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AT THE GATES – To Drink From The Night Itself

23 maggio 2018


Charles: Pensavo di doverci mettere più tempo per digerire questo disco e invece così non è stato. Se dismetto i panni dello scribacchino e indosso quelli del metallaro medio che nella sua formazione ha avuto gli svedesi tra i suoi punti di riferimento, mi risulta ancora più facile dire quanto segue. Dopo At War With Reality le aspettative da fan erano, ovviamente, ridimensionate, per una serie di ovvi motivi che è inutile elencare. Premesso questo, e premesso il fatto che la gioia per il ritorno fu talmente grande da avermi fatto chiudere un occhio su alcuni momenti di calo del precedente, è conseguenza naturale che nei confronti di To Drink from the Night Itself io abbia un livello di tolleranza più basso. Il disco è proprio ciò che mi aspettavo e che, per certi versi, temevo. Temevo, infatti, che pur mantenendosi su un livello medio-alto, questo album avrebbe sofferto di ulteriori momenti di calo. Preso da solo e paragonato all’attuale contesto in cui si muove, ‘sto disco è una bomba. Preso invece nel suo di contesto, nel suo di mondo, è una roba che mi fa incazzare non poco. Primo perché è inutilmente lungo, secondo perché i momenti migliori spaccano di brutto e allora, per la puttana, mi chiedo perché Tompa e compari non ci mettono un po’ più di attenzione, cristo santo. Della serie: se avessero messo insieme i momenti migliori del precedente e di questo qui adesso staremmo a dire quanto cazzo sono superiori gli At The Gates invece che farne questo discorso del cazzo e staremmo celebrando il fottuto Slaughter of the Soul parte seconda. Non sono chiacchiere da bar, perché le capacità le hanno ancora e lo hanno ampiamente dimostrato. Si può fare. Fatelo, diobuono.

Trainspotting: Sinceramente ero preso benissimo dalla prospettiva di un nuovo disco degli At The Gates. Senza alcuna motivazione razionale, peraltro: il precedente album lo avevo completamente dimenticato, non essendomi mai più venuta voglia di riascoltarlo, come del resto già previsto nella recensione; inoltre, nel frattempo sono riuscito a vederli dal vivo al Fosch Fest, e le motivazioni per cui quella prestazione mi è piaciuta così tanto sono più o meno le stesse per cui questo To Drink From The Night Itself ha finito sostanzialmente per non farmi né caldo né freddo. Quel concerto, come detto, fu bellissimo perché divertente, coinvolgente, opera di una band ormai rodata che portava in tour i propri grandi successi con l’intento di intrattenere il pubblico, riuscendoci peraltro benissimo. Ma non c’era dolore, sofferenza, intimismo; non c’era nulla che aveva reso gli At The Gates quel gruppo così enorme e peculiare. In To Drink From The Night Itself Tompa e compari cercano di recuperare il vecchio approccio di Terminal Spirit Disease e Slaughter of the Soul, ma purtroppo quegli uomini sono ormai sono cresciuti, e il vecchio approccio è ormai perduto per sempre. La dozzina di tracce qui presenti non ha nulla di sbagliato, e in alcuni momenti si viaggia a livelli piuttosto alti, ma – giocoforza – non si tratta più di quegli At The Gates. I pezzi, presi singolarmente, potrebbero fare la propria porca figura in qualche playlist, ma è molto probabile che anche stavolta non mi verrà più voglia di riascoltare il disco per intero.

Marco Belardi: Per interpretare nella migliore maniera possibile un nuovo album degli At The Gates, dovete togliervi dalla testa che sia un successore di Slaughter of the Soul. Quel disco non avrà altri figli, è stato un punto di arrivo, ed ogni cosa che seguirà non farà altro che aprire un percorso parallelo, ripartendo da Terminal Spirit Disease. La mia impressione iniziale in risposta a At War With Reality fu freddina, considerando che oggi di esso ricordo con estremo piacere solo un paio di pezzi tra i più veloci e standard. In sostanza, quello degli At The Gates avrebbe potuto essere una bomba di EP, ma si perse in un mare di materiale ordinario che ci descriveva quella dei fratelli Bjorler come una band vittima del suo passato ingombrante. Se con i primi due album l’innovazione era stata portata all’estremo a fronte di mezzi di registrazione ancora approssimativi, Terminal Spirit Disease e il successivo capolavoro rappresenteranno per me l’essenza definitiva di quello stile: un qualcosa da cui potrai muoverti di qualche pedina, senza però discostarti troppo, pena la probabile cessazione della tua esistenza. E così, dopo anni di rodata carriera con i The Haunted, che presero appunto Slaughter Of The Soul come punto di partenza per spostarsi dalle parti del groove efferato e della violenza, gli At The Gates odierni vanno interpretati come un logico prosieguo del sound di Terminal Spirit Disease, cancellando dalla lavagna il nome del suo scomodo successore e frenando le aspettative prima che si schiantino oltre il punto stabilito.

Quindi com’è il loro primo album con Stalhammar al posto del Bjorler chitarrista? Un At War With Reality con le idee più chiare e che non si limita a concentrare tutto il meglio di sé in poche tracce, e con maggiore personalità. Senza rinunciare a passaggi tipicamente thrashy che potrebbero far pensare a quel maledetto 1995, relega certi aspetti a porzioni di brano anziché consegnargli le chiavi come fu fatto nel precedente lavoro su The Circular Ruins ed altre, con l’accento costantemente sulle chitarre a discapito di Erlandsson. L’aspetto che frena gli entusiasmi è probabilmente la lunghezza: gli At The Gates di oggi devono sicuramente iniziare a calare qualche carta in meno, perché, se la prima parte del disco regge benissimo, The Chasm e In Nameless Sleep comportano una brusca frenata nei confronti della sua corsa. Non manca una successiva ripresa, ma è evidente come l’album avrebbe fatto la sua porca figura con soli tre pezzi in meno. Daggers Of Black Haze è probabilmente il suo apice creativo: si lega perfettamente al finale decadente di Palace Of Lepers e mette l’accento sulla forte vena atmosferica a cui gli svedesi hanno deciso di fare un forte affidamento. In sostanza, come nel suo predecessore siamo sempre dalle parti di una versione evoluta e aggiornata di Terminal Spirit Disease, ma non manca un occhio di riguardo per le sensazioni che i primi due dischi riuscivano a trasmettere con maggiore facilità.
Questi sono gli At The Gates di oggi, prendere o lasciare. Considerando la forza del loro trademark, e considerando che molti li interpreteranno come in pilota automatico, li vorrei a mezzo servizio per altri dieci anni, perché stanno scrivendo pezzi molto più concreti che ai loro albori.

Piero Tola: A quasi quattro anni dall’ultimo album mi sento di dire principalmente una cosa: At War with Reality fu senz’altro un disco degli At The Gates in senso tipico e, in quanto tale, pisciava in testa all’ottanta per cento circa del death metal odierno, pur non essendo indimenticabile. Il motivo va cercato nel fatto che esso sembrava aver vissuto in quel limbo ventennale seguito a Slaughter of the Soul senza quasi risentire in termini di “influenze” dei tempi che passano. D’altronde SOTS è talmente immortale che andava bene nel 1995, va bene oggi e andrà bene per sempre. Le idee e le soluzioni di quel disco sono state riprese tali e quali in occasione di AWWR, per cui ci ritrovavamo sempre dei pezzi che, per struttura e melodie, ricordavano questo o quel pezzo di Slaughter.
Lo stesso discorso mi sembra che valga per To Drink from the Night Itself. Fatta salva qualche cosina qua e là, non proprio tipicamente nelle corde della band di Goteborg, pur essendo sempre espressa nel tipico linguaggio sonoro della band di Tompa e soci, e tuttavia non proprio estranea al passato di alcuni componenti (i Disfear sono il primo nome che mi viene in mente sentendo The Chasm, con il suo incedere tipicamente d-beat), che inesorabilmente però precipita in maniera inevitabile nella condizione ideale, e lasciatemi dire un po’ ripetitiva, di cui soffre questo disco, ovvero il rallentamento o la parte arpeggiata verso la metà o in finale di pezzo, soluzione di cui francamente abusano. Una sensazione che avevo avuto anche dalle generose anticipazioni che si susseguivano prima dell’uscita.
Altri sprazzi sono davvero notevoli, tipo in The Colours of the Beast, in cui davvero si sente il meglio degli At The Gates, con il riff iniziale che cerca di mettere le cose in chiaro mentre urla DEATH METAL a gran voce. La sindrome del rallentamento però colpisce ancora, dando la sensazione che il pezzo prometta un decollo ma che poi rimanga a terra, accennando solo nel finale la ripresa dello stesso riff. Mi son soffermato su questo pezzo perché a mio parere è paradigmatico di un disco che, come il suo predecessore, sicuramente perde la sua verve man mano che prosegue, e non rimarrà esattamente negli annali. Ben venga comunque, e se cambio parere col passare dei giorni e dei mesi ve lo faccio sapere, sempre che la cosa vi interessi.

Ciccio Russo: Dopo i The Haunted, Anders Bjorler ha mollato pure gli At The Gates redivivi e si è portato via quella vena thrash che in At War With Reality ancora resisteva. To Drink From The Night Itself si ricollega, come il predecessore, allo stile di Terminal Spirit Disease, essendo irriproducibili, salvo il voler risultare posticci, la rabbia e l’urgenza che resero Slaughter of the Soul un unicum. Il nuovo disco è ancora meno immediato e, anche per questo, meno riuscito. L’ascolto scorre liscio e, giunti al termine, viene pure voglia di premere di nuovo play; tuttavia a restare in testa non è poi molto. La notevole Palace Of Lepers, la title-track – che sembra però il classico pezzo costruito intorno a un solo riff – e poco altro. Si sente la mancanza di qualche brano più aggressivo, di linee vocali più incisive, di melodie più efficaci (sempre perché, come diceva Dan Swano, anche il death metal deve saper essere pop).

L’innesto di Jonas Stalhammar (un passato nelle meteore God Macabre e un presente nei Bombs of Hades) ha portato atmosfere ancora più cupe e notturne, rafforzando la mia convinzione che il progetto The Lurking Fear, che lo vide coinvolto qualche mese fa insieme a Tompa e Adrian Erlandsson, fosse stato anche, sia pure in parte, una sorta di prova generale per un album che sceglie il basso profilo, quasi a non voler rischiare dopo una reunion accolta positivamente anche per il trasporto emotivo con la quale fu salutata da legioni di trentenni che quasi vent’anni prima si erano visti strappare una band scioltasi all’apice assoluto della propria creatività. Probabilmente, e in questo dissento da quanto scritto sopra da Charles, non c’erano altre strade possibili per riportare e mantenere gli At The Gates in vita nel terzo millennio, soprattutto dopo un’uscita così pesante come quella di Anders. Accontentiamoci.

9 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    23 maggio 2018 10:04

    I miei due cents.
    Premetto, consapevole che quel che sto per scrivere è una mezza bestemmia: di Slaughter of the soul amo i primi quattro pezzi. Fine. Il resto per me è puro esercizio di stile. Seguo la band dall’esordio, passo dopo passo, per cui sono uno dei pochi che considerano geniali gli At the gates primigeni, schizofrenici e tesi alla ricerca e all’espressione della tortuosità rabbiosa e bipolare della mancanza ad essere.
    In effetti come qualcuno di voi giustamente sottolinea, questo disco poteva uscire prima o dopo Terminal Spirit…
    Ed è lì che va collocato mentalmente. Chi ha conosciuto la band dal 95, andando poi a ritroso, non potrà mai capirlo a pieno.
    Lo sto trovando molto bello, senza i filler che pure trovavano spazio sul precedente. Forse solo The Chasm proprio non la digerisco. Mi piace molto anche la produzione, così opaca eppure validissima quando ascolti a volumi consistenti. Credo sia una scelta volutamente vintage. Non ho invece apprezzato il lavoro di Erlandsson, mai così scolastico e privo di mordente.

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  2. 23 maggio 2018 20:14

    Slaughter of The Soul è stato il secondo disco estremo della mia vita, giusto dopo Bloodthirst e giusto prima Altars of Madness. Ovviamente è un pilastro della mia metallitudine. Purtroppo andando a ritroso gli altri dischi ATG non mi son piaciuti, men che meno questi ultimi, troppo normali. In realtà la Century Media si sta specializzando in dischi che nel migliore dei casi si rivelano normali, nella media, senza sussulti.

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  3. weareblind permalink
    23 maggio 2018 21:26

    “D’altronde SOTS è talmente immortale che andava bene nel 1995, va bene oggi e andrà bene per sempre.”
    Mamma che bella frase. Che bella. Me la sto rileggendo da 5 minuti. Troppo severi verso gli ATG, Slaughter è un disco che non andrebbe fatto. Perché poi, è finita. Sei il suo servitore. Non ti puoi risollevare. Non puoi traslare un pezzo di Empireo qui, poi sarai sempre scarso. At War è un bellissimo album, che a distanza di 4 anni ascolto ancora per intero + in playlist mista, altro che. Attendo questo nuovo, maledetto corriere sbrigati.

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  4. 23 maggio 2018 22:37

    Sono gli At The Gates, quelli di Cities of Living Statues, di Beyond Good and Evil, cosa c’è?Non gli volete più bene? E poi questo disco suonerà anche di già sentito, ma corre, corre bene, si ascolta parecchio volentieri. Meglio questo che tante altre cazzate.

    Piace a 1 persona

  5. weareblind permalink
    24 maggio 2018 19:12

    E’ un gran bell’album, ora che l’ho ascoltato bene. Come il predecessore, un gran bell’album. At war gira nel mio stereo / auto regolarmente, questo avrà lo stesso decorso. E basta con Slaughter, quello passa GIORNALMENTE, ma non parliamone più, io me lo godo senza requie e senza metterlo ogni volta davanti. Se no dovremmo vietare per legge il death metal tecnico, chi cazzo mai potrà arrivarci di nuovo?

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    • 29 maggio 2018 22:39

      Secondo me è un album straordinario…Ancora più bello del precedente…Detto da uno che li segue dai tempi di “With Fear” . Ad ogni modo il passato è passato…Gli At The Gates oggi sono questi e mi garbano assai…Lunga vita agli At The Gates!!!

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  6. 26 maggio 2018 13:07

    Scusate, più sopra errata corrige: CITY OF SCREAMING STATUES, canzone presente sia su Gardens of Grief (1991) che in The Red in the Sky Is Ours (1992).
    Approfitto per ribadire che questo nuovo album non è affatto male, anche se posso già dire che è inferiore a At War With Reality.

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  7. Fabio Nanini permalink
    28 maggio 2018 20:25

    Tompa for president…il resto non conta un cazzo..

    Piace a 1 persona

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