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Avere vent’anni: luglio 1997

31 luglio 2017

IMPENDING DOOM – Caedes Sacrilegae

Piero Tola: Nel 1997 provavo con un complessino death/black metal il cui bassista era un personaggio particolare. Il buon Tony (così lo chiamavamo) era infatti un collezionista di porno con i controcazzi, il più grosso che abbia mai conosciuto. Quando si andava a casa sua era impossibile non constatare come fosse sempre ben fornito di materiale segareccio. Una volta mi prestò la vidocassetta di Ramba l’ingorda in cambio del primo dei Novembre. Anzi se ti capita di leggere queste righe, o Tony, gradirei recuperare il ciddì, grazie.

Insomma, Tony aveva un’altra particolarità: apriva il catalogo della Nosferatu Records e, con una matita, puntava a caso su un titolo qualsiasi, ordinandolo poi al telefono. Un giorno la scelta ricadde su Caedes Sacrilegae, appunto. Me lo fece sentire durante una pausa tra un Rocco Siffredi d’annata e una Jenna Jameson (o forse era Selen). Ricordo solo, ma potrei anche sbagliarmi, che iniziava con un’intro sinfonico seguito da un riff ed un urlo lancinante e poi tupatupa a volontà, combo piuttosto comune, ai tempi. Com’è che continuava poi? Boh… Magari ora che sono cliente Spotify Premium me lo vado a sentire. Fortuna volle che l’altro titolo di quell’ordine fosse Sexual Affective Disorder dei Konkhra, che naturalmente chiesi in prestito ma che, purtroppo, mi ricordai di rendere.

SKINLAB – Bound, Gagged And Blindfolded

Ciccio Russo: I dischi successivi non li ho mai sentiti e mi fido di chi sostiene siano orrendi, però il primo degli Skinlab non era così brutto, dai. Era il momento nel quale, come ha ricordato El Greco, ai piani alti avevano deciso di ribattezzare nu metal il crossover facendone la moda del momento. Quindi ci aveva provato anche la Century Media, con questi quattro ragazzi di San Francisco, allora lanciati con discreta pompa, quasi potessero diventare i nuovi Machine Head.

In Bound, Gagged and Blindfolded c’è un po’ tutto quanto fa anni ’90. I cascami grunge si avvertono. E Down è quasi un pezzo stoner. L’iniziale When pain comes to surface parte con il riff panteriano più stupido e scontato possibile e si sbadiglia spesso ma non mancano sprazzi di incongrua ispirazione come Race of hate. Me li ricordavo peggio.

KREATOR – Outcast

Marco Belardi: In interviste relativamente recenti, Mille Petrozza ha spesso sostenuto che Cause for conflict è l’album dei Kreator che a lui piace di meno. Ben lungi dall’ essere quello del 1995 un capolavoro, rammento comunque a me stesso la cavalcata che ha portato i crucchi, in quel decennio, a portar via dai Sodom il loro unico chitarrista decente (Frank Gosdzik, o all’ epoca “Blackfire”), a reclutare un batterista pazzesco come Joe Cangelosi dei Whiplash, ma soprattutto a cogliere l’attimo quando i Coroner sono andati a puttane per mettere in line-up quel mostro di Tommy Vetterli. Il tutto in momenti differenti, che non sempre hanno partorito album efficienti al 100%. Fa eccezione Outcast, probabilmente il loro lavoro meglio riuscito dalla fine degli ottanta.

I musicisti erano cambiati tutti rispetto a due anni prima, ad eccezione del bassista e con ritorno usato-sicuro di quel taglialegna di Ventor dietro alle pelli (perfetto per le strutture lineari delle canzoni). Petrozza strizzava di colpo l’occhio all’industrial, riducendo all’ osso la struttura delle canzoni e abbassandone i ritmi. Fino alla title-track nessun calo, neanche uno. Phobia non necessita presentazioni, Black sunrise è disperazione allo stato puro e regala un assaggio di quello che sarà Endorama; Nonconformist riporta alla luce la sfrontatezza di Renewal mentre il riff portante di Enemy unseen puoi scriverlo solo se ti sei appena sbronzato con Till Lindemann.

Outcast calerà un po’ nella sua seconda metà ma confermerà come la band tedesca abbia raggiunto qui, e in Endorama, la sua seconda maturità stilistica dopo quella del thrash quadrato di Extreme Aggression e Coma of Souls. Dopodiché ci saranno il chitarrista finlandese, il canto del cigno di Violent Revolution, un paio di album sottotono e l’ecatombe sotto Nuclear Blast che -ahimè- dura ancora. Gli anni novanta hanno temporaneamente sputtanato un sacco di gente per la loro incoerenza e progressione verso altri stili… Outcast e il paradosso dell’imbarazzante Gods of Violence uscito di recente fanno sicuramente riflettere su questo concetto.

FLESHGRIND – Destined For Defilement

Luca Bonetta: Non si può certo dire che i Fleshgrind siano stati una band imprescindibile nel panorama del metal estremo, e difatti se mi trovo a parlare del disco di debutto degli americani è solo perché alle spalle c’è un aneddoto interessante. Qui nella mia città organizzano ogni anno una fiera del disco. Fermi, prima di prendere il primo treno per Belluno (cosa che comunque vi consiglio di fare, se non altro per gustarsi la cucina e i paesaggi) vi dico subito che non è assolutamente paragonabile alle “grandi” fiere del disco. Si tratta perlopiù di un ritrovo per collezionisti di rarità e nostalgici del vinile. Un giro però lo si fa sempre volentieri, e proprio in una di queste occasioni, mentre ciondolavo tra un banchetto e l’altro, tra un vinile di Toto Cutugno ed una musicassetta dei Cugini di Campagna vedo spiccare un picture vinyl che, data l’immagine di copertina, risultava decisamente avulso al contesto.

Mi avvicino un po’ e, come avrete già capito, si trattava proprio di Destined For Defilement, in edizione limitata numerata a mano. La situazione era talmente assurda che non potei farmi scappare l’occasione e chiesi al proprietario del banchetto quanto costasse. Il tizio manco si ricordava di averlo (figuriamoci come ne entrò in possesso), ma mi disse che erano almeno dieci anni che se lo portava in giro per l’Italia, ed io ero stato l’unico stronzo ad essersene interessato. Mi fece un prezzaccio di favore e da allora quel vinile troneggia in una mensola in camera mia, tipo testa di cervo sopra il caminetto per intenderci. Il disco a dirla tutta, non è nulla di che, brutal death di vecchia scuola statunitense; al tempo c’erano realtà certamente più valide, ma non si può certo dire che sia da buttare.

EXHUMATION – Seas Of Eternal Silence

Ciccio Russo: All’epoca non è che i francesi vantassero gruppi chissà quanto superiori ai nostri. Però avevano alcune delle case discografiche che contavano. La Osmose, la Adipocere, la Holy Records. La Holy Records, nel suo piccolo, aveva un catalogo pazzesco. C’erano gli Elend, i Nightfall, i Septic Flesh, gli Orphaned Land, che oggi fanno pop rock da rosticceria saracena ma ai tempi di Sahara spaccavano.

Con compagni di scuderia simili, fu normale che gli Exhumation finissero in secondo piano. Greci, di Salonicco, appartenevano a un piccolo filone secondario del metal estremo egeo, lo stesso di On Thorns I Lay (che pure uscivano su Holy) e The Elysian Fields. Una diversa lettura dei torridi stilemi ellenici, giocata su quel commovente miscuglio di death svedese, black, doom e gothic metal che allora non era nemmeno un genere, era sperimentazione libera e sconsiderata, senza confini creativi preordinati. Quando il difetto principale era il non saper sempre combinare in modo coerente una quantità di idee con la quale altre band avrebbero campato, e camperebbero, per sei o sette dischi.

3 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    1 agosto 2017 18:07

    Gran fighi gli exhumation, che hanno dato origine ai nightrage e solo per questo andrebbero recuperati

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  2. Supermariolino permalink
    1 agosto 2017 23:13

    Però, già vent’anni da Outcast?!?

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  3. Nicolas permalink
    9 agosto 2017 22:06

    Chissà cosa sarebbe venuto fuori se, dopo Outcast ed Endorama, i Kreator avessero unito il dark sound di questi due album al loro thrash d’assalto dei primi 80s… (sicuramente qualcosa di meglio della roba uscita per Nuclear Blast…)

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