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AL NAMROOD – Kitab Al Awthan (Shaytan Productions)

28 gennaio 2012

Ho sempre trovato piuttosto sterile il parallelismo tra geografia e musica, a meno che non sia espressamente ricondotto ad una etnomusicologia novecentesca che, dubito, possa avere alcun tipo di validità applicata agli stili musicali contemporanei. Non fa eccezione il black metal, impossibile da ridurre a fenomeno esclusivamente norvegese a meno di non voler ammettere che da una ventina d’anni Rotting Christ, Mortuary Drape, Belenos (questi magari da meno) e compagnia bella stiano semplicemente scherzando. Oppure che Beherit e Abruptum siano colpevoli di essere nati nella parte sbagliata della Scandinavia.

Detto questo, il black metal extraeuropeo ha sempre tratti estremamente folkloristici, a maggior ragione quando proviene da alcune regioni asiatiche o africane. Qui la distinzione da fare è tra gruppi meritevoli di attenzione per l’elevato tasso di weirdismo che esula dall’effettiva qualità della proposta e gruppi degni di considerazione tout court. Per dire, i (o meglio le) Gallhammer appartengono al primo filone, i Magane al secondo. Gli Al Namrood stanno nel mezzo.

Suonare black metal in un posto pieno di sabbia e cammelli, uno dei pochissimi paesi rimasti che ancora condanna a morte per apostasia, alza di parecchi centimetri l’asticella della bizzarria, soprattutto se il tuo monicker sta a significare “I non credenti”, un ottimo viatico per scavarsi da soli una buca nel deserto e prendersi una dose di sassate in faccia. Si dirà, il black metal è musica che si oppone alla morale religiosa imperante e certamente un messaggio simile ha più efficacia se lo diffonde un trio che proviene da una nazione di integralisti wahabiti piuttosto che dieci gruppi che abitano in un posto dove lo stipendio medio di un impiegato è pari al prodotto interno lordo del Laos. Ciononostante, agli Al Namrood manca ancora qualcosa per fare il salto definitivo, per passare da fenomeno di costume a band di culto, per non essere più soltanto i cugini dei Melechesh, similitudine che spesso viene tirata fuori a caso da chi, probabilmente, non ha mai sentito almeno uno dei due gruppi.

Kitab Al Awthan esce ad un anno e mezzo di distanza da Estorat Taghoot ma, in sostanza, ne eredita gli stessi difetti e gli stessi pregi con una produzione più professionale. La proposta è originale e ha una sua logica, le sonorità mediorientali si intrecciano con le partiture black in maniera straordinariamente complementare (meglio del banjo di Myr, tanto per intenderci) e contribuiscono a creare alcuni momenti di autentico fascino da culto misterico. Però, e c’è un grosso però, gli stessi elementi folk di cui sopra tendono ad appiattirsi in una semplificazione eccessiva. In parole povere, il classico motivetto arabeggiante viene riproposto ad oltranza con variazioni minime sul tema, con l’aggravante che il suono esce da una tastiera, non da strumenti tradizionali locali, e la differenza si sente. Il giochino regge all’inizio (Min Trab Al Jahel offre ottimi spunti), poi via via diventa stantio e si riprende nel mezzo, con Kiram al Mataia che è divertissement puro — o almeno così voglio sperare — ma non certo black metal nell’accezione comune del termine. Insomma, dal nostro punto di vista è probabilmente una mezza occasione gettata alle ortiche, certo è che non deve essere particolarmente semplice far parte di una scena composta da una decina di persone in tutto, tra musicisti e fans, per di più costretti a suonare in condizioni di clandestinità. E con l’incubo che all’improvviso ti piombi Sam Dunn nei paraggi. (Matteo Ferri)

One Comment leave one →
  1. 17 febbraio 2012 00:08

    the Jewish bands are better than this shit

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