Noumeni: il black metal latino americano (prima parte)

Biondi ariani dalle lunghe chiome

C’è stato un tempo in cui noi giovani liceali imberbi abbiamo creduto alle crociate anticristiane dei Marduk, alle farneticanti dichiarazioni del conte Varg e a tutta quella lunga serie di interviste nelle quali autorevoli esponenti della scena lamentavano l’invasione della Scandinavia da parte dei cristiani, pronti ad abbattere a colpi di rosario la millenaria cultura nordica. E ce li siamo raffigurati nella testa quei poveri, teneri vichinghi, uccisi da miti missionari e dalla noia, costretti a costruire stavekirker con la certezza assoluta che, in un futuro remoto, sarebbe arrivato il piromane vendicatore pronto a riscattare secoli di schiavismo religioso.

Ci siamo quasi auto convinti che, effettivamente, il black metal dovesse necessariamente nascere lì perché solo lì c’erano delle tradizioni pagane radicate nel tessuto sociale e spazzate via dai biechi seguaci del Cristo e perché solo dei biondi ariani dalle lunghe chiome avrebbero potuto calarsi nella parte dei giustizieri satanici. Abbiamo ignorato che dall’altra parte del mondo potesse covarsi del vero odio anticristiano e che qualcun altro potesse avere le sue buone ragioni per ritenere che i missionari di prima non fossero così miti e che qualche centinaio di anni di colonialismo politico e di imposizioni religiose potessero essere cause più che valide per incazzarsi per i motivi di cui sopra. Insomma tutta questa perifrasi serve ad introdurre una rapida e incompleta rassegna sul black metal sud americano che escluda aprioristicamente qualsiasi gruppo proveniente da Argentina e Brasile per insondabili ragioni che non sto qui a spiegarvi.

Prima di cominciare chiariamo subito un punto fondamentale: l’estetica. Potrebbe apparire futile ma un gruppo privo del physique du rôle parte già col piede sbagliato ed è per questo che i metallari asiatici, così come gli horror orientali, raramente vengono presi sul serio. Fortunatamente gli adoratori sudamericani della nera fiamma sfuggono allo stereotipo tipico del portoricano con la fascetta in testa, in primis perché Porto Rico non è in Sud America e poi perché a livello visivo non ci sono grosse differenze rispetto ai colleghi europei grazie ai miracoli del corpsepainting.

PERÙ E BOLIVIA

Il bello del Perù

A dispetto della sconfinata estensione territoriale, sono le due scene numericamente più piccole e praticamente prive di collegamenti sia con l’interno che con l’esterno, un po’ perché quando il totale dei musicisti è limitato a poche decine diventa anche stucchevole riunirsi e un po’ perché, quando devi viaggiare per una ventina di ore su strade come questa solo per raggiungere la città più vicina, la voglia di frequentare gli altri scema decisamente.

Il bello del Perù è che il black metal è vissuto con quella sana attitudine rozza, volgare e chiassosa che solo negli ultimi tempi sta finalmente riprendendo piede anche nel vecchio continente e che qui (come in Bolivia) c’è ancora gente che registra i demo sulle cassette. Il brutto del Perù è che l’intero movimento si prende terribilmente sul serio con tutte le conseguenze involontariamente grottesche che ne conseguono e che qui (come in Bolivia), c’è ancora gente che registra i demo sulle cassette. Gentiluomini come gli Hell Torment o gli Anal Vomit suonano più o meno le stesse cose che una decina d’anni fa suonavano i Destroyer 666 sulla scia di quello che suonavano i Celtic Frost ulteriori quindici anni prima. Black/thrash ignorante e senza fronzoli e senza la minima autoironia, in pieno stile underground, prodotto da chi ha fatto dell’estremismo sonoro una filosofia di vita per combattere il logorio della cumbìa moderna.

Più vicini alle sonorità scandinave i Nahual, quartetto di Lima che, dopo una lunga carriera trascorsa a dimostrare che nel black metal si possono anche usare i fustini del Dash al posto della batteria, ha finalmente tirato fuori un dischetto più che dignitoso come The Scaffold of the Dead, con tanto di cover di Call From The Grave giusto per fissare bene le coordinate casomai fossero poco chiare. Leggero quanto il pollo coi peperoni a ferragosto è, invece, il disco d’esordio dei Non Serviam, Imperio Tirano, quaranta minuti di ruvidissimo black/death senza respiro: i ragazzi hanno margini di miglioramento ma ci sono le cover dei Sarcofago e i caproni in copertina, ragion per cui sussistono le premesse per concedergli una seconda chance.

Appartengono di diritto alla categoria “folklorismo e fastidio” gli Akeldam e gli Illapa, che per quanto mi è dato di sapere dovrebbero essere la prima, vera formazione black metal peruviana. Niente charangos e zampoñas ma un approccio tutto loro al genere per entrambi. I primi cantano in uno spagnolo assolutamente intellegibile, contravvenendo così alla regola 98 delle 101 regole del black metal, e si dilettano nel piazzare qua e là tastiere alla maniera degli Europe. I secondi sfoggiano canotte e anfibioni da rivista degli anni ottanta e cadono nel più grossolano degli errori con un concept album (Lascivo Culto Solar) sul culto del Dio Sole negli Incas, piazzando in copertina un sacerdote che compie un sacrificio umano, sbagliando obiettivo di circa 4500 kilometri.

Un tipico blackster boliviano

In Bolivia sopravvivono microscene locali, soprattutto nelle città di Sucre (che ha perfino un blog dedicato) Cochabamba e Santa Cruz mentre, numericamente, ben poco rimane a La Paz, che pure ha dalla sua tutta una serie di caratteristiche che la potrebbero rendere terreno fertile per la nascita di un movimento di punta in  Sud America: clima ostile, natura selvaggia, antichi culti precolombiani che mantengono inalterata valenza sociale e un sano isolamento dal resto del mondo. Qui, almeno fino al 2009, si svolgeva l’Illimani Metal Festival, il più grande festival di metal estremo del paese, caduto in disgrazia, presumibilmente, per mancanza di fondi.

A differenza dei peruviani, il problema dei boliviani non è tanto quello di prendere più o meno seriamente il genere, quanto piuttosto di comprenderne le coordinate stilistiche. Puoi usare monicker satanici, pitturarti la faccia e usare tutti i pentacoli che vuoi ma se dopo quasi venti anni di militanza te ne esci ancora con video simili significa che occorre fermarsi un momento e fare mente locale sulla propria carriera.

Produzioni indegne e idee non sempre chiarissime fanno da filo conduttore tra gli Xerbeth (autori di un black old style che oltrepassa i limiti del manierismo), i Bestial Holocaust ed i sinfonici Galvorn, che hanno dalla loro la peggior voce femminile operistica mai sentita in un supporto di riproduzione musicale.

In mezzo a questo diffuso dilettantismo spiccano due band di culto come gli Effigy of Gods e i Lilith, che tra demo, lp, ripetuti scambi reciproci di musicisti e una decina d’anni di concerti in giro per l’America Latina, sono quantomeno riusciti nell’intento di far uscire il proprio nome all’infuori dei patri confini. Personalmente tendo a preferire i primi, con il loro incedere doom e le aperture melodiche ormai decisamente mature sull’ultimo disco, Wrath, mentre i Lilith mi sembrano ancora alla ricerca di un’identità ben definita ma siamo comunque su discreti livelli qualitativi. Magari non cambieranno la storia del genere, ma almeno ci danno la consapevolezza che, se un giorno dovessimo chiedere asilo politico allo stato boliviano, non saremo costretti a ripiegare sulla Diablada di Oruro come surrogato per le nostre pulsioni sataniche (continua…). (Matteo Ferri)

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