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Avere vent’anni: CARCASS – Swansong

29 giugno 2016

carcass-swansong

Prima i Prong poi i Carcass: dal particolare al generale. Dove Rude Awakening è la cronaca di un fallimento personale, Swansong è assistere alla morte di tutto con in testa i suoni e le parole giusti per riferirne poi. A chi, questo è il ruolo chiave dell’etichetta che pubblica o, in questo caso, decide di non pubblicare. Tutelare la libertà artistica conta zero quando ci sono di mezzo i soldi (sempre, la cifra non è importante); dunque, disco bloccato e gruppo sciolto per sfinimento. Fine della storia. Il contratto major che salta, il gruppo che fa di testa sua, che piuttosto che sfornare una replica del precedente e passare all’incasso smette di esistere, riesce difficile anche solo immaginare tutto questo ora: altre ere, altri uomini, altra tempra.

Dall’uscita di Swansong a oggi il nichilismo è diventato uno sport via via sempre più frequentato. Tra battute su qualsiasi argomento controverso e/o sgradevole a getto continuo dai migliori Facebook del pianeta, pagine e meme agghiaccianti, discorsi orrendi e l’ultima puntata di qualche serie, va in onda in mondovisione quanto profetizzato quasi lettera per lettera nel pezzo che apre il disco – Keep on rotting in the free world, fanculo Neil Young. Pianto e stridore di denti non inclusi.

I fili del tessuto globale si sono sfaldati
Il ruolo dell’Occidente libero è in declino
Ancora liberi di consumare, liberi di respirare,
Liberi di esistere, liberi di sognare una vita di sogni

Consumatore o consumato, la tua vita è miserabile
La salvezza dell’economia in fabbriche a sfruttamento continuo restituite dall’est
Disperazione la sola qualità del conflitto
Una ragione di vita se ti puoi permettere il prezzo, se il tuo prezzo è giusto.

Continua a marcire, continua a sognare, continua a sperare, magari un giorno.
Intanto, nel mondo reale, marcisci.

Prima, agli stessi livelli della penna di Jeff Walker, mai altrettanto avvelenata, bisognava davvero ritornare a Cioran. Non che i due fatti siano collegati, al contrario: uscito in estate a gruppo già imploso da mesi, no video no tour, interviste delegate a Ken Owen che di tutto il disco non ha scritto una nota né – quel che più conta – una parola, foto dallo studio di registrazione in mood che più scazzato non si potrebbe, Earache che pubblica per puro beneficio di inventario. Come non vendere un disco. Conseguenza: difficile pensare a un disco meno influente in senso assoluto. Ma a fermarsi ad ascoltare, invece. Il titolo va preso alla lettera: Swansong è per i Carcass quel che Verso il Sole è per Michael Cimino, In Utero per i Nirvana o l’ultimo di Bowie per Bowie (c’è pure un pezzo intitolato Black star, vent’anni prima, mortifero e definitivo il quadruplo). Un testamento. Quel che cambia è la furia alla base; qui, a livelli siderali. Oltre l’infinito. Quando il nero senza ritorno ha colonizzato ogni singolo aspetto dell’esistenza, invaso fino all’ultimo scompartimento dell’anima, cosa rimane? A consapevolezza raggiunta dell’assoluta futilità nel continuare a tirare la carretta al fienile, a che pro andare avanti? Deporre le armi, archiviare i sospesi; raccontarsela di essere semplici testimoni, arrivare a crederci. Distogliere lo sguardo per evitare altro dolore, altro sgomento; buon proseguimento a chi resta. L’ultimo scatto di volontà: dire quel che va detto, nel modo in cui va detto, poi tacere forse per sempre (non sarà così, ma vista la qualità del dopo è come se fosse stato così). La lucidità è la stessa di chi non ha niente da perdere e la certezza che a nulla porterà mettere nero su bianco questo auto da fé globale totale. Nemmeno predicare nel deserto; un vaffanculo autoconclusivo a qualsiasi tipo di cancro esistenziale inoculato alla nascita, dalla speranza (Keep on rotting in the free world), alle gerarchie e il desiderio di farne parte (Tomorrow belongs to nobody), all’amore (Cross my heart, al cui confronto No love lost diventa un inno alla vita), alla procreazione (Child’s play), al desiderio di annullamento (Room 101), alla democrazia (R**k the vote), alle nuove generazioni che porteranno soltanto ulteriore ignoranza e stupidità (Generation hexed), pure all’aldilà (Go to hell). Il finale de Il Settimo sigillo una barzelletta al confronto. Oggi, tutti Rust Cohle; nel 1996 c’era soltanto Jeff Walker. (Matteo Cortesi)

7 commenti leave one →
  1. 29 giugno 2016 12:20

    Definire Jeff Walker come un precursore dei Rust Cohle odierni è semplicemente geniale.
    Questo album, a distanza di vent’anni, mi lascia ancora stranita.
    SI passa dalla commozione, alla rabbia, al giramento di coglioni fino ad arrivare all’appagamento. A me è sempre piaciuto proprio per il suo animo testamentario e nichilista.
    Grazie per queste retrospettive 90’s!

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  2. fredrik permalink
    29 giugno 2016 17:45

    Io l’ho apprezzato anni dopo. Quando uscì mi deluse musicalmente, avevo massacrato le orecchie con heartwork per mesi e mesi, spero mi capirete se avevo delle aspettative differenti al di là dell’aspetto lirico.

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  3. bonzo1979 permalink
    29 giugno 2016 18:05

    SPETTACOLARE recensione di un disco sottovalutatissimo. because tomorrow belongs to nobody. e i testi sono da urlo. after all it’s only… a game

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  4. sergente kabukiman permalink
    29 giugno 2016 20:26

    disco che ancora oggi viene criticato per il suo essere troppo particolare, che poi a pensarci bene i carcass sono sempre stati una band con un piede più in avanti rispetto agli altri, mi è sempre piaciuto nonostante un paio di passaggi a vuoto. recensione bellissima come sempre!

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