CORONER @Traffic, Roma, 05.02.2016

coroner_traffic_2015Questo è ufficialmente il live report più difficile della mia vita. I Coroner sono uno dei miei gruppi preferiti, forse il mio preferito dopo i Voivod, se non contiamo i vari capisaldi che fanno parte della storia e del patrimonio di noi tutti (Sabbath, Maiden, Slayer eccetera) e, mo’ che ci penso, in vent’anni che scrivo di metallo tra fanzine, riviste e internet, questa è la prima volta che ho occasione di parlare in maniera un minimo approfondita di quella che considero la band più sottovalutata e sfortunata della storia dell’heavy metal insieme ai succitati canadesi. Nessuno ha raccolto così poco in proporzione a quanto ha dato come il trio svizzero. Almeno i Voivod, sfidando una malasorte accanitasi contro di loro in maniera particolarmente sadica, sono rimasti più o meno sulle scene con costanza e ora, dal vivo, stanno riuscendo a togliersi le dovute, seppur tardive, soddisfazioni. I Coroner manco quello. Il favoloso Grin, classe ’93, rimane, per ora, il loro testamento. Nell’intervista che uscirà tra qualche giorno, lo stesso chitarrista Tommy T. Baron mi ha confermato che lui e l’altro membro originale superstite, il cantante e bassista Ron Royce, sono al lavoro in studio. Marky Edelmann aveva mollato un annetto e mezzo fa proprio perché non interessato a una nuova avventura discografica. Io avrei preferito se il batterista (oggi sostituito dal validissimo Diego Rapacchietti, che aveva già suonato con Tommy nei 69 Chambers, progetto che coinvolge anche la moglie di quest’ultimo) fosse restato e se di un altro album non si fosse mai parlato. In questo caso rischia di essere veramente un’operazione pericolosa. Non si sa mai, però. Il metallo ci ha abituato a resurrezioni termonucleari che partivano da premesse dubbie. Pensate, beh, sempre ai Voivod.

Ammetto di non aver prestato troppa attenzione allo show dei thrasher ellenici Acid Death, dei quali ricordavo il full di debutto del ’97, Pieces of Mankind, non proprio un classico ma divertente, anche perché, sebbene l’intento fosse suonare tutto un altro genere, i riferimenti alla scena black metal patria erano scopertissimi. Apprendo ora che si sono riformati nel 2011 e hanno fatto altri due lp, l’ultimo dei quali, Hall of Mirrors, dell’anno scorso. Hanno un bel tiro e i greci mi stanno sempre simpatici a prescindere. Il problema è che sono in uno stato di delirio mistico prima ancora che i Coroner salgano sul palco e nella mia testa scorrono tutte le setlist che ho letto compulsivamente su internet nei giorni precedenti, fonti di aspettative sovrannaturali. Obiettivamente è stata la migliore scaletta nella quale potessi sperare. I primi tre album, per quanto splendidi, sono solo l’embrione del colosso che i Coroner avrebbero potuto diventare se avessero proseguito sulla scia di due capolavori incommensurabili come Mental Vortex e Grin. E mi fanno mezzo Mental Vortex e mezzo Grin.

Coroner_2015-09-05_FoS (12)_webSulla loro prestazione non ho nulla di particolarmente acuto da dire, sono stati fottutamente perfetti, posto che non riuscivo nemmeno a prestare troppa attenzione ai dettagli tecnici perché stavo sbraitando in totale decontrollo i ritornelli di Divine Step (il loro primo brano che ascoltai in assoluto) e Serpent Moves (porca puttana, Serpent Moves, ma di che stiamo parlando). Tommy esegue partiture complessissime con una naturalezza che lascia attoniti. Del resto i Coroner furono probabilmente il gruppo thrash che più incarnò la frase fatta a proposito del mettere la tecnica al servizio della canzone. Diego non ha il tocco di Marky, ovviamente i pezzi non sono gli stessi senza di lui. È un batterista dall’impostazione più moderna (Marky era un bonhamista) ma gestisce con disinvoltura impressionante trame ritmiche intricatissime. Sui primi quattro o cinque pezzi resto nelle retrovie insieme al resto della delegazione di Metal Skunk. Poi vado a farmi l’ultima birra, mi riavvicino, attaccano Son of Lilith e non capisco più nulla. Mi butto sotto il palco, versando metà della birra addosso ai malcapitati circostanti, mi piazzo sotto Ron e gli canto i testi a memoria agitandomi come un invasato. In questi casi, se sei un fan terminale, devi dare il tuo contributo alla riuscita dello show. E confido che l’aver mimato il testo di Metamorphosis dandomi cazzotti in faccia da solo abbia spinto un pochino Ron Royce a fomentarsi ancora di più. Dopo la doppia frustata conclusiva di Reborn Trough Hate e Die By My Hand ribecco Charles, il quale sentenzia che è stato uno dei cinque concerti più belli della sua vita. Considerando che la stragrande parte li ho condivisi con lui, forse ha ragione. (Ciccio Russo)

Scaletta:

Golden Cashmere Sleeper
Divine Step (Conspectu Mortis)
Serpent Moves
Internal Conflicts
D.O.A.
Son of Lilith
The Lethargic Age
Semtex Revolution
Tunnel of Pain
Status: Still Thinking
Metamorphosis
Masked Jackal
Grin (Nails Hurt)

Reborn Through Hate
Die By My Hand

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