FLESHGOD APOCALYPSE – Veleno

Da piccolo mi è naturalmente capitato di essere portato allo zoo, nella fattispecie quello di Pistoia. I luoghi che adesso vengono rigorosamente chiamati “bioparco” me li immaginavo in maniera molto diversa, per via di un documentario visto in televisione in cui venivano presentati come una sorta di centro di recupero per animali feriti ai fini del reinserimento presso l’habitat, oppure di degenza per gli esemplari più deboli e anziani. Insomma, una cosa fatta con etica. Oggi in molti ci provano pure a dare un senso a quelle gabbie, così piene di creature provenienti da latitudini lontane. Alla veneranda età di massimo otto o nove anni lo zoo mi parve una stronzata colossale, tolta la botta adrenalinica iniziale fatta di tutte quelle facce da documentario viste di persona, da così vicino e in rapida successione: analizzato dal punto di vista del visitatore della domenica, il cosiddetto bioparco altro non era che una vetrina dove portare i figlioletti a osservare da vicino animali che se la passavano malissimo, con l’espressione più triste di quella del fonico che sta registrando Black Laden Crown a Danzig, il tutto senza porsi alcuna domanda sulla reale fattibilità della cosa. Io, leone, in cinquanta metri quadri per te, stronzo, che non sai cosa fare nel weekend.

A un certo punto mi avvicinai alla gabbia degli scimpanzè. Gli esemplari erano quattro, o un numero del genere. L’ideale per formarci una band della Bay Area, insomma. Facevano un gran chiasso, e sembrava che rispetto ai predatori della savana non gliene fregasse granché: era tutta strategia. Un padre sulla quarantina, vestito con quei pantaloncini color cachi da esploratore anni Settanta che, anziché contestualizzarlo, lo facevano assomigliare ancor più ad un perfetto imbecille, osservava le dinamiche scimmiesche molto da vicino, col ragazzino – seduto sulle sue spalle – intento a urlargli contro e deriderle. Ricordo benissimo che il padre se la rideva di gusto, nel senso, senti com’è diventato loquace il mio Riccardino, ce l’ha con le scimmie! La pacchia finì molto presto. Uno degli esemplari più giovani si cacò in una mano, una cacata mostruosa, tipica di chi ha rubato le noccioline all’elefante del recinto adiacente, e lanciò con ineffabile precisione l’orribile ordigno; ma non verso un visitatore a caso: centrò in pieno petto il babbo fiorentino sulla quarantina, vestito di un banale color cachi e con in spalla un deficiente che attualmente avrà circa trentadue anni, una moglie gravida e la fobia verso i primati dalla peluria nera. Naturalmente lo prendemmo tutti per il culo, niente solidarietà o fazzoletti Kleenex passati per compassione: era un suo problema con le scimmie, e ciò fece di lui il nuovo Charlton Heston.

Perché la scimmia aveva fatto questo? Fu un comportamento animalesco provocato dal fastidio che le urla del figlioletto gli avevano arrecato, oppure un monito dai toni molto più seriosi? Non c’è un cazzo da ridere e urlare, merde, io sono qui in una gabbia per far finta che tu stia tirando fuori una mezza idea di cultura dall’erede che tra trent’anni si prenderà casa tua, la rivenderà a dei tossici, e finirà il ricavato in alcool e puttane anziché ragionare di un fondo pensionistico. Morirete adesso, e lo farete a colpi della mia stessa merda. Tradotto, non c’è nessun rapace con l’ala ferita qua dentro, solo cose sbagliate nel posto sbagliato da entrambi i lati delle sbarre. Inclusi i fotografi di animali con la reflex professionale, che grazie al pastoso bokeh potranno raccontare di essere stati da tutt’altra parte.

La prima volta che ho ascoltato i Fleshgod Apocalypse ho avuto quella botta di adrenalina che ti danno i dischi pomposi, ma fatti per bene, come Puritanical Euphoric Misanthropia dei Dimmu Borgir. Sperai acquisissero un seguito di un certo livello, ma in realtà all’epoca già stavano su Nuclear Blast e la cosa strana era – semmai – che mi fossero momentaneamente sfuggiti Oracles e l’ottimo Mafia. Oggi li conoscono un po’ tutti e con Veleno hanno tenuto benissimo botta a consistenti variazioni della line-up, e registrato un album in maniera relativamente meno fredda e artificiosa rispetto al loro passato recente. Inoltre Veleno avrebbe dalla sua una cosa non esattamente da poco: i pezzi. Probabilmente è uno dei migliori che hanno inciso, per tagliare corto. Ma mi trasmette sempre quella strana sensazione, come di troppa carne al fuoco e volere strafare ad ogni costo. Il ribaltamento totale del concetto di less is more, ovvero una sorta di bombardamento dell’ascoltatore tramite tutto quello che potrebbe far apparire la loro musica complessa, ma rivolta a tutti, pesante ma orecchiabile a sufficienza: oggi è così, non si scappa. In ogni album dei Fleshgod Apocalypse da me ascoltato non mi rimane in testa niente, ed è così che alla lunga ho un po’ mollato la presa nei loro confronti. Non mi sento particolarmente a mio agio ascoltandoli, e proprio come in quello zoo di Pistoia, molto probabilmente, quello fuori posto sono io. Chi è cresciuto con un death metal tecnico ma comunque ben bilanciato come poteva essere quello di Unquestionable Presence oggi si sentirà un po’ in gabbia, oltre che tagliato fuori, davanti a tutti questi gruppi che non si capisce bene da quante parti pretendano di andare a parare: Fallujah, i pur validi Persefone ed appunto i nostri Fleshgod Apocalypse.

La cosa più riconoscibile di tutte, aldilà di qualche riff che potrai associare con piacere ai Morbid Angel, è nientemeno che l’artwork di Travis Smith: è lui, lo riconosci subito, come capita con i batteristi che hanno personalità e sfoderano pattern che subito associ ad un cognome. È lui e ci mette la firma senza che tu abbia bisogno di leggerla per esteso. Nei Fleshgod Apocalypse il problema non è l’impatto ma tutta la parte successiva in cui rimugini sull’esperienza vissuta: cosa hai ascoltato esattamente, quanto si trovava al posto giusto e quant’altro in sovrabbondanza? Il metal inteso come fenomeno acchiappone e dai grandi aggettivi sui teaser pubblicitari di una qualunque uscita in trenta diverse edizioni, dove in realtà nessuno più sperimenta o tenta vie nuove ma piuttosto si mescolano le carte fino a ottenere un qualcosa di bello bombato e rileccato; uno scatolone che contiene tutto ma alla fine ti lascia dentro ben poco: niente di diverso dai film da rumoroso salto sulla poltrona ma che non riescono proprio a farti paura, a stordire, a traumatizzare quanto un sincero e malato Le colline hanno gli occhi. Gente indifesa contro cannibali deformi che stuprano la futura cena in un camper in panne nel deserto, a zero coefficiente di sangue e spavento. Oggi conta soltanto l’adrenalina, tutti allo zoo. La crociera con i Megadeth diventa il nostro personalissimo bioparco, a agosto si va lì e mi ci porto dietro Riccardino a sentire Holy Wars rifatta dai TURNISTI che ci stanno adesso: è tutto perfetto ma doppiamente sbagliato, e a me non sta bene neanche un po’, perché la musica vissuta così è come stare a riguardare delle diapositive finchè il proiettore funziona. È una merda di zoo questo concetto di metal del duemilaedieci, proprio come quella tirata dalle scimmie al nefasto Riccardino.

Li riprendo con difficoltà oggi, impeccabili come al solito, sparandomi ad alto volume King e Veleno nel giro di un mesetto scarso: preferisco il secondo, e nemmeno di poco. Sugar è formalmente molto bella: in linea di massima qua dentro ce ne sarebbero quattro o cinque di un buon livello, ma a questa musica mancano tiro, impatto e la cattiveria che è ingrediente fondamentale nonché imprescindibile del metal (nel loro caso verrebbe da aggiungere estremo). Inoltre i Fleshgod Apocalypse non mi sorprendono più, come se ormai sapessi ciò che prevede il loro format, e come se il cambio radicale tra cantanti, batteria e quant’altro, giunti a questo punto non mi bastasse affatto. Vorrei che tirassero fuori più attitudine e accettassero di alleggerire la loro proposta di qualche elemento cardine, vorrei toccassero terra per farti godere a pieno il feeling dello strumento e che fracassassero tutto quanto in barba alle orchestrazioni, che in King iniziavano ad avere un peso davvero soffocante: ma, dato che piacciono così tanto, so che sarà impossibile. (Marco Belardi)

7 commenti

  • Belardi, ti leggo sempre volentieri e malvolentieri. Sei come i Fleshgod. Troppe parole, quando basta dire che vogliono strafare e a tratti annoiano. C’hai un bel tiro, tu, MS ha fatto un bell’acchiappo.

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  • Sui Fleshgod Apocalypse stavo per scrivere la mia solita, laconica frase, però mi sono fermato perché in realtà non li ho mai ascoltati abbastanza a lungo per decidere se li posso dimenticare o se meritano più considerazione.

    Temo si tratti ormai di un fatto generazionale: alcune cose che per me sono già viste e sentite e secondo il mio giudizio sono già state suonate in modo più efficace da diversi predecessori del passato, per i giovani metallari di oggi possono risultare accattivanti e rappresentare un’occasione per approfondire certe sonorità.

    Belardi è lo Schopenhauer di MS.

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  • Fanno venire il calcare ai coglioni

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  • forse mi sono perso qualche passaggio ma…da quando Travis Smith copia Dave Mckean?

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  • Ma i Fleshgod hanno davvero questo plotone sterminato di fan sfegatati? Io li ho visti dopo l uscita del terzo disco (suonavano vicino a casa mia e non avevo un cazzo da fare), c erano 4 gatti e tutti abbastanza freddini, cioè sembrava tutta gente capitata lì perché non aveva un cazzo da fare come me… comunque, secondo me, il problema è che non ammalgano bene le 2 componenti della loro musica. Peccato il primo disco e l ep successivo spaccavano

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