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PEARL JAM – Twenty (Columbia)

22 novembre 2011

bella maglietta.

Parlare dei Pearl Jam in maniera retrospettiva ora, a vent’anni da Ten, è più che altro un lavoro di riemersione del sommerso. Perché, per chi è cresciuto negli anni novanta con una certa formazione musicale, i PJ hanno rappresentato qualcosa di difficilmente esprimibile a parole; ed è curioso che mi trovi a scriverne adesso, a trent’anni ormai compiuti, quando tutto è cambiato eppure rimasto così spaventosamente simile; su un bloc notes, a penna, mentre guardo fuori dal finestrino di un treno regionale un po’ troppo mattiniero e nelle orecchie scorre una versione acustica di Garden registrata nel ’92. Sono passati più di 15 anni da quando mi innamorai di Ten, e tutto ciò che i Pearl Jam sono stati, tutto ciò che quel disco è stato, continua ad essere sempre uguale ma con mille sfumature e significati in più; perché un altro disco così non c’è più stato e probabilmente non ci sarà mai, nonostante abbia influenzato il modo stesso di concepire il rock di un’intera generazione. Ten fu il risultato di quattro musicisti in stato di grazia, 4 anime + 1 che in qualche modo sono riuscite a entrare immediatamente nella Storia del rock ricreando lo spirito dei due decenni passati e sintetizzando gli anni novanta quando questi erano appena cominciati. Forse è per questo che riascoltato oggi appare così fuori dal tempo e insieme così intimamente legato al proprio tempo. Un disco che loro non sono mai riusciti a replicare neanche alla lontana ma che ha gettato le basi per un splendida carriera di future hall of famers del rock americano, decine di milioni di copie vendute e la stessa puzza di localino impregnato di fumo e birra rancida degli inizi, eroi della Mtv generation pur avendo fatto passare un decennio tra il secondo video e il terzo, anni passati sui palchi di tutto il mondo in una coazione a ripetere che li porta a replicare sé stessi e l’intero immaginario cantautorale americano perché questa è l’unica cosa possibile da fare. 
Twenty è la colonna sonora del film celebrativo del ventennale della band diretto da Cameron Crowe. Non ho visto il film, non posso parlarne. Il disco è un doppio cd con versioni live e qualche pezzo dai demo. Si ripercorre l’intera loro storia, compreso l’Mtv Unplugged e i mai troppo elogiati Temple Of The Dog, qui ricordati con Times Of Trouble, Say Hello 2 Heaven e Chris Cornell prima che l’eroina distruggesse la sua voce e il suo essere Chris Cornell. Un’operazione dovuta, celebrativa di un gruppo che trascese il suo tempo e divenne Mito già al debutto e nonostante una carriera antidivistica passata a prostrarsi umilmente di fronte ai propri idoli e cercando quasi consciamente di smantellare l’aura che gli si era già dai primissimi tempi formata attorno. Operazione che non gli riuscirà probabilmente mai, nonostante il presenzialismo autolesionista di Eddie Vedder in qualsiasi collaborazione o progetto gli venga proposto, e nonostante ormai aspettarsi qualcosa dal nuovo disco dei Pearl Jam sia un meccanismo mentale più dovuto che realmente sentito. Per tutti questi e per mille altri motivi, parlare retrospettivamente dei Pearl Jam in poche righe è un’impresa impossibile. Sono stati troppo grandi, sono ancora qualcosa di indefinitamente enorme e per quelli come me hanno rappresentato qualcosa per cui forse le parole non esistono. Ascoltate Twenty e provateci da soli. (barg)

26 commenti leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    22 novembre 2011 12:48

    bella maglietta

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  2. 22 novembre 2011 16:14

    Il film non l’ho visto neanche io e sto ancora smadonnando per essermelo perso, per i Pearl Jam vale il discorso dell’inesistenza delle mezze misure, o li si ama fuori misura o non li si considera proprio. Spero vivamente che quando anche io arriverò a 30 anni nel mio lettore mp3 futuristico girerà ancora Ten.

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  3. Dan permalink
    22 novembre 2011 21:16

    Ricordo lo svegliarmi in una tenda nel giardino di un mio amico, prima dell’alba e mettere Ten, ancora non era l’alba, l’adolescenza, i primi amori etc….
    Cazzo i Pearl Jam…

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  4. chippy_bones permalink
    22 novembre 2011 22:32

    preferisco vs….

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  5. 22 novembre 2011 23:39

    Non vedo l’ora che tornino in Italia…

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  6. 23 novembre 2011 16:08

    gran bella maglietta, in effetti.

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  7. Nunzio Lamonaca permalink
    23 novembre 2011 23:28

    La voce del rock, altro che le minchiate…

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  8. zvan hoffmann permalink
    30 novembre 2011 14:10

    Posso dire una cosa? Ma perchè loro mi sono sempre sembrati così “politically correct” da nauseare? Mi spiego meglio…hanno scritto capolavori, sono musicisti raffinati, ma ogni cosa che fanno, perchè devono ammantarla di buonismo o buoni sentimenti che dir si voglia? Parlano di Andy Wood come se avesse preso un brutto raffreddore, vanno in giro con la Toyota Prius, non scazzano mai tra di loro…ma tutto questo non vi sa di finto? Ma cristosanto, un bel film hollywoodiano non è quello che ci si aspetta da una rock band. Il montanaro di Aberdeen che viveva sotto un ponte ascoltando i Black Flag, morto di una morte assurda…neanche degnato di una parola…e all’epoca di Vitalogy ricordo tutte le manfrine di Vedder (“..è cambiato tutto, non so se ha più senso continuare…”)…si, adesso ha senso, con gli amici fighetti del surf e la moglie modella…IO NON NE POSSO PIU’ DELL’IPOCRISIA CHE STA UCCIDENDO IL ROCK (e di riflesso il Metallo). Scusate lo sfogo, ma per me sta roba ha il valore di Jolly Blu degli 883. Grazie per lo spazio concesso.

    Piace a 1 persona

    • 1 dicembre 2011 00:28

      guarda, i pearl jam non li ho, tipo, mai coperti (mea culpa), ma Jolly Blue degli 883 è un capolavoro immortale senza se se e senza ma.

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    • Mario Galleope permalink
      2 gennaio 2013 02:01

      Non capisco, quindi il rock per essere sincero deve essere eseguito da persone drogate, sregolate o comunque nichiliste in qualche maniera?

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