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Ma che metallo d’Egitto: CRESCENT – The Order of Amenti

19 marzo 2018

La notte del 22 gennaio 1997 la polizia egiziana bussa alla porta di centinaia di case, per lo più nei quartieri della media borghesia del Cairo. Non sono a caccia di terroristi ma di metallari. Vengono arrestati circa novanta ragazzi, indiziati per indossare magliette coi mostri e avere i capelli lunghi. L’accusa è far parte di una setta dedita a rituali blasfemi, il cui macabro quartier generale era nientemeno che il McDonald’s di Eliopoli. Il satanic panic è arrivato in città. E la reazione non sono gli adesivi con la scritta Parental Advisory.

La popolare rivista Rose al-Yūsuf stava proponendo da mesi articoli sensazionalistici sulla musica del diavolo che veniva usata appositamente dalle potenze estere per corrompere la gioventù d’Egitto e spingerla a darsi alle droghe, alle orge e ai sacrifici umani. Il grande imam di Al Azhar, Muhammad Tantawi, diede la colpa a Israele. Il gran muftì Nasr Farid Wassil chiese la scarcerazione dei malcapitati, purché rinunciassero a Satana, altrimenti toccava applicare la punizione prevista dalla sharia. Pischelli di sedici o diciassette anni si fanno un mese di galera per essere stati beccati con una t-shirt dei Marduk. Alcuni di loro escono dopo 45 giorni. Fanno il giro del Paese le immagini delle madri incazzate che manifestano di fronte al tribunale. Una scena che aveva iniziato a contare migliaia di fan, concentrati per lo più intorno alla capitale e ad Alessandria, subisce un colpo durissimo. Per riprendersi ci sarebbero voluti anni, nonché la determinazione di un certo Nader Sadek, che sfrutta l’incisione del suo disco per farsi una rete di contatti internazionali e inizia a organizzare qualche concerto di band straniere. Piano piano il circuito si ricostruisce, complice l’emergenza terrorismo che distoglie le autorità dallo stare appresso alle cazzate. Nascono nuovi gruppi. Per lo più vanno il prog, che non suscita attenzioni inopportune, e l’hard rock ibridato con il folk locale. Ma le cose più interessanti arrivano dal giro estremo. Gli Scarab, dediti a un discreto techno-death. Gli Odious, con il loro black sinfonico in salsa mediorientale. I migliori di tutti, però, sono i Crescent.

Il digitale, che con un minimo di sforzo ti consente di avere un suono passabile anche in cantina, sta dando chance che prima di internet sarebbero state impensabili a molta gente proveniente da aree finora periferiche. I Crescent incidono per conto loro nel 2014 il debutto Pyramid Slaves, che suscita subito consensi tali da portarli lo stesso anno sui palchi di grossi festival internazionali come il Wacken e l’Inferno. La Listenable apprezza e li arruola. E arriviamo a questo The Order of Amenti, che – per maturità, coscienza dei propri mezzi e ispirazione – lascia esterrefatti, se si parte dall’ovvia constatazione che Il Cairo non è Göteborg.

I Crescent si sono detti giustamente: se i Nile hanno fatto una fortuna sull’immaginario della mitologia egizia provenendo dalla South Carolina, rendendosi peraltro rei di una appropriazione culturale invisa ai blogger vegani di Brooklyn (già che ci sono, nel filone dei tizi rimasti sotto con i documentari sulle piramidi segnalo anche i discreti deathster crucchi Maat), perché non dovremmo farlo noi? I Nile, peraltro, non c’entrano molto. Qualche parallelismo si può fare invece con i Melechesh: le scale arabe sono integrate nei riff e il tallone d’Achille è lo stesso: le chitarre a volte si ripetono troppo. Ma le analogie finiscono qua. I Melechesh pestano come matti. I Crescent hanno un sound più sommesso ed evocativo, quello che i giovani d’oggi chiamerebbero blackened death metal. Si sente che appartengono a una generazione che ha avuto i Behemoth tra i principali gruppi d’entrata. Che non è necessariamente un insulto. Anche perché rispetto ai tanti emuli acritici dei polacchi c’è un abisso. Nel rigoroso rispetto delle premesse, i Crescent puntano sull’atmosfera epica e solenne (belli i cori sacerdotali) ma cambiano registro di continuo, passando con disinvoltura dagli sprazzi di black puro di The Will of Amen Ra al più tradizionale death metal cadenzato della notevole Sons of Monthu. Qualche calo di tensione nelle parti lente, dove forse una chitarra acustica e uno strumento rituale sottratto al museo in più ci potevano stare. Nel frattempo, al Cairo è tutto pronto per la sesta edizione del Metal Blast Festival. E quel dannato 22 gennaio è sempre più lontano. (Ciccio Russo)

3 commenti leave one →
    • weareblind permalink
      21 marzo 2018 08:02

      Broken link

      Mi piace

      • vito permalink
        21 marzo 2018 09:04

        era una frase di Winston Churchill detta negli anni 50 che metteva in guardia l’Europa sul pericolo dell’Islam estremista, comunque niente di offensivo, non so perche’ google l’ ha rimossa !

        Piace a 1 persona

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