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Avere vent’anni: PRONG – Rude Awakening

30 maggio 2016

prongrudeawakeining

C’era il contratto major e la copertura mediatica, un decennio di carriera in lenta ma costante ascesa e c’era il video diretto da Rob Zombie ma lo sentivi che qualcosa non girava, così non andava, non poteva andare. Per piacerti davvero quella roba dovevi averne viste tante, forse troppe, certo abbastanza da farti passare forse per sempre la voglia di aspettare l’uscita di un disco, ascoltarlo, fartene un’opinione; in generale, la maggior parte dei gesti che rendono vivente un essere vivente al di là delle basilari funzioni biologiche (inspirare, espirare, dormire, evacuare). Bel paradosso: un disco per chi ha perso la voglia di ascoltare musica. Rude Awakening è precisamente questo: la sonorizzazione della resa, dal 1996 la sola colonna sonora immaginabile per accompagnare la presa di coscienza definitiva di chi ha provato, ha fallito e con il fallimento ha perso pure la forza di raccogliere i cocci, la voglia di rimettere insieme i pezzi. Il passo successivo non coincide con l’autoannullamento, l’eliminazione fisica: teatro, troppa fatica. Inoltre, sono forza e volontà a mancare. No, no, il passo successivo è peggio: è l’innesto del pilota automatico. Coazione a ripetere senza una data di scadenza chiaramente leggibile, fine pena non si sa quando. Modalità sopravvivenza pura, con un non trascurabile dettaglio: il dolore a quel punto non sparisce. Tabula rasa per tutti gli altri stati mentali, rimane solo la carogna.

Un altro brusco risveglio. La vita difficile che è stata la nostra scuola. Più che una stima dei danni dopo una giornata atroce: la nostra occasione bruciata troppo presto.

Nessuna gentilezza da sprecare. Perché aiutare chi implora? A che scopo anche solo provarci?
In qualche modo, tocca imparare ad accettare il rifiuto.

Nel quadro globale di anni che sapevano essere cruciali, i Prong erano un satellite infinitesimale nella galassia. Un asteroide ogni tanto entrato in collisione nelle mappe stellari importanti, causando microfratture (tra le altre, Snap your fingers, snap your neck hit minore nei dancefloor di più o meno ogni locale metal che potesse definirsi tale da queste parti – per “queste parti” si intenda “Italia”). A fermarsi ad ascoltare, un carrarmato di sconvolgente potenza, mostruosamente complesso nella sua solo apparente ottusa inanità, capace in più occasioni di deviare percorsi che tanto poi tornavano uguali. Il problema sta tutto lì: a fermarsi ad ascoltare. Troppi dischi fondamentali da assimilare in troppo poco tempo, troppi gruppi a cui affezionarsi, troppe scene da tenere d’occhio. Troppo, tutto insieme: bisognava scremare. A farne le spese, quasi sempre, gruppi condannati alla marginalità per svariati motivi – tutti plausibili: troppo “strani”, troppo inconciliabili, troppo immuni alle categorie. I Prong erano tutto questo e altro: thrash metal, industrial, hardcore, quella pacca che ti sfonda il cranio e ti fa salire il fomento al primo come al seicentesimo ascolto, impossibile da imprigionare in una sola parola (con ‘groove‘ c’è chi ci si è avvicinato).
Considero una fortuna avere pescato Beg To Differ tra gli usati a pochi spiccioli: il denaro (più che altro la cronica mancanza di esso) costituiva una variabile determinante nella mia formazione personale. L’avessi visto a prezzo pieno, probabilmente non avrei mai conosciuto i Prong; di conseguenza, non avrei speso miliardi di ore a scapocciare sui loro dischi (Cleansing tra gli ascolti preferiti tuttora), come non avrei mai sperimentato la legnata a tradimento che Rude Awakening è stato per me. A scoppio ritardato; certo non nell’estate 1996, quando il video intercettato a orari improbabili era il solo inquietante gancio a scandagliare nel mio subconscio, un’onda che da regazzino non potevo riconoscere, che i testi nel disco potevano farmi soltanto intuire. Qualche anno più tardi le parole di Luca Signorelli nello speciale Metal Hammer di fine millennio hanno dato un ordine a fino ad allora soltanto vaghi presagi, riconoscendole una per una ho infine capito:

I Prong sono stati forse il tentativo più compiuto mai tentato per dare forma alla frustrazione di chi ha sempre pensato di avere una marcia in più, ma non è mai riuscito a ottenere il riconoscimento che pensava di meritare. […] Le provarono proprio tutte […]. Ma niente da fare – perché agli occhi del pubblico forse i Prong erano troppo duri, troppo amari, troppo frustrati. Facevano ottima musica piena di adrenalina e di riffs indimenticabili ma non condivano l’impasto con quei sogni infantili che tanto piacciono alle masse – o senza l’angst giovanile da cartoni animati che motivava il grunge. Non offrivano, come ha detto qualcuno, speranze ingiustificate.
[…]
Anche la copertina sembrava voler essere uno schiaffo morale: un missile russo su una rampa mobile, un paesaggio nevoso, delle persone. La sensazione di gelo che comunicava era indescrivibile. Ovviamente il disco fu accolto molto bene dei soliti quattro gatti, e ovviamente i Prong si sciolsero, lasciando dietro di loro qualcuno in lacrime.

Poi come tutti si riformeranno (cioè il leader Tommy Victor più girandola di tizi a caso intercambiabili, indistinguibili l’uno dall’altro), ridimensionando le aspettative, accontentandosi di vivacchiare ai margini – spazio mentale a cui in fondo sono sempre appartenuti – rosicchiando gli angoli, tirando su le briciole. Da rocce a formichieri dell’umano: un disco ogni tot (ultimamente la cadenza pare essersi assestata su uno ogni due anni) dimenticato il momento stesso dell’uscita, utile più che altro a fermare la gamba corta del tavolo; le cose vecchie un ricordo lontano, sempre più vago e indistinto, live di conseguenza, e via così. Sempre meglio che lavorare. Ma questa è, come si dice, un’altra storia.
(Matteo Cortesi)

5 commenti leave one →
  1. 30 maggio 2016 17:53

    Emozionante. Complimenti

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  2. andrew permalink
    31 maggio 2016 22:39

    si. ma cos’è tutto questo ‘fomento’, ‘fomentare’, ‘fomentato’ , ‘fomentatissimo’ ? Che è ‘sta bizzarra mania lessicale ?

    Mi piace

    • 1 giugno 2016 14:55

      Io leggo quella parola una volta sola… Ad ogni modo trattasi di lessico anni ’90, noi facciamo un’operazione filologica seria, mica stiamo a smacchiare i ghepardi:

      Liked by 1 persona

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