MELECHESH – The Epigenesis (Nuclear Blast)

Una volta ho rischiato di farmi menare dal batterista dei Melechesh. Era la primavera del 2008 e mi trovavo a Praga. Quella sera al Rock Cafè, a due passi da Piazza Venceslao, la band israelo-olandese suonava di spalla agli Immolation. Avrebbero dovuto esserci pure i Goatwhore, che però avevano mollato il tour per ragioni non ben specificate ma sicuramente, conoscendoli, connesse con le droghe pesanti. I Melechesh scatenarono l’inferno, non li avevo mai visti dal vivo e il loro show, intensissimo e spietato, non fece che migliorare la già elevata opinione che avevo di loro. Durante il soundcheck degli Immolation, uscii a fumarmi una sigaretta. Ashmedi, frontman del gruppo, stava anch’egli fuori in pausa nicotina e scambiammo due chiacchiere. Un minuto dopo ci raggiunse l’amabile Xul, quella sera davvero in stato di grazia. Per fargli i complimenti, gli battei la mano sulla spalla e gli feci: “awful drumming tonight, man!“. Ovviamente era un lapsus, volevo dire “awesome”. Sono il più sbadato malaccorto figlio di puttana sulla faccia della terra, al punto che tutti si domandano come cazzo faccia a essere ancora vivo, e mi rendo spesso protagonista di episodi imbarazzanti del genere, senza contare l’alto tasso alcolemico che in quel momento pesava sulla mia padronanza della lingua inglese. Xul, che è piuttosto grosso e cattivo, mi guardò malissimo e si avvicinò minaccioso biascicando un “What the fuck…“. Per fortuna Ashmedi lo fermò prima che mi tritasse più o meno come stava tritando pelli sul palco fino a dieci minuti prima: “No, no, lui è a posto, voleva dire ‘awesome’, vero?“. “Beh, certo, che cazzo, intendevo awesome drumming!” e finì lì. Meno male che ho sempre la fatina buona dei rincoglioniti che veglia su di me. Sui Melechesh, invece continuano a vegliare le oscure divinità sepolte e ancestrali di sumeri, babilonesi e i loro amici del deserto (loro, a esser pignoli, si definiscono “assiri”, qualunque cosa significhi essere assiri nel ventunesimo secolo). The Epigenesis, che esce a quattro anni di distanza dal precedente, e ottimo, Emissaries, non è il loro disco migliore ma, francamente, ci può stare.

"Mò scendo e ti rompo il culo"

Dopo un esordio ancora pesantemente influenzato dal black metal più classico, il cruento As Jerusalem Burns… Al Intisar, la band ha sviluppato una formula personale e suggestiva che finora ha sempre funzionato. Il rovescio della medaglia, però, è che non ti potrai mai aspettare da loro qualcosa di diverso dal collaudato death/black in salsa mediorientale che li ha resi celebri. Quindi è pure normale che, al quinto full-lenght, il riffing possa essere un po’ meno ispirato, le idee meno fresche, le atmosfere meno suggestive. Djinn nel 2001 stupì tutti ma, dato che da allora non si sono mai discostati da quello stile (nè si capisce come e perchè avrebbero dovuto farlo), non c’è nulla di male se The Epigenesis è giusto un ottimo platter di routine. Hanno mollato la Osmose per la Nuclear Blast. Non che ciò li abbia normalizzati o roba simile, ma i suoni sono leggermente diversi. Leggermente meno epici, leggermente meno profondi. Molto banalmente, The Epigenesis non è brutto, tutt’altro, semplicemente non regge del tutto il confronto con i suoi predecessori. E non è mica un confronto facile, dato che fino ad ora si erano sempre mantenuti su livelli tra l’eccellente e lo straordinario. Insomma, non sarà fico come uno Sphynx ma fa bene il suo sporco lavoro, e parlarne con sufficienza sarebbe disonesto. Se, come me, li avete sempre apprezzati avrete di che sollazzarvi,  tra le cavalcate thrashettone di Ghouls of Nineveh, la furia black old style di Defeating The Giants, le strumentali esoteriche di rito e i mid-tempo ripetuti e serrati che sono un loro marchio di fabbrica. A febbraio vengono in tour coi Nile, tocca vederli per forza. Certo, se ribecco Xul cercherò di non fare altre gaffe sennò stavolta mi demolisce come l’ecomostro di Punta Perotti. (Ciccio Russo)

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