HATE – Solarflesh (Napalm)

Hate_solarfleshPer quanto Nergal mi stia pure abbastanza simpatico dal punto di vista umano, trovo che i Behemoth siano una delle band che più danni hanno involontariamente inferto al metal estremo dopo gli In Flames e i Meshuggah. Ma i Meshuggah quantomeno continuano a pubblicare dischi accettabili. E tutta la roba che è venuta appresso agli In Flames nell’ultimo decennio non ci tange; continuare a prendersela con il metalcore sarebbe come preoccuparsi della legislazione canadese sui passaggi di proprietà. I Behemoth, invece, continuano a essere responsabili dell’uscita di decine di dischi death metal che non suonano affatto come dovrebbe suonare un disco death metal. Almeno per uomini d’altri tempi come noi, che non vogliono sentire i trigger ma vogliono sentire il Demonio.

Più che creare veri e propri imitatori (in fondo lo sono anch’essi a loro volta), i Behemoth hanno creato uno standard sonoro che si è rivelato commercialmente proficuo e ha quindi iniziato a essere ripreso un po’ da chiunque. Un sound piatto, tronfio, di plastica, l’equivalente musicale delle tette al silicone. L’addomesticamento di qualcosa che era nato per essere sporco e selvaggio. Il canone Nuclear Blast ormai applicato a qualsiasi cosa, dal black metal agli Huntress. Prendete gli Hate. Ai tempi di Awakening Of The Liar non erano niente male. Il classico gruppo death polacco: originalità zero ma affidabilità e tanta cattiveria, un po’ come i Vader. Oggi sembra che in studio di registrazione gli abbiano dato il bromuro. Solarflesh non è un brutto disco, è semplicemente un disco che non sarà mai in grado di suscitarmi emozioni diverse da un’annoiata indifferenza. Immaginario satanico d’accatto, che sembra davvero messo lì apposta per impressionare i ragazzini, i soliti riff alla Morbid Angel riciclati per l’ennesima volta ma così iperprodotti da risultare innocui, suoni talmenti lindi e senz’anima che certi fraseggi di chitarra potrebbero venire tranquillamente da un album a caso dei Machine Head, qualche svarione industrialoide per darsi un tono quando, se suoni questo tipo di death metal, la terza elementare vale molto più di un dottorato di ricerca al Mit di Boston. Insomma, come ha replicato Luca Bonetta al mio tentativo nonnista di appioppargli la recensione, sono diventati i fratelli scemi dei Behemoth. Tanto che, a fine ascolto, la cosa che mi è rimasta più impressa è la chiusura di Timeless Kingdom, identica, ci crediate o no, a quella di Black dei Pearl Jam.

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