Terra e libertà: intervista ai FOLKHEIM

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Per ragioni indipendenti dalla mia volontà, ho avuto modo di ascoltare Mapu Ñi Tiam solo poche settimane fa, nonostante il disco fosse uscito alla fine dello scorso anno. Peccato, perché il primo lp dei Folkheim sarebbe finito senza alcun dubbio dritto dritto al primo posto della mia personale top ten di fine stagione e invece ora mi toccherà combattere con l’apparato burocratico della redazione per farmelo passare come miglior disco del 2013.
Gioca decisamente a loro favore, per quanto mi riguarda, il fatto di unire in un colpo solo tutto ciò che più mi sta a cuore per un motivo o per un altro: folk metal, black metal, tradizioni musicali dell’America Latina, autodeterminazione dei popoli e rivendicazioni delle popolazioni indigene del Sudamerica. Insomma, se volevano vincere facile, con me ci sono riusciti alla grande. Detto questo, al netto di discorsi extramusicali, Mapu Ñi Tiam è davvero un disco notevole, capace di attingere a piene mani dal folk metal di matrice finlandese per tirarne fuori un qualcosa di completamente diverso, non più musica caciaronesca e birraiola ma veri e propri canti di lotta, incazzati e diretti come solo i latini riescono a essere con altrettanta efficacia. Non potevo rinunciare ad intervistare “la più grande band ad ovest degli Urali” [cit.], in una conversazione che trascende spesso dall’aspetto meramente musicale e va ad approfondire quella che è la vera essenza dei Folkheim.

Immagino che questa sia la vostra prima intervista per un blog italiano. Purtroppo sono quindi costretto a farvi la classica domanda di rito chiedendovi di presentare rapidamente i Folkheim ai nostri lettori.
Prima di tutto vi ringraziamo per lo spazio che ci date, dal momento che, per quanto ne sappiamo, in Italia non siamo molto conosciuti. I Folkheim nascono nel 2003, suoniamo un genere che può catalogarsi come folk black metal o metal etnico, all’inizio eravamo influenzati soprattutto da gruppi come Finntroll e Moonsorrow. Per il momento abbiamo realizzato un demo (Touched Be Thy Undisturbed Essence, nel 2004), un ep (Pachakuti, nel 2006) e un disco, Mapu Ñi Tiam, nel 2012. Siamo sei elementi: Kito alla voce, Peter ed Erik alle chitarre, Nelson al basso, Martin alla batteria e Andres alle tastiere, con una menzione speciale per il nostro amico Alexis che si è impegnato alla voce nelle ultime esibizioni dal vivo.

Da Pachakuti al nuovo disco sono passati sei anni, un tempo lunghissimo ma che sembra esservi servito molto, vista la differenza qualitativa tra l’ep e Mapu ñi tiam. Cosa avete fatto in tutto questo tempo?
In effetti sono passati sei anni da Pachakuti a Mapu Ñi Tiam, è stato un periodo piuttosto complicato per noi, visto che abbiamo parte della formazione che vive ad Antofagasta (nel nord del Cile), mentre altri di noi risiedono a Santiago. Di fatto, il ritardo nella realizzazione del disco è attribiuibile ad un problema di ubicazione geografica che ci ha permesso di suonare molto raramente. Abbiamo preso parte ad alcuni show però ci interessa soprattutto comporre. Di fatto le bozze del disco erano pronte già nel 2010, poi, per questioni economiche e di accordi burocratici con la Australis Records, siamo riusciti a pubblicarlo nel 2012. Chiaramente l’esperienza che abbiamo fatto durante la registrazione di Pachakuti ci ha permesso di migliorare molto dal punto di vista della qualità e del suono ed è una cosa che si percepisce chiaramente in Mapu Ñi Tiam.

Mapu ñi tiam è un disco di lotta, non una lotta ideologica e astratta contro una colonizzazione avvenuta secoli fa ma una battaglia per ottenere diritti veri, oggi…
Come dici giustamente tu, è una critica sociale. Con Mapu Ñi Tiam la nostra intenzione era rivendicare la lotta dei popoli nativi contro l’assimilazione forzata da parte della nostra società occidentale. Vogliamo riscattare il sentimento di lotta che vive ed esiste al giorno d’oggi. Col passare degli anni e degli avvenimenti, abbiamo deciso di ricollocare la nostra tematica verso questa direzione.

Nel disco sono presenti anche brani del primissimo demo, Touched be thy undisturbed essence. Personalmente la scelta non mi ha trovato molto d’accordo, i pezzi sono in inglese e stilisticamente più distanti rispetto ai brani nuovi. La scelta di inserirli è stata vostra o dell’Australis Records?
No, la decisione è stata nostra. Anche in Pachakuti abbiamo fatto lo stesso, inserendo Epilogue e Asylum Ignorantiae che erano pezzi estratti dal nostro primo demo. A noi piacciono molto queste canzoni e pensiamo che meritassero di essere riproposte con un suono ed una produzione migliori. Il nostro demo, Touched Be Thy Undisturbed Essence non aveva una buona produzione e per noi, farle rinascere registrandole di nuovo era una sorta di debito da saldare nei loro confronti.

Leggevo, in una vostra intervista, che rivendicate il fatto di non essere una band di “folk metal cileno”, dal momento che considerate il Cile come un’entità geografica. Vi ispirate ad una specifica tradizione musicale di una delle popolazioni indigene cilene ?
È proprio così, noi non ci consideriamo una folk metal band cilena per le ragioni che ti dicevo prima. I popoli nativi del Cile sono alla ricerca dell’autodeterminazione e dell’indipendenza e per questo non desiderano avere alcuna connessione politica e storica col Cile. Detto in parole povere, non vogliono essere cileni. Dal momento che il tema principale della mostra musica è incentrato proprio sul sentimento di lotta di questi popoli, sarebbe decisamente incoerente presentarci come gruppo folk metal “cileno”. Diciamo che, per rendere meglio l’idea, possiamo dire di essere un gruppo metal etnico “fatto in Cile”. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non crediamo di focalizzarci su una tradizione musicale propriamente detta. Per farti alcuni esempi, Illkun e Vaai Honga Kaina trattano dell’occupazione militare che hanno subito rispettivamente il popolo Mapuche e quello Rapa Nui da parte dello stato cileno alla fine del XIX secolo. En Fronteras Ajenas (Qullasuyo) parla di come il popolo aymara, in seguito alla Guerra del Pacifico ed altre dispute territoriali tra gli stati-nazione sudamericani, è rimasto separato tra Cile, Perù, Bolivia e Argentina. Nel nostro paese, proprio in virtù delle difficili relazioni bilaterali con Perù e Bolivia, per loro ha significato subire una doppia discriminazione, tanto per il fatto di essere indigeni, quanto per condividere radici etniche con cittadini di “stati nemici”. Per questo motivo il popolo aymara è stato vittima di un intenso processo di cilenizzazione, con conseguente impoverimento della propria cultura. In questi tre casi che ti ho citato, non vogliamo solo comunicare l’ingiustizia manifesta di questi eventi, bensì mostrare come siano assolutamente fondate le attuali rivendicazioni dei popoli indigeni.

La musica come forma di rivendicazione dei diritti dei popoli indigeni ha una tradizione storica in Sud America. Una tradizione che spesso ha varcato anche i confini continentali: penso ad un gruppo storico come gli Inti Illimani o a nomi come i boliviani Los Kjarkas, Luzmila Carpio o Kala Marka, che hanno portato il loro messaggio anche al di fuori dell’America Latina, partendo da presupposti musicali completamente diversi rispetto ai vostri. Declinare il vostro messaggio in chiave metal può essere un modo per sensibilizzare anche fasce di età più giovani?
Assolutamente sì! Il metal è un genere trasversale, arriva alle orecchie di qualsiasi età e sicuramente a quelle più giovani. È qui che si radica l’importanza dei testi, visto che col metal è più facile arrivare ai giovani e creare una coscienza. Per noi (e per tutti i gruppi metal) è una grande responsabilità venire a conoscenza di casi di ragazzi che hanno commesso crimini violenti, influenzati dai testi dei gruppi che ascoltavano. Se riuscissimo a cambiare e creare una maggior conoscenza, a proporre una miglior forma di comportamento, allora avremo realizzato il nostro obiettivo. Ma chiaramente si tratta di un compito difficile, impegnativo ed un cammino molto lungo.

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L’America Latina si sta proponendo come modello sociale alternativo tanto a quello statunitense quanto a quello europeo: quanta importanza viene data nel vostro paese alla valorizzazione delle identità dei popoli indigeni e in che misura la musica può essere utile a sensibilizzare le persone su questi temi?
Il Cile, attualmente, si presenta come un paese dai ferrei principi neoliberisti per i quali gli Stati Uniti si propongono come grande alleato. Non è così in Bolivia o in Venezuela, per esempio, che rinnegano questo tipo di modello economico. Qual è il miglior modello? Ci riserviamo dal fare commenti… Per quanto riguarda i popoli nativi, qui in Cile c’è un forte debito nei loro confronti. Prima sono stati defraudati delle loro terre, con quella che eufemisticamente viene chiamata “La pacificazione dell’Araucania”, che ha significato non solo lo sterminio fisico ma anche quello culturale del popolo Mapuche, costretto a vivere relegato nel 5% di quello che era il loro territorio ancestrale, obbligato a “normalizzarsi” secondo le direttive determinate dall’oligarchia cilena. Attenzione, perché non stiamo parlando solo di eventi passati, tutto ciò persiste ancora oggi. I conflitti nell’Araucania sono tali che è quasi una vergogna commentarli. Ecco perché, in pratica, non esiste nessun interesse da parte dello stato cileno a valorizzare le identità dei popoli nativi. Come abbiamo detto prima, i giovani sono il futuro della nostra società ed è necessario iniziare da loro per formare una coscienza. La musica metal, unita ad un buon testo, è uno strumento poderoso per queste tematiche. Lo abbiamo notato osservando come molte persone hanno interiorizzato la materia ed hanno iniziato ad interessarsi proprio grazie ai nostri testi.

Tempo fa ho scritto un articolo sul metal latino americano, sottolineando come, troppo spesso, sia ancora fortemente influenzato da ciò che viene prodotto soprattutto negli Stati Uniti (per quanto riguarda il thrash ed il death) e nel Nord Europa per quanto riguarda il black ed il folk metal. Alcuni gruppi come voi o gli Unblessed riescono ad emergere perché dotati di un sound più personale e riconoscibile. Ci sono altri gruppi che sentite di segnalare?
Se parliamo di metal in generale, al giorno d’oggi è piuttosto complicato riuscire ad ottenere un suono distinto e realmente personale. Puoi unire alcuni ingredienti e riuscire a differenziarti dagli altri, ma se parliamo di essenza vera e propria è molto difficile. Questo è il vantaggio dei gruppi che si cimentano nel metal di matrice etnica, visto che possono includere strumenti tradizionali, testi specifici etc. Personalmente non ci consideriamo un gruppo che possa definirsi al 100% distinguibile per il suo stile musicale, piuttosto crediamo che la nostra proposta sia abbastanza  tradizionale, se parliamo di suoni ed esecuzione. Quello che pensiamo di aver esplorato e sviluppato  molto sono i testi. Per rispondere alla tua domanda sui gruppi cileni, posso dirti che fino ad ora non abbiamo ancora ascoltato un gruppo che ci abbia lasciato a bocca aperta per l’innovazione e l’originalità. D’altronde, con la quantità di gruppi che ci sono in giro oggi, dovresti creare uno stile davvero folle per poterti distinguere veramente. Comunque, anche se non sono per forza così originali, non per questo non sono ottimi gruppi. Qui in Cile ce ne sono di qualità eccellente, sono tanti i gruppi che apprezziamo, sarebbe difficile menzionarli tutti.

In Cile ci sono alcune band (come gli Antü Fucha, i Black Moon e i Montuln) che traducono in musica le tradizioni dei Mapuche, eppure il patrimonio musicale mapuche è costituito in larga misura da canti rituali religiosi che è forse quanto di più distante possa esserci rispetto ad un genere iconoclasta e anticlericale come il black metal. Voi come riuscite a coniugare musica di ispirazione religiosa e metal estremo?
Per noi, in realtà, non è un grande problema. I nostri testi non si basano su tematiche religiose, bensì riguardano fatti che sono avvenuti nel corso dei secoli, fino ai giorni d’oggi. Occorre dire che, più che un gruppo folk metal, noi ci consideriamo un gruppo di metal estremo. Nei nostri brani cerchiamo sempre di far prevalere un attitudine più oscura e solo in alcuni passaggi includiamo elementi che ci possono far inserire in una categoria folk metal. Però la nostra intenzione è sempre stata quella di suonare black metal.

Tra tutte le scene latino americane, quella cilena sembra la più organizzata e professionale. È una mia impressione oppure il Cile ha davvero i mezzi e le possibilità per riuscire a trovare una sua identità musicale in campo metal?
L’organizzazione è consolidata da tempo. Il Cile ha una storia importante di gruppi di un certo livello. Senza andare troppo indietro, gruppi come Torturer, Atomic Agressor o Sadism hanno dimostrato da anni la loro potenzialità. Poi, negli ultimi anni, sono usciti diversi gruppi cileni con eccellenti risultati e con ottime critiche anche all’estero. Nonostante la professionalità che contraddistingue la maggior parte dei gruppi metal in Cile, per qualche ragione ancora non esiste un gruppo che sia riuscito ad imporsi nella scena metal mondiale, come possono essere i Sepultura o i Krisiun in Brasile. Manca lo stimolo per volersi imporre a livello internazionale. Probabilmente gioca a nostro sfavore il fatto di essere molto lontani dall’Europa. Ci sono gruppi, come ad esempio gli Undercroft, che hanno preferito trasferirsi all’estero ed hanno ottenuto buoni risultati. Credo che in Cile ed in Sudamerica ci siano tanti gruppi davvero validi che meriterebbero più attenzione.

Ho visto alcuni video dei vostri live e mi sembra che prevalga soprattutto la dimensione metal, più d’impatto, anche perché i suoni degli strumenti tradizionali sono ricreati con le tastiere. Avete mai pensato di organizzare un live con un gruppo folklorico che vi accompagna?
Abbiamo già utilizzato strumenti tradizionali nelle nostre canzoni, ma sempre in maniera piuttosto circoscritta e discreta, non è mai stato il nostro obiettivo quello di utilizzare massicciamente questi strumenti nelle nostre canzoni. Per questo non abbiamo mai pensato di includere stabilmente musicisti di questo tipo nella nostra formazione. Attualmente stiamo utilizzando molto le backing tracks, che ci permettono di ricreare questi strumenti con una resa eccellente. I Wintersun, per esempio, ricreano l’infinità di strumenti presenti nei loro dischi in questo modo ed è qualcosa che stiamo provando anche noi. Preferiamo usare questo tipo di strumento dal vivo. Non scartiamo l’idea di suonare insieme ad un gruppo folklorico, però dovrebbe trattarsi di un evento specifico, il lancio di un album oppure uno show con un tema particolare.

Sempre a proposito di live, ci sono possibilità di vedervi suonare anche in Europa prima o poi?
Magari! Sarebbe un sogno poter venire a suonare in Europa e ci stiamo lavorando. Il desiderio c’è, bisogna solo riuscire a trovare l’opportunità.

Vi ringrazio per il tempo concesso, complimenti ancora per il vostro disco e speriamo di potervi vedere dal vivo prima o poi!
Un saluto a te e a tutti gli amici di Metal Skunk, speriamo che questa intervista possa servire ad approfondire meglio il lavoro che stiamo facendo col gruppo. Vivan el metal con todo!!

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