Brevi recensioni alla cazzo di cane: RAGE, ADAGIO, THE HAUNTED

RAGE – Seasons Of The Black

A ben pochi gruppi è capitato di azzeccare due album di fila ad appena un anno di distanza l’uno dall’altro, ed uno di questi sono proprio i Rage, che una ventina d’anni fa, ad appena dodici mesi di distanza da Black In Mind, se ne uscirono con End Of All Days, un altro discone fantastico composto, peraltro, da “scarti” del precedente capolavoro con qualche aggiunta dell’ultimo minuto. Che poi è più meno la stessa operazione che Peavy e (nuovi) soci hanno tentato con questo Seasons Of The Black, uscito a circa un annetto da The Devil Strikes Again. Il trucco è riuscito anche stavolta? Ebbè non proprio, in parte perché The Devil Strikes Again, per quanto buonissimo, non ha la caratura di Black In Mind, in parte perché certe convergenze tra persone e situazioni sono irripetibili, capitano una volta nella vita e poi basta. Allora Seasons Of The Black è brutto? No, è carino, si lascia ascoltare ma non prende quanto il predecessore. Diciamo che se avessero stampato un maxisingolo o un EP con meno pezzi sarebbe stato meglio, ma in ogni caso il fatto che i Rage siano in salute non può che farmi piacere, e se avete un cuore sarete indubbiamente d’accordo.

ADAGIO – Life

Gli Adagio (o Adagiò?) sono un gruppo di maledetti mangiarane d’oltralpe che ruota attorno a tal Stephan Forté, chitarrista virtuosetto sulla scia di Michael Romeo e, quindi, di quel metal prog/neoclassico che fa capo ai Symphony X; ovviamente il livello non è di sicuro quello ma comunque buono, specie con questo ultimo Life, da poco dato alle stampe. Anzi, Life è un bel dischetto proprio perché più personale degli altri, tipo che ci hanno ficcato dentro anche delle porzioni djent con una otto corde, il che se messa così vi porterebbe a prenderla male (perché ricordiamolo, il djent fa cagare sanpietrini), all’ascolto fa tutto un altro effetto, posto che sono porzioni limitate e ben contestualizzate nel resto del pezzo, che poi djent non è. Cioè: non si sono trasformati nei Periphery col clavicembalo, tanto per dire. In questo senso vi invito ad ascoltare Subrahmanya, che pensavo fosse uno strumentale ricchionissimo e invece è una gran bella canzone fatta di sonorità esotiche, con un ottimo lavoro di voce. Il nuovo cantante Kelly Carpenter non è affatto male e contribuisce ad impreziosire le linee vocali, che specie nei ritornelli sono molto teatrali e si lasciano ascoltare con gusto. Insomma reperite ‘sto disco, che se vi piace il genere ne vale la pena (Macron merda).

THE HAUNTED – Strenght In Numbers

Se già Exit Wounds non mi era dispiaciuto, questo Strenght In Numbers pure mi piaciucchia abbastanza, considerando che rispetto ad Exit Wounds è anche un buon passo avanti, più compatto e meno dispersivo del precedente, con meno pezzi. Più a fuoco, se vogliamo. Mi piace molto la voce di Marco Aro, che è in forza anche ai The Resistance di Jesper Stromblad (era? Mi sa che o si sono sciolti o sono in pausa indefinita), mi piacciono in generale le canzoni anche se il meglio lo danno nella prima metà dell’album, poi c’è un certo calo qualitativo. Diciamo che a differenza, per dire, degli Arch Enemy, il cui ultimo disco è una ignominiosa porcata e  che più il tempo passa più risultano ridicoli, i The Haunted alzano l’asticella di album in album, magari di poco, ma in ogni caso migliorano. In tal senso una parte del merito secondo me va riconosciuta ad Ola Englund, chitarrista molto attivo su youtube e che ha suonato sugli ultimi due dischi, dotato di un buon gusto melodico sia per gli assoli che per la composizione più in generale, che evidentemente ben si è integrato nel gruppo. Se vi capita di andare all’Ikea sono la colonna sonora ideale in macchina, secondo me. Sempre meglio di Pippi Calzelunghe, comunque. (Cesare Carrozzi)

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