Avere vent’anni: CELTIC FROST – Monotheist

Ugh!

Iniziare ad avere “una certa” ha anche i suoi lati positivi: te ne frega molto meno delle opinioni altrui su temi – ovviamente – di scarsa rilevanza, ti importa il giusto essere presente a determinati eventi e assumi anchela maturità per fare scelte che possono condizionarti in modo rilevante e magari prima non avresti intrapreso. Tra gli altri lati positivi c’è l’aver potuto assistere a determinati concerti, aver visto alcune band nel loro prime, come dicono quelli smart, o aver vissuto in diretta la pubblicazione di album che hanno effettivamente lasciato il segno, cosa che avviene sempre più di rado. Non penso – come una certa vulgata vorrebbe – che “non esca più niente di buono”, perché, fortunatamente, vengono pubblicate decine di album ottimi ogni anno, ma quelli che sono capaci di fare storia a sé, di dire qualcosa di altro sono sempre più una rarità, soprattutto dopo circa ottant’anni di “musica popolare”. Monotheist dei Celtic Frost rientra in questa ristretta categoria e ricordo benissimo tanto il peso delle aspettative che si portava dietro quanto la spaccatura che si creò all’epoca. Anche se parlare di polarizzazione, per un disco che oggi viene giustamente considerato uno degli Lp “estremi” più importanti degli ultimi due decenni, sarebbe sbagliato. Perché se da una parte c’era chi fin da subito ne comprese l’importanza e il valore, una bella fetta di stampa e ascoltatori, pur senza parlarne male, vide Monotheist come un lavoro noioso, monotono e prolisso.

E “accontentare” tutti era praticamente impossibile, dato che il ritorno dei Celtic Frost era atteso da sedici anni, quando non si sapeva più se Tom Gabriel Fischer (e tantomeno Martin Eric Ain) sarebbero tornati a pubblicare qualcosa dopo il “meraviglioso fallimento” di Cold Lake – che a me, comunque, piace, condividendo la visione del Komandante Belardi – e il “ritorno al metal” di Vanity/Nemesis che, ancora vittima della macchina del fango che si era abbattuta sul suo predecessore, non aveva, in fondo, conquistato nessuno, nonostante la discreta fattura (forse a causa della temibile cover di Heroes).

La gestazione di Monotheist fu lunga e anomala: la reunion cominciò a prendere forma “in segreto” attorno al 2000, le prime sedute di registrazione partirono alla fine di ottobre 2002, nel 2005 il gruppo pubblicò il demo Dark Matter Manifest mentre l’album era ancora in corso e le lavorazioni si estesero fino al 2005 inoltrato, con incisione e missaggio fra Hannover, Winterthur, Zurigo, Kilchberg e Thalwil, anche con l’ausilio di Peter Tägtgren. Un lavoro che, per esplicita scelta dei diretti interessati, doveva “ritornare”, pur senza nostalgie, alle atmosfere più oscure dei primi due album e, al tempo stesso, guardare al futuro. Martin Ain spiegò anche che, mentre il gruppo cercava di tornare a essere i Celtic Frost, fu importante ripartire dalle radici di Hellhammer per capire che cosa volessero davvero fare; in altre parole, la reunion non fu nostalgica, ma “genealogica”. E per una volta non si trattò di una di quelle dichiarazioni da cartella stampa dei primi 2000, ma un preciso riferimento tematico, perché quell’Only Death is Real che, idealmente, chiudeva la parabola del pionieristico gruppo di Fischer e Aim è centro tematico, e non solo di Monotheist. Un lavoro difficile, stratificato, lento, inesorabile, implacabilmente profondo e disperato, che richiede parecchio tempo perché si entri nel suo macrocosmo di luttuoso abisso.

All’inizio, Ain e Fischer sembrano quasi prendere in giro l’ascoltatore con due brani che non sono affatto esemplificativi del mood dell’album: Progeny (come da titolo) e Ground semplificano un discorso più complesso e appaiono infatti un’attualizzazione delle sonorità di To Mega Therion e, soprattutto, Into The Pandemonium, con tanto di “Ugh!”iniziale. Due brani straordinari, perché il livello qualitativo è supremo, ma più canonici, che non aggiungono molto di nuovo a quanto fatto in precedenza (se non a livello di suono), come avviene invece con la successiva, monumentale, A Dying God Coming into Human Flesh, tra i migliori brani editi nel nuovo millennio. In assoluto. Ed è qui che inizia a “codificarsi” il suono di Monotheist che getterà le basi per i futuri Triptykon, in seguito alla separazione da Ain. Un brano in cui convivono più anime che partono dai primi lavori della band, passano per un doom tout/court e attraversano passaggi che – vuoi per suggestione, vuoi per altro – possono portare alla mente i Tool. Ci sono parti vocali proto black metal e un suono che… Be’, personalmente non ho mai sentito prima, né dopo, se non appunto nei Triptykon. Un suono malmostoso, cupo, mortifero, profondissimo, quasi quanto i testi e l’aspetto “concettuale” che muove l’intero progetto. Tale aspetto, interamente curato da  Tom G. Fischer e Martin Eric Ain è, infatti, del tutto incentrato su morte, autodistruzione e lotta con il divino, anche frutto delle profonda depressione che affliggeva Fischer e che diventerà, purtroppo, sempre più importante in futuro, come esplicitato in Melana Chasmata, che lo stesso autore ha tradotto come “grande e oscura depressione”.

In tal senso, Ground si apre con il grido biblico O God, why have You forsaken me?” evocando disperazione totalizzante; nella già citata  A Dying God… si menziona il freddo eterno in antitesi al concetto di morte; Drown in Ashes esplora la vendetta e l’odio (As you perish I shall live), rendendo tale contrapposizione più esplicita attraverso l’uso della voce femminile di Lisa Middelhauve in un brano che inserisce elementi “gotici alla composizione. Os Abysmi vel Daath, uno degli altri capolavori assoluti dell’album, prende il nome dal Liber di Aleister Crowley, nelle parole di Martin Ain uno strumento per “entrare liricamente nell’abisso”. Un brano che riflette la lotta contro l’ipocrisia e l’ego (I deny my own desire… lying one among the liars). Questo è il contesto in cui i due autori fondono riferimenti “accademici” (Crowley, filosofia dell’ego) a immagini apocalittiche e personali che trovano la loro conclusione nel Triptych finale diviso in tre parti ed aperto da  quella Totengott, monologo interiore al limite della psicosi, ultimo pezzo scritto con Ain e cantato da Ain stesso in presa diretta.

Un trittico che mette la parola fine ad un disco oscuro e impenetrabile come una pozza di petrolio e che si conclude, dopo la torrenziale e tutt’ora indecifrabile Synagoga Satanae, nel modo più coerente possibile, con una vera e propria “celebrazione” della morte, ossia un requiem strumentale di stampo sinfonico a dir poco struggente che funge anche da decompressione del non semplice ascolto. E che, purtroppo, segna anche la fine dei Celtic Frost che, tra dissidi interni tra i due autori e problemi legati all’uso del nome, finirono di fatto ancor prima della pubblicazione di un disco che – oggi si può dire con assoluta certezza – rivoluzionò ancora una volta la scena estrema, creando un magma sonoro che, ancora oggi, è di difficile classificazione. (L’Azzeccagarbugli)

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