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Avere vent’anni: SAMAEL – Passage

27 agosto 2016
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Samael-Passage-1996

Gli svizzeri sono gente strana. Dev’essere un effetto collaterale del vivere in un paese lindo, ordinato e noioso per definizione: posti del genere sono perfette incubatrici di angoscia e follia. Del resto Lovecraft sognava infiltrazioni dall’Oltre nel noioso, lindo e ordinato New England – non serve stirare tanto l’immaginazione per immaginare che in certi villaggi da cartolina del bernese si celebrino sagre paesane con sacrificio umano a sorpresa. E si comprende anche come proprio dalla Svizzera siano potute uscire band come Celtic Frost, Coroner e Samael, diverse ma accomunate da un modo obliquo di intendere la musica che se da una parte le ha rese imprescindibili, dall’altra le ha quasi sempre condannate ad essere eterni fenomeni di culto.

Rispetto agli altri, i Samael hanno avuto se non altro un certo vantaggio anagrafico che li ha portati ad emergere in un momento in cui la scena metal europea era in piena esplosione. Che fossero una bestia strana era stato chiaro fin dall’esordio Worship Him, ma furono i due album successivi a marcare il vero inizio della loro accelerazione tecnofila, trainata soprattutto dall’apporto compositivo del tastierista Xy: dischi in cui la materia grezza del black veniva man mano diluita in una colata di riff rallentati, atmosfere ritualistiche e infiltrazioni elettroniche sempre più presenti. Passage in questo senso segnò il raggiungimento della velocità di fuga. E oggi che il concetto di industrial black metal è del tutto assimilato, è difficile immaginarsi l’effetto che fece Passage allora, in un 1996 che pure di dischi strani e memorabili ne vide uscire parecchi. Fino ad allora i soli in Europa a giocare apertamente con certe sonorità erano stati sconosciuti eccellenti come i Mysticum o gruppi-cazzeggio estemporanei come i Diabolos Rising; toccò ai Samael, spalleggiati dall’allora onnipotente Century Media, rendere una volta per tutte accettabile l’uso massiccio dell’elettronica abbinata al metal estremo.

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Se questo sul lungo termine sia stato un bene o un male è materia da dibattito. Quel che non si può negare è che il disco con la luna in copertina rimanga un unicum, mai più eguagliato nemmeno dai Samael stessi. Ammaliante e passionale, eppure freddo e ostile come il vuoto fra le stelle. Sarà pur vero che nello spazio nessuno può sentirti urlare, ma Satana si sente benissimo ugualmente. Non è un modo di dire: Passage è disco luciferiano per eccellenza, un manifesto di rivolta e introspezione, volontà di potenza e ricerca dell’estasi. All’epoca Vorph, reduce dal suo primo viaggio in India, dichiarò che i Samael non avevano ormai più niente a che fare col canone black metal, né musicalmente nè ideologicamente. Ci sta – a dirla tutta, Passage non è forse neanche più definibile come metal tout court: è un qualcosa che avrebbero semmai potuto concepire i Laibach, se invece di studiare Marx e l’estetica degli anni ’30 si fossero rinchiusi in cantina con qualche micropunta e l’opera omnia di Herbert, Nietzsche e Crowley. Via i pentacoli, i laghi di zolfo e le madonne appese; tutto il circo veterotestamentario del black storico viene sorpassato a destra con una pernacchia. E il demonio? Si sente ancora bene, ma non viene nominato nemmeno una volta – rimane come Stella del Mattino, Prometeo in catene, archetipo del ribelle che porta luce e conoscenza. Proprio questo fa di Passage uno degli album più paradossalmente positivi che la scena metal abbia mai partorito: una marcia di riscossa spirituale scandita dai rantoli declamatori di Vorph, con l’impressionante lavoro all’elettronica di Xy a tessere atmosfere a un tempo cosmiche e abissali, capaci di aprirsi su improvvise fughe techno come su crescendo epici che non avrebbero sfigurato su Hammerheart, tra inni all’affermazione del Sè e canti di rinnovamento, discese in mondi interiori e rifiuto viscerale di ogni dogma.

Non sono mai impazzito per l’industrial metal, né prima né dopo Passage. Eppure, dopo vent’anni, l’album con la luna in copertina rimane tuttora uno dei miei dischi da isola deserta. Forse l’ho ascoltato troppe volte, e in modo troppo coinvolto, per poterne ancora dare una definizione ragionata. Anzi c’è anche il caso che sia un malato io, che ci leggo dentro tutte ‘ste cose. Ma intanto la gente normale quando sogna l’Utopia canta Imagine, mentre io canto A Man in Your Head. Perdonali Signore, perché non sanno che si perdono.

4 commenti leave one →
  1. Andrea permalink
    27 agosto 2016 16:39

    Imagine a me fa venire il nervoso.

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  2. Bonzo79 permalink
    2 settembre 2016 22:03

    usti mi era sfuggita questa recensione. beh che dire… aristocrazia del metallo.

    pezzo preferito https://www.youtube.com/watch?v=YspkLATomXk

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