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Avere vent’anni: febbraio 1998

28 febbraio 2018

 

PEARL JAM – Yield

Ciccio Russo: I Nirvana erano morti. Gli Alice In Chains lo sarebbero stati presto. I Soundgarden erano implosi dopo un album d’addio che, riascoltato a vent’anni di distanza, era molto meglio di come lo ricordassi. E i Pearl Jam, come da titolo, si arresero. La vulgata vuole che, dopo lo scombinato No Code, Yield fosse stato chissà quale grande ritorno. In realtà avevano giusto azzeccato alcune hit (Given To Fly, Do The Evolution, la paraculissima, ma irresistibile, Wishlist) e avevano ricominciato a pestare il giusto, con la vena punk che si era riaffacciata (ottima l’opener Brain of J.). Ma l’album resta pieno di riempitivi e sperimentazioni velleitarie che non vanno da nessuna parte. Comprensibile, per carità. I Pearl Jam si erano ritrovati soli in mezzo alle macerie di una rivoluzione che aveva spazzato via tutta la concorrenza e persino costretto parte della vecchia guardia a provare maldestramente ad aggiornarsi, a copiare senza capire. Nel 1998, invece, il grunge sembrava già Pleistocene.

SETHERIAL – Lords of the Nightrealm

Trainspotting: Gli unici a riuscire ad emergere davvero da tutta la truce ondata di black metal svedese di fine anni Novanta sono stati i Marduk. Questo è accaduto forse perché Hakansson e compari erano i più tamarri di tutti, e, specie nel periodo alla fine più famoso (cioè quello con Legion alla voce, tra Heaven Shall Burn e World Funeral), si erano trasformati in una specie di Slayer a 45 giri con le bestemmie al posto delle storie sui serial killer. Di sicuro i Marduk se lo meritarono davvero, di diventare famosi anche tra il pubblico non strettamente appassionato di black metal, ma d’altra parte gente come i presenti Setherial avrebbero dovuto avere ben altra accoglienza; perché poi un album come questo in oggetto non ha nulla da invidiare ai dischi dei Dark Funeral, quantomeno. Il debutto Nord è unanimemente considerato uno dei capolavori del filone svedese, d’accordo, ma anche questo Lords of the Nightrealm è un disco incredibile, passato tutto sommato abbastanza inosservato all’epoca e di cui pochi, al momento attuale, ricordano l’esistenza. Black furiosissimo, dal suono glaciale e nitido, in cui le chitarre continuano senza requie a macinare riff su riff concedendosi, ogni tanto, anche qualche parentesi melodica. Una pietra miliare del black metal svedese che non dovrebbe mancare in nessuna collezione che si rispetti.

MORTICIAN – Zombie Apocalypse

Luca Bonetta: Noi oggi qua passiamo le giornate a smadonnare dietro ai vari trend nel death metal: prima lo slam, poi il revival old school, e ancora il technical e chi più ne ha più ne metta. Ma ci dimentichiamo che vent’anni fa c’era già gente che aveva gettato le basi di alcune di queste mode senza probabilmente nemmeno rendersene conto. I Mortician sono una delle band più ignoranti in circolazione, e lo dico in senso buono. Io li vedo un pò come gli Infernal War o i Belphegor, per dire. Band che si ficcano a gamba tesa in mezzo ad un genere proponendo una roba che fa schiumare dalla bocca i puristi e spaccare dalle risate tutti gli altri. Un utilizzo della drum machine abnorme e fuori luogo come pochi altri casi, chitarre talmente sature che ci si può nuotare dentro e vocals che fanno impallidire chi a quei tempi si era appena abituato al growl. Il tutto naturalmente non ha ripagato in termini di visibilità: difatti i Mortician sono sempre passati in sordina rispetto al resto dell’offerta di quegli anni, pur riuscendo a ritagliarsi un angolino nei cuori di quei pochi disadattati mentali che li vedevano, e li vedono tuttora, come un piacevole interludio per staccare da tutto il resto. Del tipo che dopo essere uscito dal mio coma indotto dall’ultimo Portal ho passato giorni a ripassarmi la discografia dei Mortician giusto per passare da un estremo all’altro, ed è stato un gran bel divertimento.

PRIMAL FEAR – st

Trainspotting: La genesi dei Primal Fear parte da un presupposto semplice e geniale, che è più o meno: in giro c’è uno dei cantanti migliori sulla piazza, appena cacciato fuori dai Gamma Ray e che ha fallito il provino per entrare nei Judas Priest; fondo un gruppo in pienissimo stile priestiano e ce lo metto a cantare. L’autore di questo ragionamento fu Matt Sinner, uno che peraltro col metallo priestiano in salsa tetesca (e quindi acceptiana) ci sapeva fare benissimo. Il risultato fu esplosivo sin dal principio, perché Primal Fear è un debutto carico a molla di riffoni spezzacollo e melodie da pugno all’aria, oltre a essere uno dei dischi con più fischioni di chitarra nella storia della musica – e a noi di Metal Skunk i fischioni di chitarra piacciono quasi quanto gli arrosticini di fegato di pecora nel preserata del Tube Cult. Tamarraggine di quella pura come solo i tedeschi sanno fare, e c’è pure una canzone che parla di Formula 1, perché noi non ci facciamo mancare niente. Se avete ascoltato uno qualsiasi dei dischi dei Primal Fear degli ultimi vent’anni, sappiate che il debutto non ha nulla di diverso ma è tendenzialmente migliore.

Cesare Carrozzi: Nonostante sia giusto l’esordio di una discografia ormai ventennale (e a regolare cadenza biennale, come da bravi crucchi inquadratissimi), questo omonimo Primal Fear secondo me è uno dei dischi più ispirati che il gruppo di Ralf Sheepers abbia mai tirato fuori. Pezzi semplici, niente affatto pretenziosi, brevi e diretti, che mettono bene in luce il retroterra priestiano innestato su una robusta ossatura di power metal tedesco, qui ovviamente fresco ed ispirato com’è giusto che sia per un gruppo al primissimo disco, nonostante sia Ralf Sheepers che Matt Sinner fossero gente già del mestiere, non certo degli esordienti. Il pezzo migliore del lotto rimane Silver & Gold, una canzone che fa immediatamente presa grazie ad un ritornello semplice ed efficacissimo, ma anche le varie Formula One, Thunderdome, Chainbreaker  o Running In The Dust sono belle assai. C’è anche una cover di Speed King dei Deep Purple e pure Kai Hansen –  senza ancora il parrucchino – che suona qualche assolo, che volete di più? Riascoltatelo.

UNHOLY – Rapture

Ciccio Russo: Buggerati dalla famigerata Lethal Records, gli Unholy si erano sciolti una prima volta dopo l’esordio From The Shadows. A resuscitarli fu la proposta dell’italiana Avantgarde Records, che nel ’94 produsse The Second Ring Of Power, un album ostico e nerissimo che non ebbe il successo sperato e spinse i quattro finlandesi a gettare la spugna un’altra volta. Quattro anni dopo sarebbero ritornati, sotto forma di trio, con quello che è forse il loro capolavoro. Rapture non è semplicemente uno dei migliori dischi doom della seconda metà del decennio. C’è la gelida estetica del black meno ortodosso (le atmosfere rarefatte di Wretched); c’è un’anima gotica che emerge sin dall’iniziale Into Cold Light, con quel basso incisivo di marca new wave. I brani più lunghi (For the unknown one, gli oltre quindici minuti di Wunderwerck) non sono basati sulla ripetizione monolitica dello stesso pattern ma scaraventano l’ascoltatore in un viaggio allucinante fatto di crescendo, stacchi improvvisi, alternanza di pieno e vuoto, sognanti parentesi acustiche con voce femminile dove si sentono pure i Dead Can Dance. Anche nei frangenti più classicamente doom gli Unholy lasciano pochi riferimenti: l’influenza della vecchia scuola di Funeral e Disembowelment è presente ma non soverchiante, così come risulterebbero forzati gli accostamenti al gothic/doom inglese (un po’ meno quelli ai compagni d’etichetta Katatonia, sebbene premesse e intenti siano diversissimi). Un’autentica gemma che, a vent’anni di distanza, continua a stupire, inquietare e conquistare.

STIGMATA IV – Solum Mente Infirmis

Trainspotting: Gli Stigmata IV suonarono di spalla ai Blind Guardian nel mio secondo concerto metal in assoluto, nel tour di supporto a Nightfall in Middle-Earth. Di loro (intendo degli Stigmata IV) conoscevo solo una canzone, Room Eleven, perché era inclusa in uno dei cd della rivista Psycho, che chi c’era all’epoca sicuramente ricorderà. Solum Mente Infirmis era il debutto, arrivato dopo mille vicissitudini e quasi dieci anni di carriera sotterranea, e la sfiga non li abbandonerà mai, soprattutto perché furono costretti a cambiare nome più volte, attestandosi poi sul definitivo Stygma IV per sciogliersi dopo qualche tempo nell’indifferenza generale. Non si meritavano tante ambasce, perché – come già il debutto testimonia – furono una band pregevolissima, autrice di un heavy metal powerizzato e discretamente raffinato, dagli echi progressive impreziositi dalla bella voce di Ritchie Krenmaier e dalla buona tecnica strumentale dei musicisti. Ormai Solum Mente Infirmis è di difficile reperibilità, ma meriterebbe quantomeno una rivalutazione, per quanto tardiva.

Charles: Non posso accettare che se ne parli bene. Questo è uno dei peggiori cd che abbia mai acquistato in vita mia (il peggiore in assoluto forse era Something Burning dei Vicious Rumors, li mortacci loro). Una vera merda indifendibile, pieno di idee riciclate e vecchie, un disco a dir poco fastidioso. Non ho neanche il coraggio di riascoltarlo adesso. Alla prima occasione vendetti questa ciofeca (Solum mente infirmis manes possunt videre mi pare così continuasse la pappardella in latino stupida come la merda) e il successivo cacaturo, uscito pochi mesi dopo e che forse faceva ancora più schifo di questo. E comunque no, caro Bargone, Solum Merda Infirmis non è di difficile reperibilità: ne ho trovato uno usato proprio l’altro giorno in uno storico negozio di Roma, che ha appena compiuto 25 anni di onorata attività, e con tutta probabilità è la stessa copia che gli avrò mollato io tipo dieci anni fa per un euro e che, come vedi, ancora non riescono a piazzare. Ma se ti piace questa roba te lo faccio mettere da parte, poi te lo vai a prendere con calma, tanto stai sicuro che lì rimane. In realtà del disco non me ne frega niente ma colgo l’occasione per augurare lunga vita a Pink Moon e a tutti i negozi di dischi sopravvissuti.

TAROT – For the Glory of Nothing

Edoardo Giardina: Credo che Marco Hietala abbia segnato a vita l’esistenza dei Tarot quando entrò nei Nightwish. Quando decise (anche abbastanza comprensibilmente) di tentare la fortuna con quello che probabilmente diventò IL gruppo sympho/goth con vrenzola scandinava alla voce per antonomasia, la creatura principale sua e di suo fratello passò inevitabilmente in secondo piano. E vista la diffusione sempre più ampia che ebbero i Nightwish (ormai atrofizzatasi), fece probabilmente la scelta giusta da un punto di vista personale. Ciononostante, a me veniva sempre e comunque un colpo al cuore quando i metallari che incontravo ai concorsi per band emergenti in provincia mi parlavano di Marco Hietala come bassista fenomenale (!) ed esempio di vita, non conoscendo neanche i Tarot. Di solito erano appunto i membri di quei gruppi che riproponevano ogni volta la stessa cover dei Nightwish, alternabile a una dei System of a Down suonata peggio di come la suonano loro stessi, più l’immancabile Killing in the Name in chiusura. Nel migliore dei casi pensavano che fossero quantomeno il suo passatempo durante i peggiori momenti di noia. Probabilmente ad un certo punto diventarono anche e soprattutto quello, ma cogliamo l’occasione di questo ventennale per restituire un po’ di dignità ad un gruppo che, pur senza troppe pretese dal punto di vista stilistico e proponendo con umiltà un heavy metal semplice ma piacevole, a partire da questo For the Glory of Nothing ha comunque inanellato una scia di tre album ottimi, i migliori della sua carriera.

PAGAN ALTAR – Volume 1

Charles: Delle alterne vicende dei Pagan Altar e della strana genesi della loro discografia accennammo qui, in occasione della recensione dell’ultimo disco prodotto in ordine di tempo. Mi fa specie come io riesca con la stessa facilità a dimenticare quasi l’esistenza stessa dei Pagan Altar e poi, quando mi ritrovo ad ascoltarli, come adesso, a rendermi conto di quanto siano stati sottovalutati e di come corrispondano perfettamente alla mia idea di Metallo. Praticamente questi qui sono una via di mezzo tra i Saxon e i Black Sabbath e quindi sono concettualmente quanto di più desiderabile possa esistere per dei vecchi rincoglioniti come noi. Volume 1 non è probabilmente il miglior disco degli inglesi ma è quello che preferisco, quello più rozzo e in cui meglio sento la commistione di generi di cui sopra. La traccia omonima con cui inizia il disco vale tutto il viaggio e mette le cose in chiaro circa i riferimenti (la NWOBHM) ma già dalle successive, in particolar modo con Judgement of the Dead e la stupenda The Black Mass (che inizia col classicissimo In Nomine Dei Nostri Satanas Luciferi Excelsi) l’atmosfera si fa decisamente più cupa e doom. L’album, che ve lo dico a fare, è un capolavoro. Recuperatelo prima di subito.

GOREFEST – Chapter 13

Ciccio Russo: Il death’n’roll sembrava tanto una bella idea ma i pochi gruppi che vi si cimentarono dovettero scontrarsi con l’indifferenza pressoché totale del pubblico. Se manco To Ride, Shoot Straight And Speak The Truth fece il botto sperato, figuratevi quanta gente si poté filare i lavori più sperimentali dei Gorefest, che avevano saltato il fosso due anni prima con Soul Survivor, dopo il quale la Nuclear Blast li licenziò in tronco. Chapter 13 uscì per la Steamhammer, allora diventata una sorta di label-ospizio, e fu accolto in maniera gelida, tanto da spingere gli olandesi a sciogliersi qualche mese dopo. Peccato, perché il dischetto si difendeva. Nothingness, All is well, Burn out, la title-track, sono tutti ottimi pezzi, sorretti da riffacci che guardavano allo stoner, quando non proprio allo sludge di New Orleans. E anche i brani più arditi, quelli con la voce pulita e la chitarra acustica, quasi grunge fuori tempo massimo, non erano poi così male. Chissà, se uscisse oggi, mutati come sono i gusti del metallaro medio, potrebbe fare pure un discreto botto.

GHOUL VAULT – Wojtyla Masturbation

Trainspotting: L’unico motivo per cui questo disco viene qui recensito è che all’epoca ne lessi una recensione e mi fece ridere il nome. La recensione in questione peraltro era una stroncatura spietata, e mi sento di concordare appieno. Queste quattro tracce sconclusionate e registrate con il Motorola StarTac rimangono fortunatamente l’unica testimonianza della band, formata da toscani forse per cazzeggiare tra un impegno coi propri gruppi principali e l’altro. E niente, dopo vent’anni ho anch’io l’occasione di poter dire che ‘sta roba è merda vera.

NOCTURNAL RITES – Tales of Mystery and Imagination

Cesare Carrozzi: Che disco FANTASTICO. Piano piano i Nocturnal Rites si sono purtroppo ridotti di merda, ma qui cari amici erano davvero, davvero fighissimi, come possono esserlo solo quelli che ci credono tantissimo, che hanno una visione e la perseguono incuranti di tutto, giovani e di belle speranze, come d’altronde lo erano in quei giorni. Oltretutto il titolo già la dice lunga sulle intenzioni che i nostri svedesotti avessero all’epoca, e infatti questo album è strapieno di bordate power che vi porteranno dritti dritti in un’altra dimensione, vichinga, guerresca e avventurosa. Pezzi tipo Ring Of Steel, Test Of Time, Burn In Hell, End Of The World, ma farei prima a scrivere tutti, sono delle perle inestimabili, fantastiche ed incredibili per un gruppo che fino a due anni prima aveva prodotto giusto qualche demo e un album carino sì, ma non certamente paragonabile a questo. Un salto di qualità allucinante, che si confermerà nel successivo The Sacred Talisman, peraltro l’ultimo con la voce nasale di Anders Zackrisson dietro al microfono, un addio alle scene che segnerà anche l’inizio della lenta decadenza del gruppo. Vabbuo’, comunque: in questo freddo colpo di coda invernale, recuperate Tales Of Mystery and Imagination prima di subito, perché sicuramente saprà scaldarvi il cuore come nessun altro farà mai. Fidatevi.

OBSCENITY – Human Barbecue

Ciccio Russo: Non ai livelli di The 3rd Chapter ma comunque una bomba; già il titolo invogliava all’acquisto. Brutal alla tedesca da uno dei gruppi death metal più sottovalutati dal vecchio continente. Che vuol dire brutal alla tedesca? Un’attenzione per la melodia non comune nel genere (e non parliamo solo degli assoli), riffoni grassi, ritmiche quadratissime da headbanging compulsivo (se riuscite a stare fermi durante Soulripper, forse siete morti), una forte componente thrash, addirittura più americana che crucca (Lycanthropy). Sono ancora in giro e spero di beccarli dal vivo a qualche festival truce mitteleuropeo, prima o poi.

ADORNED BROOD – Wigand

Trainspotting: Gli Adorned Brood sono una di quelle band che, ascoltata a distanza di vent’anni, soffre del comprensibile senso di obsolescenza che si prova per chi ha provato a mettere in pratica un’intuizione senza riuscirci compiutamente. Wigand, il loro secondo disco, tenta di accrocchiare il black metal novantiano con una sensibilità folk distantissima da quella che avevano messo in musica i vari norvegesi prima di loro. Il risultato, come detto, è riuscito a metà, ma in mano ad altri soggetti quelle stesse intuizioni avrebbero potuto portare ad un risultato molto vicino a quello che si sarebbe inteso come folk black metal nel decennio successivo. La produzione è uno dei problemi, rozza com’è: ciò che all’epoca gli Adorned Brood non capirono (ma, data l’epoca pioneristica, non c’è da farne loro una colpa) è che per il genere di musica che intendevano fare non c’era bisogno di sottostare alle rigide regole sonore del black: piuttosto, il black avrebbe dovuto fare da, diciamo così, accompagnamento alle partiture più folkeggianti, invertendo idealmente la gerarchia delle due parti che intendevano fondere. Le cose migliori di Wigand rimangono comunque quelle più strettamente folk, a partire dalla strumentale The Oath, intermezzo di 6 minuti retto da chitarre acustiche e flauti. Indimenticabile la copertina.

MORBID ANGEL – Formulas Fatal to the Flesh

Luca Bonetta: C’era un tempo in cui i mostri sacri non sbagliavano un colpo; c’era un tempo in cui un gruppo come i Morbid Angel sedeva incotrastato sul trono del death metal e nessuno poteva anche solo pensare di spodestarli. Formulas esce in concomitanza con un importante cambio di line-up, che però riuscì a non scalfire minimamente l’essenza della band. Quello che è venuto fuori è l’ennesimo discone che, di fatto, entra nelle antologie di un intero genere musicale, al pari dei suoi predecessori. I tempi di Illud sono ancora lontani, e di certo all’epoca nessuno avrebbe mai potuto pensare che i Morbid Angel si sarebbero ridotti come poi effettivamente è stato. Un po’ mi dispiace non aver vissuto direttamente quegli anni, perché sono convinto che l’atmosfera che si respirava fosse qualcosa di irripetibile, ma non si può volere tutto, giusto? E allora limitiamoci a riascoltare ancora una volta Formulas Fatal To The Flesh e a brindare al death metal perché, con tutto quel che si può dire, di roba meritevole ne esce ancora.

NASHVILLE PUSSY – Let Them Eat Pussy

Charles: W LA FICA.

7 commenti leave one →
  1. Velocirazzo permalink
    1 marzo 2018 14:47

    Yeld non lo vedo così diverso dai dischi usciti da Vs in poi, ha solo formalizzato definitivamente l’abbandono delle pesanti influenze punk e hard rock, relegate poi a pezzi che risultano più delle parentesi che altro. Non ha più né meno riempitivi di altri loro dischi (a parte Ten, ma vabbè quel disco è n’altra storia… e soprattutto avevano un po’ di anni in meno che nel ’98 😀 ). È un disco che si difende bene secondo me, e si fa riascoltare piacevolmente quando si ha voglia di qualcosa scritto e suonato bene, se pur senza guizzi in particolare. Poi oh, parlare di “sperimentazioni” per i PJ è un eufemismo, meglio dire “cazzeggio in sala prove fra na take e l’altra”.

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    • 1 marzo 2018 17:15

      Però su Vs e Vitalogy i cazzeggi da sala prove erano rari e pure godibili…

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      • Velocirazzo permalink
        2 marzo 2018 03:22

        Non mi hanno mai detto nulla, anzi per me sono sempre stati i veri riempitivi. Su Yeld ce n’è uno solo se non ricordo male, e passa via veloce

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  2. blackinmind permalink
    1 marzo 2018 16:09

    Ma…Giacomo Poretti nel video dei Mortician al minuto 2:25?!

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  3. rabe permalink
    2 marzo 2018 00:03

    Chapter 13 fu una mezza delusione (adoro i GF), ma poi l’ho rivalutato molto col passare tempo. Comunque sia, i GF meriterebbero molta piu’ attenzione.

    Piace a 1 persona

  4. weareblind permalink
    2 marzo 2018 07:48

    Primal Fear davvero godibile, nello stereo ancora dopo 20 anni. Anzi, 3-4 pezzi saprei pure cantarveli. Human Barbecue mi fa riemergere un ricordo sepolto, la ascoltai in radio (una radio di Como) con degli amici. Non la ricordo nemmeno, so solo che la ascoltai.

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Trackbacks

  1. Avere vent’anni: aprile 1998 | Metal Skunk

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