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TRIPTYKON – Melana Chasmata (Century Media)

29 aprile 2014

Triptykon-Melana-ChasmataSono ormai settimane che ascolto a ripetizione Melana Chasmata e cerco invano parole adatte a restituire  un’idea, sia pur vaga e approssimativa, della grandezza di uno dei dischi metal più emozionanti e genuinamente belli degli ultimi anni. La parola “capolavoro”, ha riflettuto altrove Max, viene ormai utilizzata talmente a sproposito che si stenta a ricorrervi le rare volte nelle quali riuscirebbe opportuna. Perché Melana Chasmata è un capolavoro. Come ogni vera opera d’arte, stende al primo colpo e si manifesta subito come tale ma offre una ricchezza di sfumature e una molteplicità di livelli di lettura che disorientano, avvincono e costringono a una fruizione compulsiva e reiterata. Un affresco cangiante e angoscioso dove ogni volta c’è una pennellata sulla quale non ti eri soffermato prima, un nuovo particolare che ti cattura, il guizzo orientaleggiante (un sitar?) che colora Tree of suffocating souls, la lunga cavalcata verso l’abisso che apre le danze (come fece Goetia in Eparistera Daimones), piuttosto che l’assolo strascicato e straniante della splendida Altar of deceit.

Espressione e sbocco di un lacerante calvario personale che aveva rischiato di concludersi nel peggiore dei modi, il secondo lavoro dei Triptykon supera il già eccellente predecessore in immediatezza, coerenza interna e cura dei dettagli. Da alcuni punti di vista, a dimostrazione di quanto il progetto sia la prosecuzione naturale del discorso interrotto da Thomas Gabriel Fischer con il naufragio della reunion dei Celtic Frost, Melana Chasmata è forse più vicino a Monotheist, in virtù di una maggiore presenza della componente gotica (le suggestioni crowleyane dell’insinuante Boleskine House, la glaciale e dolorosa In the sleep of death, la desolata Aurorae, dove il musicista svizzero lascia emergere il suo amore per la dark wave inglese di inizio anni ’80, Sisters of Mercy in primis). E, come Monotheist, lascerà il segno, verrà esaltato, analizzato, portato a esempio anche a dieci anni di distanza. In tempi nei quali, nonostante il collasso dell’industria musicale tradizionale, continua a uscire molta più roba di quanta sia umanamente possibile seguire, spingendo noi appassionati a cercare di tenere il passo in maniera bulimica e spesso superficiale, Melana Chasmata ci costringe a tornare a fermarci a respirare, a concentrarci, ad assaporare lentamente le note, a consumare un album a furia di ascolti insistiti, come avveniva con quei dischi che, da adolescenti, segnarono la nostra vita. Per avermi fatto rivivere quelle sensazioni, per avermi ricondotto a questo approccio alla musica, sono grato a Thomas Gabriel Fischer, che a 51 anni si è scoperto uno degli interpreti più originali (perché nessuno suona quello che suonano i Triptykon come lo suonano i Triptykon), inquieti e ispirati dell’intera scena heavy metal.

16 commenti leave one →
  1. MorphineChild permalink
    29 aprile 2014 21:24

    un grande disco onorato da un grande pezzo. “Ogni vera opera d’arte stende al primo colpo e si manifesta subito come tale ma offre una ricchezza di sfumature e una molteplicità di livelli di lettura che disorientano, avvincono e costringono a una fruizione compulsiva e reiterata”. Dirlo meglio di così è difficile

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  2. Lorenzo permalink
    30 aprile 2014 13:27

    Grazie, Ciccio, per avermi costretto a rientrare in un negozio di dischi, alle otto e mezza di mattina, con una suora che entra mentre pago…

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  3. Snaghi permalink
    30 aprile 2014 15:59

    “…continua a uscire molta più roba di quanta sia umanamente possibile seguire, spingendo noi appassionati a cercare di tenere il passo in maniera bulimica e spesso superficiale” è una triste verità su cui ci sofferma poco a riflettere secondo me

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