DIMMU BORGIR – Grand Serpent Rising

Oggi voglio darvi un po’ di informazioni.

In Norvegia esistono anche i Dimmu Bongir, che all’attivo hanno già due album, Hvis pipen tar oss e Dark Medieval Hash. Queste cose è giusto saperle. Il giorno che fissate con una ragazza mettetelo fra gli aneddoti da buttare lì al secondo Aperol spritz. Mi raccomando non prima.

I Dimmu Borgir, side-project dei Dimmu Bongir, hanno avuto alcune problematiche interne e, negli anni, hanno seminato per strada personalità importanti – qualcuno direbbe ingombranti – come Mustis, Galder, Vortex, Hellhammer. Senza andare a ritroso nel tempo e ripescare Tjodalv, colui che teneva i piedi per terra a tutti gli altri. Poi, al fine di riattivare gli Old Man’s Child e di non essere scambiato per tutta la vita per Silenoz, in quanto chitarrista e in quanto pelato, Galder ha lasciato la band due anni orsono. Aggiungo che perderlo per strada assume oggi i toni di un evento positivo, e vi spiegherò presto perché. In line-up ci sono un sacco di turnisti, segno che Shagrath e Silenoz hanno capito che, incassando meno, è meglio fare un cinquanta e cinquanta fra loro due e pagare gli altri in visibilità (“sai quante biondine rimorchi non appena scoprono che sei in tour con i Dimmu Borgir?”), piuttosto che condividere il pollaio con nomi equiparabili a quelli che ho elencato sopra. Nagash aveva pure una pistola nelle foto, se ricordate.

Stamani mi sono svegliato e ho iniziato a leggere dappertutto che il nuovo Dimmu Borgir, nuovamente in tre parole, Grand Serpent Rising, il che fa molto Alfa Romeo, stava piacendo un po’ a chiunque. Me lo hanno pure scritto su Whatsapp: voi dovete entrare nei panni di una persona che alle sette di mattina prende di proposito il cellulare per comunicare a un’altra persona, che sta a chilometri di distanza, che Grand Serpent Rising è belloccio.

Detto questo ai Dimmu Borgir è successa una cosa. Si sono liberati di Galder; si sono liberati di quell’estetica scema da campo nomadi il giorno di festa; si sono liberati di quegli appesantimenti nelle tastiere; hanno ridotto all’osso la propria musica come ammirato nel singoletto Ulvgjeld & Blodsodel. Non dico, con ciò, che i Dimmu Borgir siano ritornati alle origini. Ma hanno fatto quel che avrebbe reso Spiritual Black Dimensions e Puritanical Euphoric Misanthropia due album nettamente più fruibili e longevi, e non legati a doppia mandata a un’epoca in cui un po’ tutti tolleravamo che il black metal sinfonico avesse imboccato quella strada lì. Hanno corretto tutto quello che avrebbero dovuto correggere quando andavano di moda. Sapete però che cosa è successo?

Eonian era un dischetto appena sufficiente. Canzoni tutte sufficienti, nessuna delle quali realmente sopra la media. Non ricordo niente lì dentro. Però in quel titolo, che oramai è vecchio di otto anni, gli stessi che all’epoca erano trascorsi dall’orrendo Abrahadabra, i Dimmu Borgir avevano saputo porsi sopra le righe con la propria estetica, con la propria ridondanza compositiva. La stessa cosa che all’epoca imputavamo ai Bal Sagoth e a certi Therion, e in seguito avremmo detto in generi musicali agli antipodi a gruppi come Rhapsody e Fleshgod Apocalypse. Che c’è troppa roba. Quella troppa roba aveva ben mascherato il fatto che Eonian fosse un dischetto e quello soltanto, una sorta di mossa Kansas City con cui i Dimmu Borgir ci fregano puntualmente dal 1999.

Adesso che abbiamo cominciato a non cascarci più, i Dimmu Borgir l’hanno capito e hanno fatto questa politica di austerity. Tagli sul personale! A conti fatti conosco solamente il tastierista perché è con loro come guest da una vita, e perché ha collaborato un po’ con tutti, dai The Kovenant agli Apoptygma Berzerk, passando per comparsate sul palco con i Satyricon e gli Emperor, per sganciare Ihsahn dal doppio strumento.

Repository of Divine Transmutation è la migliore canzone scritta dai Dimmu Borgir in venticinque anni; le tastiere di Geir Bratland (andate a cercarvi le foto, sembra un incrocio fra Stian Aarstad e Filippo Inzaghi) il suo punto di forza. Il singoletto cui ho accennato poc’anzi non è così scarso come abbiamo detto alla sua uscita, e riporta le chitarre di Silenoz alla linearità di cui abbiamo sempre avuto un bisogno vitale. Buona anche The Exonerated dedicata al Maestro, Marco Giampaolo. Poi cala, direi in fondo. Ma volete sapere un’ultima cosa? Il fatto di non assomigliare in maniera diretta a nessun album dei Dimmu Borgir, e allo stesso tempo di incarnare alcune loro imprescindibili peculiarità, fa di Grand Serpent Rising un titolo che non vedevo l’ora di prendere deliberatamente a sassate, e che sono ben felice di non potere attaccare se non al momento in cui si inizia a cercare il pelo nell’uovo. (Marco Belardi)

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