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Sessantenni che non hanno capito come stanno le cose: DANZIG – Black Laden Crown

23 novembre 2017

Per uno come Danzig ero pure disposto a chiudere un occhio: sette anni fa mi è capitato di doverlo fare con Deth Red Sabaoth, un disco che ha fatto schifo a un sacco di gente, ammettendo che vantava una discreta opener e che perlomeno nella prima metà si difendeva benino. La verità è che all’ex voce dei Misfits voglio particolarmente bene. Questo tizio, che ha superato i sessanta, ha cantato su uno dei miei album preferiti del suo genere (Earth A.D.), e da solista con la prima formazione non sbagliò un solo colpo. In molti ritengono i primi tre album dei Danzig quelli realmente degni di nota, ma personalmente ho sempre avuto un occhio di riguardo per il quarto, che aveva un sound da paura ed era dannatamente oscuro. Il problema è che questi sono i tempi di Skeletons, e che a due anni di distanza da quell’aborto sonoro e concettuale l’ex Samhain se ne ritorna con un lavoro prodotto ancora peggio, e che, nonostante un inspiegabile esercito di batteristi al servizio suo e del braccio destro Tommy Victor, ci conferma il pessimo stato creativo del cantante americano. Black Laden Crown è un disco brutto, punto. Nonostante le influenze industrial siano del tutto accantonate e lo stile richiami da vicino certe cose dei primissimi anni novanta, i problemi sono in linea di massima i seguenti.

Problema numero uno: Tommy Victor che ci fa?

Nei giorni scorsi ho portato fuori i cani e, ad un certo punto, sul marciapiede mi sono soffermato su questa donna che stava cercando di capire come mettere mano al suo SUV. Era un’automobile gigantesca, e in linea di massima la signora – da quello che ho capito – non aveva difficoltà ad uscire dal parcheggio ma ad infilare le chiavi nel quadro, che era munito di sistema di accensione keyless – ovvero tramite pulsante. L’ho ammirata con la curiosità scientifica di chi, osservando un nuovo tipo di pianta crassulacea, è già pronto a dargli il nome: sicuramente aveva la Fiat Panda del 1984 in assistenza e il marito le ha detto fiducioso: “prendi la mia”. Sono sicuro che in questo momento quel SUV sia distrutto contro qualche guardrail per il semplice fatto che – così come il Danzig attuale non ha il minimo bisogno di manovrare un riffmaker talentuoso come Victor – quella quarantenne allo sbaraglio avrebbe dovuto tenere una certa distanza da un simile prodigio di meccanica e tecnologia dalla mole di un transatlantico. 

Problema numero due: le canzoni e i suoni.

Negli anni ’80 e in analogico, c’era chi di tanto in tanto cacciava fuori dei suoni da applausi, e il pubblico poteva solamente inchinarsi a certi produttori e sperare che diventassero il nuovo punto di riferimento per le band del momento. Credo che il budget di Black Laden Crown sia stato stabilito in base al resto ricevuto da Danzig alla fine di una cena al giapponese. Pensava di lasciarci il solito centone, e invece era a menù fisso e allora “fanculo, ci registro un disco”. Quest’album suona in maniera terribile, e non solo perché è del 2017 e oggi con due lire chiunque riesce a combinare qualcosa di accettabile. Anche se si trattasse di una scelta voluta, sarebbe una scelta sbagliata in tutto e per tutto. Accompagnato da canzoni ispirate, il suono di Black Laden Crown sarebbe l’ultimo dei nostri problemi, e invece difendere Danzig oggigiorno è un po’ come farlo con quei sessantottini che ai loro tempi hanno lottato per i diritti, e oggi fanno la spesa di domenica perché ‘in giorno di festa ci vuole il pane fresco’. L’opener ci mette quattro minuti solo per provare a decollare, lasciando poi spazio al rancore totale. I due pezzi successivi si prestano a vicenda il riff portante, a sua volta scippato da The Wait dei Killing Joke. Ora, se una nuova canzone di Danzig riciclasse qualcosa dal songwriting di Lucifuge, io probabilmente neanche me ne accorgerei. Ma Cristo, sono due pezzi uno in fila all’altro. Per fortuna che The Witching Hour – in mezzo al disco – finalmente ci propone delle atmosfere coi controcazzi, e che pure la successiva But A Nightmare non è malaccio.

In conclusione, almeno nelle intenzioni Danzig ritorna alle origini con la sua celebre mistura di rock e metal sotto fortissime tinte Blues, ma lo fa con un album che – nonostante i sette anni di distanza dal precedente – pecca in ispirazione e soprattutto in una approssimativa post-produzione. In una differente situazione, avrei potuto affermare che da fan incallito finalmente posso godere del suo ritorno; ma eccoci al problema numero tre: la voce. Non ne può più, gli urletti improvvisi non mancano ed il timbro è sempre lo stesso, ma se questa rappresenta una prova in studio avrei sincera paura di ascoltarlo su un palco.

Come si dice a Firenze, io a questo punto farei festa. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. 23 novembre 2017 13:42

    Uno dei dischi piú brutti che ho sentito ultimamente. Mamma mia.

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  2. sergente kabukiman permalink
    24 novembre 2017 12:27

    ma veramente i dischi di danzig che non hanno suoni di merda si contano sulle dita di una mano, secondo me ha una visione tutta sua di come dovrebbe suonare un disco “live” e “old school”..bleah

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