Il lungo addio: AT THE GATES – The Ghost of a Future Dead

Sul suo canale Telegram “Nuova Musica il venerdì”, dedicato a impressioni a caldissimo sulle nuove uscite della settimana, Kekko Farabegoli ha osservato che gli ultimi lavori (in tutti i sensi) di Sepultura e At The Gates sono “quantomeno affascinanti nel loro rapporto (diciamo così) con la morte”.  Cosa che mi ha fatto riflettere, soprattutto a proposito degli At The Gates. The Ghost of a Future Dead parla di morte sin dal titolo e ha testi scritti da una persona consapevole che, con buona probabilità, non sarebbe stata tra noi al momento della pubblicazione. Come sanno anche i sassi, infatti, Tomas “Tompa” Lindberg, storica voce della band di Göteborg, aveva annunciato di doversi sottoporre ad un intervento chirurgico a causa di un tumore in stato avanzato e di aver registrato le parti vocali prima dell’operazione. Purtroppo sappiamo tutti come è andata a finire e The Ghost of a Future Dead è il testamento di Tompa e, probabilmente, degli At The Gates. Ed è un album che, inevitabilmente, parla di morte e di “aldilà” dall’inizio alla fine, con una consapevolezza dolorosissima a metà strada tra il Bowie di blackstar e lo Zevon di The Wind. Lavori e artisti che si pongono a distanza siderale dagli At The Gates, ma che condividono un tratto comune: il voler lasciare un’ultima traccia. Ed è per questo che sono convinto che non si possa vedere del marcio in questa pubblicazione postuma, perché è letteralmente il frutto dell’ultima prova di un artista che ha pianificato il tutto in modo tale da poter quantomeno finire “la propria parte”.

In quest’ottica, The Ghost of a Future Dead sarebbe idealmente il capolavoro della maturità, l’inatteso colpo di coda, il Time Out of Mind del death scandinavo, ma non è così ed è inutile girarci intorno. Detto questo, si tratta di un gran bel disco, che, personalmente, reputo il migliore della produzione successiva a Slaughter of The Soul. E non cito l’album più noto degli svedesi a caso, perché quest’ultimo Lp è senz’altro quello più vicino a quelle atmosfere e, al tempo stesso, quello più semplice e lineare tra gli ultimi pubblicati dalla band. Il che, come a volte accade, non è affatto negativo.

Se la prima anticipazione, The Fever Mask, abbastanza esemplificativa del mood dell’album (pezzi brevi, ritornelli, aperture melodiche), era poco incisiva, con la successiva – secondo estratto – The Dissonant Void il livello inizia ad alzarsi. Un brano dritto, essenziale, impreziosito da una sentitissima interpretazione di un Tompa che già mostrava segni di sofferenza, contraddistinto da un velo di palpabile malinconia che trasuda in ogni brano. Intendiamoci, non stiamo parlando di un album “moscio” o particolarmente distante dalle ultime pubblicazioni del gruppo. In tal senso un pezzo come l’ottima Det Oerhörd potrebbe essere uscito da At The War With Reality, così come la più scolastica A Ritual of Waste. Ma anche negli episodi meno rilevanti si respira una certa urgenza, una ricerca di essenzialità che giova molto alla riuscita complessiva dell’album, come nell’ottima Of Interstellar Death, una raffica di riff che crescono sempre di più, Tompa sugli scudi e un break melodico come solo gli At The Gates. Un classico istantaneo di una semplicità disarmante, che molte band contemporanee ucciderebbero per scrivere.

Un album senza cali significativi che vuole arrivare dritto al cuore e che proprio negli episodi più cupi, in cui il summenzionato velo di malinconia diventa una coltre luttuosa, raggiunge i risultati migliori: in particolare la melodica Tomb of Heaven, tra i migliori brani dell’ultimo corso della band, e il trittico finale, che traccia un vero e proprio crescendo emotivo, composto da The Phantom Gospel, la strumentale semiacustica – che guarda al passato remoto – Förgängligheten (che si traduce come Caducità, Transitorietà) e Black Hole Emission. Un brano, quest’ultimo, non solo da “greatest hits” del gruppo, ma migliore possibile chiusura di una carriera: tirato, melodico e contraddistinto da una coda drammatica che fa da ottimo contrappunto emotivo a un testo estremamente cupo e diretto (Unconditional capitulation / Cancerous, unsound). Un modo onesto, sentito e sincero per congedarsi da questo mondo: facendo ciò che si è amato fare per tutta la vita, riuscendoci ancora benissimo. (L’Azzeccarbugli)

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