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Avere vent’anni: ENTOMBED – To Ride, Shoot Straight and Speak the Truth

20 ottobre 2017

Sicché a metà del decennio le major pensarono che si potesse cavare del denaro dal metal estremo provando a rivenderlo in chiave mainstream. Un’idea che oggi ci può apparire balzana ma allora, a pochi anni dall’incredibile successo commerciale di un album violentissimo e incompromissorio come Far Beyond Driven, appariva più che sensata. L’esperimento fallì e ci costò due delle più grandi band estreme degli anni ’90: i Carcass e gli Entombed.

La Earache perse due dei suoi gruppi di punta e si avviò verso un declino repentino e senza ritorno. Ad aggiudicarseli la Columbia e la EastWest. Entrambe, non soddisfatte del risultato, decisero di non pubblicare i lavori incisi. Swansong uscì a band già sciolta e fu il grido d’orgoglio postumo di una formazione geniale e irriformabile. Gli Entombed, invece, tennero duro, fondarono una loro etichetta, la Threeman, e riuscirono a farsi distribuire il disco dalla Music for Nations, allora una delle maggiori indie metallare sulla piazza insieme a Nuclear Blast e Century Media.

Dal clamoroso Wolverine Blues, l’album della svolta death’n’roll, erano però passati quattro anni. Un’eternità in un periodo nel quale, anche nei circuiti più underground, nuove tendenze e nuove stelle tramontavano a ritmi frenetici. Il treno ormai era perso, i ragazzi andavano dietro al black sinfonico e al redivivo power metal. Per gli svedesi non ci sarebbero state lussuose camere d’albergo ad attenderli, con groupie nel letto e strisce di coca sul tavolo. Già, perché la differenza con il caso dei Carcass è qui: gli Entombed a un’affermazione commerciale credevano sul serio, anzi, sembravano volerla con tutte le loro forze.

To Ride, Shoot Straight and Speak the Truth, fosse uscito in tempo, sarebbe stato l’istantanea dell’ambizione smisurata di una band che, per un attimo, si era vista proiettata alla conquista del mondo. Sin dal primo verso del primo pezzo, la title-track:

Ho un dio e la sua benedizione/ voglio tutto quello che offre e non mi accontenterò di meno/ vedo il paradiso sotto i miei piedi e sopra la mia testa

La produzione è sempre quella grassa e vigorosa dei Sunlight Studios ma il salto stilistico è forse ancora più radicale di quello tra Wolverine Blues e Clandestine. Il timone compositivo è ancora saldamente in mano al batterista Nicke Andersson, che nel frattempo aveva fondato gli Hellacopters ed è libero di sfogare tutto il suo amore per i classici del rock’n’roll, Kiss in primis. L’ugola scartavetrata di Lars Goran Petrov si concede al cantato pulito. Ci sono esperimenti scombinati e inclassificabili come Put me out e la blueseggiante Boats.

Se il colpaccio non riuscirà non sarà, però, solo per le rogne con la EastWest o il rigetto dei fan integralisti. In Wolverine Blues ogni brano era un potenziale classico. To Ride, Shoot Straight and Speak the Truth soffre di un’ispirazione altalenante e diseguale, a volte priva di una direzione precisa, con una manciata di pezzi riuscitissimi (Like this with the devil, Lights out, la sovrumana Damn deal done) che consentono di vedere il bicchiere mezzo pieno ma, per contrasto, rendono la delusione ancora più amara.

Andersson lasciò il gruppo subito dopo, per godersi il successo dei suoi Hellacopters. Gli Entombed – con tre membri fondatori superstiti – sbandarono con il successivo Same Difference, dai suoni ancora più accessibili, ai limiti dello stoner. Seguirono la resa e l’inevitabile ritorno all’antico, un copione che vedremo replicarsi decine di volte. (Ciccio Russo)

 

3 commenti leave one →
  1. 20 ottobre 2017 14:11

    Nota a margine: negli “Avere vent’anni” di quest’anno non si è parlato di quel capolavoro che è “Payin’ The Dues” degli Hellacopters. Perché?

    Mi piace

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