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Album correlati: Krimh, The Soundbyte e Kari Rueslåtten

25 settembre 2017

Tre album di cui probabilmente interessa poco a quasi nessuno, ma che per varie congiunzioni astrali si ricollegano a pubblicazioni o commemorazioni recenti. Giuro che qualcosa a che fare col metal, più o meno, ce l’hanno.

Se siete tra quelle persone che non si sono mai chieste chi avesse sostituito Vitek al ritorno dei Decapitated con Carnival Is Forever, be’, è stato proprio Krimh ad assumersi quel compito immane. Non so come lo abbia scoperto il gruppo polacco ma forse in questo caso gli avrei potuto fare da talent scout. Seguo Kerim Lechner (vero nome del batterista austriaco) da tipo quando faceva le cover di Day 69 sul suo canale YouTube. E ascolto i suoi album solisti da tipo quando aveva pubblicato, sempre là, le sue prime quattro canzoni, tutte strumentali, raccogliendole poi in un archivio .zip e caricandole su Megaupload. Ora il sito è stato chiuso, il fondatore Kim Dotcom non è (purtroppo) uno dei dittatori nordcoreani, e di questo EP intitolato Krimhera non si trova più alcuna prova online. Io però ne conservo ancora sul mio PC la pacchianissima “immagine di copertina”. Che poi è un peccato che sia irreperibile, perché secondo me anche lui ha avuto la sua influenza sull’album dei polacchi: provate ad ascoltare gli arpeggi di The Deep e quelli di Carnival Is Forever.

a3949334248_10Ad ogni modo, dal 2009 a oggi Krimh è entrato e uscito dai Decapitated e ha pubblicato due full-length da solista. Il primo album, Explore, è solo strumentale (e noioso). Il secondo, che ha lo stesso titolo dell’EP fantasma, Krimhera, aggiunge la voce giusto su una traccia anche piuttosto ben riuscita. Dopodiché il batterista austriaco entra nei Septicflesh (lo potete sentire su Codex Omega, presumo prossimamente su questi schermi) e pubblica il terzo album solista proprio quest’anno: Gedankenkarussell. Le sue principali fonti di ispirazione sembrano essere proprio le band di cui ha pubblicato le cover sul suo canale YouTube: Decapitated, Behemoth (che ha seguito in tour), Gojira e Septicflesh. Alla fine forse il suo genere è un death metal misto a djent ma non quello che fa “cagare sampietrini”, e neanche quello allo stesso tempo nerd e pop dei Periphery. Tutto sommato lo si può chiamare djent per le chitarre superdotate e per le ritmiche sincopate, non per altro, e trovo abbia comunque una sua dignità – e lui ha i capelli lunghi. Poi in questo album ci sono cantanti ospiti su quasi ogni canzone (tra cui Rafał Piotrowski dei Decapitated), oltre a Christos Antoniou alle orchestrazioni dell’ultima traccia. Sarà pure molto più melodico, ma vi assicuro che non annoia come le altre sue uscite.

a0182862618_10I The Soundbyte si sono formati dopo lo scioglimento dei The 3rd and the Mortal, di cui a marzo abbiamo ricordato il ventennale di In This Room. Creati dal chitarrista Trond Engum (al quale si è poi aggiunto il batterista Rune Hoemsnes) ne continuano idealmente il percorso musicale, portando avanti quell’esperienza trip hop del loro ultimo album. Tuttavia hanno da subito abbandonato quelle atmosfere un po’ fanfarone di Memoirs per farsi guidare da una verve più oscura e decadente. I primi tre album contengono della musica discreta con qualche picco di ispirazione, ma il meglio l’hanno dato con questo Solitary IV – no, non hanno fatto come i Led Zeppelin che hanno chiamato i primi quattro album allo stesso modo. L’ultima fatica vede anche la partecipazione di Kirsti Huke, che ha cantato proprio su Memoirs.

silence-cover600-600x600Sempre in tema The 3rd and the Mortal (ma in realtà per raggiungere la quota MILF), quest’anno ha pubblicato un nuovo album anche Kari Rueslåtten. Dopo aver cantato su Sorrow e Tears Laid in Earth, nonché su Nordavind degli Storm, si è data alla carriera solista. Non so bene che dirvi di lei, se non che farei tutt’ora molto volentieri il suo groupie. Io alla fine non è che ascolti altri artisti folk pop (?) norvegesi. So solo che una delle sue prime canzoni, The Homecoming Song, mi piace davvero tanto, e che Silence Is the Only Sound, uscito quest’anno, fracassa un po’ meno i coglioni di tutto quello che c’è stato in mezzo. Cioè, a parte Spellbound, piatta rivisitazione e inglesizzazione di un vecchio singolo, su quest’album potete trovare anche chitarre acustiche ed elettriche. O qualche ritmo e percussione un po’ più accattivante, come in Gone. Ottimo per consolarsi dalla disperazione di non aver potuto vedere The Sirens (Kari, Liv Kristine e Anneke Van Giersbergen) nel 2014 – e intanto sperare che si riuniscano a breve. (Edoardo Giardina)

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  1. blackwolf permalink
    28 settembre 2017 23:05

    Alla fine di tutto l’articolo mi sono ascoltato il brano delle The Sirens. Un po’ pop per i miei gusti, ma mi ha stranamente preso di brutto. Con le voci che hanno, avrebbero potuto osare musicalmente parlando, un po’ di più. Però tutto sommato ci sta e ti prendono bene!!

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