progressive. Per fortuna la cosa è passata abbastanza in fretta, ma i californiani mi erano sempre sembrati un gruppo valido in mezzo a tanto fango. Più che altro i primi due album, Akeldama e Planetary Duality, erano molto freddi e asettici, ma la freddezza era voluta: un effetto ricercato, una sorta di robotizzazione dei suoni appositamente alienante. Autotheism già era tutt’altra cosa: molto più progressive pur mantenendo tecnicismi vari, riusciva anche ad essere più raffinato ed epico. Per In Becoming a Ghost (uscito a dicembre), Keene ha deciso che ancora una volta doveva licenziare tutti e rimanere l’unico membro stabile della formazione (nel senso che è rimasto solo lui). Il problema è che certe cose, o sei Chuck Schuldiner, o non puoi farle troppo a lungo.

“È per questi motivi che ho deciso che sei fuori dal gruppo”

Questo loro suo nuovo album è proprio poco ispirato. Oltre ad essere freddo, questa volta è anche vuoto, perché non puoi aspettarti di cacciare un bassista come Evan Brewer – un artista che è riuscito a pubblicare due album solisti che non annoiano già alla prima traccia – occuparti tu del suo strumento e anche solo competere con l’uscita precedente. L’unica traccia buona è il singolo Black Star, che sembra per l’appunto uscito direttamente da Autotheism in quanto a sonorità. Il resto di In Becoming a Ghost suona più che altro come un’accozzaglia di riff manco legati troppo bene tra di loro. Il disco fatica anche a trovare un’identità propria. Prova prima con qualche riff un po’ più “alla Meshuggah” in Digging the Grave, ché tanto ormai va di moda. Dopodiché, in Cup of Mephistopheles si butta su qualcosa che forse, nelle intenzioni di Michael Keene, doveva essere vagamente industrial. Infine viene abbandonato qualsiasi tentativo di rendere più interessante e originale la proposta, rifugiandosi in un progressive scontato e noioso.

Può anche darsi che sia io a non essere più fatto per questo genere, non lo metto in dubbio. Fatto sta che il vocoder a venticinque anni da Focus ha un po’ rotto il cazzo. (Edoardo Giardina)

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