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PRONG – Zero Days

4 agosto 2017

Il processo di trasformazione di Tommy Victor in Peavy Wagner si fa sempre più marcato man mano che ci avviciniamo al termine degli anni dieci. Un tempo, i ritmi produttivi dei Prong erano tali e quali a quelli di una band giovane, composta da persone normali e che alternano sessioni di registrazione a tournée che non fossero quella del Black Album. Poi, Tommy – fatta eccezione per le parentesi con Danzig e Ministry – ha deciso di non fermarsi più. Esattamente come nel caso del leader dei Rage, anche qui dobbiamo sostenere una media vicina ad un album all’anno, e solo se qualcuno facesse notare al newyorchese che così è troppo, la faccenda potrebbe cambiare.

Ma perché farglielo notare proprio adesso?

Non sono mai stato un fan incallito della band di Cleansing. Ho sempre trovato quello e Beg to Differ i capitoli più appetibili di una carriera breve, nella quale l’abilità del chitarrista/frontman di creare ottimi riff ed un sound che ben sposava l’arrivo imponente dei nineties, si scontrava malissimo con il suo modo personale – e a parer mio discutibile – di cantare. Credo che, insieme al ben più tecnico Ron Rinehart, il cantante dei Prong sia stato in tutto il panorama thrash metal (e affini) quello capace di infastidirmi di più. Poi successe di tutto: i cazzi amari con la casa discografica, la fuga di Ted Parsons, lo scioglimento e le varie collaborazioni di Tommy Victor (fra cui quella non poi così chiacchierata con Manson ai tempi di Antichrist Superstar).

Una volta tornato alla base, Tommy Victor era un fiume in piena. Circa un album all’ anno, considerando release secondarie come Songs from the Black Hole. Una ventina di cinesi rinchiusi illegalmente nello scantinato di uno studio di registrazione che macinano potenti riff notte dopo notte, e che dicono di essere tre, saltando in un wok incrostato virulenti e malconservati spaghetti di riso nelle rare e frettolose pause.

A partire da Scorpio Rising, i Prong ci hanno voluto mostrare di volersi muovere in più direzioni. Canzoni veloci, pezzi votati al groove come negli anni novanta, ritornelli ruffiani e poi un industrial cadenzato e pesantissimo. C’era praticamente di tutto, ma nonostante questo la mancanza di una line-up stabile ha portato alla luce qualche lavoro non proprio convincente come i tre che seguiranno. Plasticoni nei suoni, superficiali nei contenuti: non li ho mai buttati giù. E’ con gli ultimi due lavori che i Prong meritano nuovamente attenzione. Innanzitutto perché la coppia Campos/Rodríguez è stata ben rimpiazzata, poi perché la resa sonora è tornata credibile. Infine ci sono delle buone canzoni, anche se andrebbe fatto notare a chi compone, che fare dei full lenght di 13-14 tracce spesso butta nella mischia un po’ troppi filler.

X – No Absolutes ed il nuovo Zero Days sono comunque album di buonissimo livello. Il primo era probabilmente più continuo, oggi invece i Prong tornano alla ribalta con un lavoro ballerino e che offre il meglio di sé all’inizio, per poi riprendersi – anche se con minore vigore – verso la fine (dove troviamo la convincente Self Righteous Indignation). Ci sono i riffoni stoppati della title-track, il thrash metal di Forced into Tolerance e Operation of the Moral Law. La parte finale del disco si concentra invece sul lato più “industrial” dell’oramai consolidato sound. In mezzo, anzi a partire dalla riuscita Divide and Conquer, il proseguo di quello che i Prong avevano iniziato già nel 2003 con pezzi come Embrace the Depth: canzoni semplicissime, dalla struttura scarna ed interamente incentrate sul ritornello di matrice principalmente rock. A volte funzionano, in molti casi meno, fatto sta che nella parte centrale di Zero Days ce ne sono troppe – simili fra loro – e la cosa alla lunga stanca un po’.

Piccolo passo indietro rispetto al precedente lavoro, ma se rimanessero su questi livelli sarebbe da metterci la firma a occhi chiusi. (Marco Belardi)

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