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SEPTIC FLESH – Titan (Season Of Mist)

30 giugno 2014

408080E insomma boh, l’anno scorso scrissi una recensione (anche se sarebbe più corretto parlare di un bagno di sangue) a proposito di Tetragrammaton, ultimo lavoro di quei pizzettari tamarri che rispondono al nome di The Monolith Deathcult. Non ricordo i termini esatti della recensione ma ricordo perfettamente i punti sui quali il mio fastidio si concentrò all’epoca ovvero: eccessiva pomposità, produzione finta quanto i video che spacciano per amatoriali su Pornhub e un generale clima di presunzione coronato da una presentazione in pompa magna di un lavoro che, a conti fatti, è una scorreggia. Allora per quale motivo Titan dei Septic Flesh dovrebbe meritare un giudizio diverso? In fondo si tratta di due band che si muovono su coordinate stilistiche simili: death metal di base adornato da una sovrastruttura orchestrale e magniloquente che in genere ci si aspetterebbe più da gruppi tipo i Nightwish o, chessò, gli Epica. Il fatto è che Titan, a differenza di quell’altro coso brutto dei TMD è ispirato, ben composto, organizzato e non pecca di superbia. Mettiamoci pure che i Septic Flesh bazzicano il genere da più di vent’anni ma questo non cambia il concetto di fondo, ovvero che Titan è un bel disco, inferiore al precedente The Great Mass capace di farmeli riscoprire dopo anni di abbandono ma comunque un lavoro dignitosissimo ad opera di una band che ha saputo costruire nel corso degli anni un’identità ben definita ritagliandosi un ruolo di tutto rispetto all’interno di un ambiente iper-saturo come quello del death metal. Tuttavia non si tratta di un disco perfetto; infatti a fronte di un inizio spettacolare capace di inanellare pezzoni del calibro di Burn, Order Of Dracul Dogma il disco tende a perdere terreno nella seconda metà, diciamo da Prometheus in poi chiudendosi un po’ in sordina. Per quanto concerne la produzione e il comparto tecnico non mi sento di dilungarmi troppo, se bazzicate l’ambiente sapete già a cosa state andando incontro. La produzione generale è curatissima (a tratti anche troppo) e vede bilanciati in modo ottimale sia l’apporto dei singoli strumenti sia il comparto delle orchestrazioni che come da tradizione si rivelano centrali. Chiudendo ci troviamo davanti ad un lavoro dignitosissimo che pur avendo un impatto inferiore al precedente tiene alto il nome della band. Forza Grecia. (Luca Bonetta)

 

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