Modena oscura: intervista agli ICONOCLAST con Andrea Zanetti

Dopo aver ascoltato e presentato la raccolta The Unmutated Revelation, che riunisce il percorso degli Iconoclast e del primo periodo in cui si chiamavano Upcoming Grave, è giunto il momento di parlare con Andrea Zanetti, leader, cantante e bassista del gruppo, che ci spiega l’origine e il percorso di una passione nata in una città di provincia, geograficamente lontana dai centri di sviluppo più vivaci della scena, ma che rese quattro ragazzi capaci di contribuire, insieme ad altri contemporanei, al movimento death metal dei primi anni Novanta. C’è una certa, inevitabile, nostalgia che riguarda chi c’era allora, perché non può riascoltare questi nastri senza sentire anche il peso del tempo e quello, più lieve e più crudele, della propria giovinezza, ma è un aspetto che non riguarda il valore profondo di un’operazione come questa. L’intento fondamentale è restituire le idee di un’epoca, prima ancora che i suoni, e Andrea lo dice con grande lucidità nell’intervista che segue: allora contavano il feeling, la personalità, la tensione, l’urgenza, mentre altre cose, come la tecnica o la fama, venivano dopo, quando si poteva. C’erano pochi mezzi, poco tempo, ma anche una serietà implacabile nel voler dare forma a un progetto ed è per questo che, riascoltata oggi, questa musica suona come una perentoria presa di posizione.

Ciao Andrea, benvenuto su Metal Skunk. Iniziamo subito col dire che è una bellissima cosa quando vengono pubblicate raccolte di materiale storico come The Unmutated Revelation. Viene da pensare alla nostalgia di una certa epoca, che per forza di cose avvertiamo, ma il vero senso è mantenere la memoria di gruppi che hanno dato forma al metal, in questo caso estremo, e che con le loro idee hanno contribuito a creare le basi di quello che ascoltiamo adesso.

Eh sì, il senso è proprio questo: è una gran bella cosa quando si recuperano materiali del genere. Non è soltanto nostalgia: è il fatto che torni a vedere una storia intera, con i demo, le copertine, i flyer, le foto. E non è scontato, perché ci sono gruppi di quell’epoca di cui oggi non si trova più niente o quasi. In qualche caso fortunato si trova qualcosa su internet, per esempio gira ancora qualche cassetta su Discogs, oppure qualche volenteroso ha caricato dei vecchi demo su YouTube. Ti faccio due esempi che mi vengono in mente: gli amici Black Prophecies, un gruppo di Genova che ha cominciato molto presto e aveva fatto un bellissimo demo nel 1988, dei veri pionieri: ecco, nel loro caso si trova praticamente tutto. Oppure un altro gruppo che mi piaceva tantissimo e di cui si riesce ad ascoltare e vedere tutto il materiale erano i Burn the Crucifix, di Torino, che facevano un black death prima maniera. In questi rari casi c’è qualcuno che nel tempo ha scansionato le copertine e messo in rete i loro demo, mentre nella maggioranza dei casi trovare foto, copertine e incisioni autoprodotte dai gruppi, o pubblicati da etichette amatoriali, è una cosa difficilissima ed è il motivo per cui queste operazioni hanno un valore enorme: soprattutto perché molto spesso si scopre che tanta musica di quegli anni, fine anni Ottanta o i primi Novanta, suona ancora benissimo ed è credibilissima da ascoltare oggi. Non stiamo salvando soltanto dei reperti: stiamo salvando una musica che, in un certo modo, vive ancora. Nel caso degli Iconoclast Andrea Cipolla della Despise the Sun e Stefano Zandarin della Terror From Hell sono stati bravissimi. Stanno facendo un lavoro eccezionale in questo senso: ultimamente hanno curato le raccolte di vecchi gruppi come Angel Death, Funeral Oration, Mourning, insomma hanno cominciato un’opera di recupero importantissima per mantenere viva della musica che ha fatto la storia e che si rischierebbe di dimenticare. Nel nostro caso, poi, è stato fondamentale il contributo di Walter Garau, che è il “dio dell’underground” e che ha aiutato a recuperare tantissimo materiale ormai introvabile anche per me.

Anche qua sappiamo bene chi è Walter. Pensa che, nonostante voi e io fossimo nella stessa città, in realtà vi ho conosciuto proprio grazie a Walter, quando viveva ancora in Sardegna: fu lui che in una lettera mi diede l’indirizzo del vostro batterista Sergio. Venendo nello specifico degli Iconoclast, era straordinario che suonaste death metal, un genere che nel 1990 era avanguardia che si stava ancora formando a livello mondiale, mentre voi eravate in Italia e per di più a Modena, dove non c’erano opportunità e c’erano pochissimi gruppi attivi rispetto ad altre zone. 

Si, eravamo in pochissimi, davvero. Prima degli Iconoclast, il nostro gruppo si chiamava Upcoming Grave ed è nato letteralmente sui banchi di scuola, da due giovanissimi appassionati, Sergio e io. Poi bisogna ricordarsi anche cosa fosse il contesto: Modena allora non era neanche una città: era un paesone, come del resto lo è ancora oggi, molto chiuso, di mentalità molto rigida e noi che volevamo fare heavy metal, per non dire metal estremo, ci siamo scontrati con quella realtà. Io ho avuto problemi seri in famiglia, perché nessuno poteva essere preparato a questa mia passione e tantomeno tollerarla. Inoltre, la mia era una famiglia molto in vista a Modena: avevamo la Libreria Estense che era sotto i portici di via Farini, in pieno centro. Quello che si aspettavano tutti era che io facessi un certo percorso: andare in accademia militare, fare il “ragazzo serio”… E invece mi beccavano con dischi pieni di teschi, mostri, magliette improponibili per l’epoca, poi io che scrivevo in inglese dappertutto. Ho passato dei momenti infernali, soprattutto con mio padre, però poi la perseveranza ha pagato. 

Ricordi un momento particolare in cui decidesti di prendere la tua strada?

Il gesto simbolico per me più forte fu quello che feci nel febbraio 1984, quando avevo dodici anni: scappai di casa per andare al Teatro Tenda di Lampugnano, Milano, a vedere i Metallica che suonarono per la prima volta in Italia, in apertura ai Venom nel tour Seven Dates of Hell. A quell’epoca avevo già un gruppo, che avevamo chiamato Grave, perché non sapevamo che esistesse già l’omonimo gruppo svedese. Avevamo fatto un demo con due canzoni, incise in modo ignobile, ma l’avevamo fatto girare. Al concerto, i Venom erano gli headliner e i Metallica erano di spalla. Ripeto: avevo dodici anni, capisci? Ci andai con dei ragazzi più grandi della mia compagnia e lì vidi una scena che non mi sono mai dimenticato: i Metallica non avevano neppure il banchetto, perché i Venom non glielo permettevano, quindi scendevano in mezzo al pubblico con le magliette e i dischi per venderli. Soprattutto, incontrai e parlai con Lars Ulrich, che era un cultore dell’underground in modo mostruoso. Conosceva tutto: gruppi inglesi, tedeschi, italiani, conosceva i Necrodeath, i Black Prophecies, conosceva tutti. Era il presidente del fan club americano dei Motörhead, ma era in particolare un appassionato di tutto l’underground metal, consigliava gruppi di tutto il modo, ripeto: conosceva tutti. Conosceva anche noi, o meglio quel primissimo nucleo che si chiamava ancora Grave, prima che ci accorgessimo dell’esistenza dei Grave svedesi e cambiassimo nome.

Lars sapeva anche del demo di due canzoni??

Sì, una cosa veramente assurda! Noi avevamo fatto quei due pezzi embrionali, una roba rudimentale e imbarazzante, ma lui sapeva che esistevamo. Quando gli dissi il nome del mio gruppo, mi rispose: “Ah, ma voi siete quei Grave italiani con i due pezzi!”. Una cosa pazzesca, che se la racconti adesso sembra inventata, ma invece è storia vera e ti fa capire che allora l’underground era davvero una rete internazionale.

Poi, concretamente, dopo quella preistoria, che cosa successe? Come nacquero gli Upcoming Grave e poi gli Iconoclast?

Come ti dicevo, ci siamo conosciuti sui banchi di scuola e abbiamo cominciato così, con un entusiasmo totale. All’inizio il nucleo degli Upcoming Grave era Sergio Padovani alla batteria, Alessandro Stefani alla chitarra e io al basso e voce. Con questa formazione nel luglio 1991 incidemmo il nostro primo demo di tre canzoni, Chasm of Mortality, composto e prodotto in due settimane, come avevamo scritto nel libretto, con cui ci facemmo conoscere nella scena e nel giro del tape trading. Poi arrivò Daniele Lamberti, da Casalecchio (BO), alla seconda chitarra e con questo nuovo elemento l’anno dopo incidemmo il Promo Tape 1992, di due brani nostri, più una cover dei Rotting Christ, The Old Coffin Spirit. Poco dopo decidemmo di cambiare nome in Iconoclast, ispirati dall’omonima canzone dei Necrodeath, e facemmo una nuova edizione del promo, sempre in cassetta, ma più professionale, con l’aiuto di Roberto Mammarella che ci mise contemporaneamente in contatto con la Wild Rags di di Ricardo Campos e la Drowned Productions di Dave Rotten (David Sánchez González). Passato un altro anno, nel 1993 pubblicammo il sette pollici The Unmutated Revelation, che includeva sul primo lato la prima canzone del promo e sul secondo un nuovo brano, ispirato maggiormente al death metal tecnico dell’epoca. Daniele rimase fino a questo lavoro, ma poi a un certo punto sparì completamente dai radar. Anche il batterista Sergio a quell’epoca se ne andò e venne sostituito da Paolo Piccani, da Piacenza, così come Stefano Lancini che sostituì Daniele alla seconda chitarra. Nell’ultimissima fase alla batteria venne anche Paolo Quadri, dei Trifixion. Infine, nel 1994 incidemmo un altro demo di due canzoni, Outermost Color Blind, che però non venne distribuito perché subito dopo ci sciogliemmo e ne sopravvissero soltanto alcune copie duplicate, che per fortuna siamo riusciti a recuperare per la raccolta uscita adesso. La nostra formazione si mosse più di una volta in poco tempo, ma erano cose che succedevano ed erano normali con ragazzi così giovani: eravamo soprattutto un gruppo di entusiasti. Facevamo poche prove, qualche concerto, le cose andavano velocissime e ci sciogliemmo anche presto. Io poi nel frattempo ero in contatto con molti altri gruppi e cominciai ad essere chiamato per altre cose, altri progetti. 

Ricordi qual era la vostra idea di metal che volevate suonare?

Eravamo fra i primi a suonare metal estremo dalle nostre parti e facevamo quello che potevamo con i mezzi che avevamo. Oggi, riascoltando quei nastri, è chiaro che si sentano tante cose che avremmo potuto fare meglio, però bisogna anche ricordarsi di come si lavorava allora: studio analogico, pochi soldi, magari un giorno, massimo due fra incisione e mixer, quindi dovevi entrare sapendo già fare tutto. In quella manciata di ore, quello che veniva veniva, per cui qualche scazzo si sente, per forza. Durante il poco tempo che abbiamo suonato insieme avevamo messo a fuoco l’idea che non bisognava per forza essere dei mostri di tecnica per avere una personalità. In quel periodo nessuno era davvero tecnico come si sarebbe diventati dopo: era tutto feeling, tutto idee. Secondo me noi avevamo proprio quello: idee e feeling. Il mio sogno era diventare, in piccolo, come i Venom o come i primi Celtic Frost: gruppi che magari, se li scomponi, non sono perfetti, ma che ti arrivano addosso come una mina. Ed era quello che volevo fare io, ovvero il gruppo che apparentemente suona peggio, ma che in realtà suona meglio di tutti perché ha un’identità assurda. Noi avevamo un’idea forte in mente e facevamo tutto quello che potevamo per realizzarla. Non potevamo andare avanti da virtuosi, non era il nostro terreno, però avevamo molta oscurità, entusiasmo e una certa personalità. Quando sei giovane è anche giusto così: non stai lì tutto il giorno a studiare tecnica. Il divertimento vero era fare musica, scambiarsi idee, parlare con altri appassionati, vivere quel mondo e quel modo di essere. Della nostra produzione, io continuo a pensare che il Promo 92 tenga ancora molto bene, è la cosa migliore che abbiamo mai fatto. Il sette pollici del 1993, The Unmutated Revelation, invece lo sento più irregolare: il lato A [con Apocryphal Sleep Gethsemane] mi piace, è anche inciso bene, mentre il lato B [Impurity Mine] no, secondo me è proprio un brutto pezzo ed è anche registrato peggio: in quel caso abbiamo provato a fare del death tecnico, ma non era per noi. Però ci sta, perché erano anni in cui il death metal stava già cambiando velocemente e diventava più tecnico, più articolato, più grande. E noi eravamo ragazzi molto giovani, con poca esperienza ed era normale che fossimo influenzati da tutto questo.

In quegli anni guardavate soprattutto all’estero o vi sentivate mossi da idee vostre?

Tutte e due le cose. Le idee erano anche nostre, però guardavamo tantissimo all’estero perché era l’epoca del tape trading e tu eri sommerso da materiale straniero. Il mondo ti entrava in casa attraverso le lettere, le cassette, i flyer, gli scambi. Era una scuola continua, per forza qualche influenza la prendevi. Degli italiani, un gruppo che mi colpì tantissimo furono i Catacomb, il primo gruppo di Carmelo Orlando. Da lì nacque anche un’amicizia vera: ci si telefonava a casa, ci si scriveva, ci si sentiva un giorno sì e uno no. Oggi sembra incredibile, ma allora era normale. Pensa che un giorno mi chiamò persino il chitarrista dei Massacra, perché gli avevo comprato dei dischi e la maglietta: mi telefonò per dirmi che la maglietta che avevo ordinato era finita e mi chiedeva se volevo qualcos’altro. Era tutta gente normalissima.

E questa è una cosa che oggi si è persa.

Completamente. Allora non c’erano barriere, non c’erano ipocrisia né perbenismo: chi se la tirava veniva fatto fuori subito. Se un demo era brutto, bastava che la gente smettesse di passarne i flyer e moriva lì. Se invece una cosa piaceva, girava veramente. Tu ricevevi volantini, li dividevi, li mandavi ad altri e così si costruiva una rete concreta. Ancora una volta ti ribadisco che la cosa più bella della musica, più ancora di tante altre, è stata proprio il tape trading. Una corrispondenza di penna nel nome del metal, attraverso la quale conoscevi gente da tutto il mondo e sapevi già in partenza che ti potevi fidare, poi diventavi amico e capitavano anche cose tipo che qualcuno ti mandasse la foto della famiglia, del figlio, quindi tu rispondevi con la foto del gatto. Non era solo commercio di cassette: era relazione umana, era un modo di appartenere a qualcosa di unico, che poi si è dimostrato essere solidissimo, anche a distanza di quarant’anni, perché quelle amicizie e quelle relazioni nate mandandosi francobolli con la colla sopra, poi si sono rivelate sincere, molto autentiche e durano ancora oggi, almeno per me.

Chi sono i tuoi cantanti di riferimento?

Ingo dei primi Necrodeath e degli Schizo, per me è il dio della voce estrema. Quando sento che qualcuno non lo conosce, mi viene da dire che si sta perdendo qualcosa di fondamentale. I miei altri riferimenti, a parte Ingo, sono John Tardy, Jeff Gruslin dei Vital Remains, Martin van Drunen di Pestilence e Asphyx, l’uomo col flanger in gola, Ross Dolan degli Immolation… A me piace quel tipo di cattiveria e di personalità. Ecco, ancora una volta: la personalità.

In Italia, rispetto agli altri gruppi simili a voi dell’epoca, secondo te come vi collocavate?

Non c’era la mentalità da classifica che spesso si immagina oggi, perché nessuno andava in giro a dire “noi siamo più bravi degli altri”. C’erano differenze, certo, ognuno aveva la propria personalità, perché stava immaginando il proprio modo di fare musica. Se parliamo dal punto di vista dello stile musicale, direi che noi, rispetto ad altri, eravamo più oscuri. Altri erano più tecnici, o più originali. I Sinoath, per esempio, sono stati i primi nella nostra scena a fare metal estremo con le tastiere ed era una cosa che mi piaceva moltissimo, perché offriva delle possibilità creative molto maggiori. Però la categoria vera era la scena: se andavi d’accordo con uno, gli mettevi in giro il materiale, lui faceva lo stesso con te e si cresceva così. C’erano anche le lotte, certo, ma all’inizio contava soprattutto questo spirito di scambio. Io dico sempre che allora si distinguevano molto di più le idee, ogni gruppo creava la propria strada. Oggi i gruppi fanno dei demo, oppure fanno già degli album registrati benissimo, con copertine bellissime, ma troppo spesso sono tutti uguali. A quell’epoca magari nessuno era tecnicamente mostruoso, però c’era una pluralità molto più ampia e sentivi subito la personalità di ciascuno: ogni gruppo suonava in modo unico.

Una cosa bellissima, secondo me, fu anche la vostra idea di fare la cover dei Rotting Christ, The Old Coffin Spirit, che incideste sul Promo Tape 92: per l’epoca era fantascienza. 

Io li conoscevo i Rotting Christ fin dall’inizio, ero in contatto con il bassista Jim Mutilator. Pensa che, subito dopo che uscì il nostro promo del 92, Sakis in persona mi scrisse per ringraziarmi di aver inciso la cover e mi disse perfino: “L’avete registrata meglio della nostra!”. Da lì per noi si mosse un mondo: tramite Themis, che all’epoca si faceva chiamare Necrosavron, e altri contatti locali, cominciarono ad arrivarci un sacco di richieste: senza esagerare, si misero in contatto con noi almeno una quarantina fra radio, etichette e fanzine, per fare interviste, partecipazioni a compilation… insomma, quella cover ci procurò un successo incredibile in Grecia. In un’intervista su Metal Maniacs i Rotting Christ parlarono di questo fatto, dicendo che per loro era stato un grande orgoglio che un gruppo italiano avesse deciso di fare la cover di The Old Coffin Spirit e lo citarono come esempio di unione e solidarietà nell’underground. Poi mi diedero un pass per il loro tour che stavano facendo con la Osmose Productions, il Fuck Christ Tour del 1993, insieme a Blasphemy e Immortal. A proposito della Osmose, devi sapere che nel frattempo anche Hervé Herbaut mi aveva dato un pass, perché gli era piaciuto moltissimo il nostro Promo 92, quindi ne avevo due, però poi il tour andò a finire male, perché dopo due date se ne andò il cantante dei Blasphemy, che dovettero rimpiazzare, e poi i Rotting Christ vennero cacciati via in breve perché era gente che non puliva mai il palco e non sistemavano mai le cose. In realtà Hervé ci aveva contattato perché voleva proporci un contratto, ma alla fine ci cassò sua moglie. Questa è un’informazione che ci passò Rob Mammarella, non abbiamo saputo bene le motivazioni di questo rifiuto finale, ma comunque fu una grandissima soddisfazione anche soltanto esserci arrivati così vicini.

Tornando alle cover, questa libertà di suonare brani di altri era una vostra caratteristica: ricordo che dal vivo facevate anche At Dawn They Sleep, Sold Baptism dei Morgoth e qualche altra.

Esatto. Se ti piaceva un pezzo, lo facevi, non ci si poneva il problema che fossero canzoni di “concorrenti”, perché non ci si concepiva così: tutto quello che ci aveva ispirato andava bene e, anzi, noi volevamo farne tante. Volevamo fare Procreation of the Wicked dei Celtic Frost, Iconoclast dei Necrodeath, dalla quale come ti ho detto abbiamo preso il nostro nome, poi volevamo fare pezzi dei nostri amici Catacomb e di altri gruppi italiani che ci piacevano. Avevamo persino l’idea di fare uscire un demo solo di cover, con tutta la musica che ci aveva ispirato e formato. Per me anche questo faceva parte dello spirito giusto: portare avanti quello che amavi, suonare tutto quello che ti veniva in mente, non tenerlo nascosto. Infatti progetti “collettivi” come i Maleficarum nascevano proprio dall’unione di più gruppi e dalla volontà di fare qualcosa insieme. Quella cosa lì era bellissima. Poi, certo, quando una scena cresce iniziano anche le lotte, le fanzine che si massacrano a vicenda, le invidie, cose che personalmente non concepisco, ma purtroppo succedono quando le cose si fanno più grandi. Agli inizi c’era soprattutto un’idea di prosecuzione del discorso musicale: se una cosa ti piaceva, la sostenevi, la facevi girare, la portavi avanti. Ecco, questa è forse la cosa che mi manca di più di allora.

Secondo te gli Iconoclast sono arrivati troppo presto, oppure il pubblico vi capiva già?

Domanda un po’ difficile, ma secondo me la questione non si poneva nemmeno in questi termini. Se c’era il pubblico, per noi era già abbastanza. Quando potevi andare a suonare eri contento di essere lì: se c’era gente a vederti, eri felice, stavi facendo quello che ti piaceva, non stavi a misurare tutto come oggi. Abbiamo fatto concerti in tanti posti diversi: alla Scintilla di Modena ovviamente, all’Alpheus di Roma, al Tien’a Ment di Napoli, al CPA di Firenze, poi in altri e per noi quello che contava era soltanto suonare. Non portavamo quasi mai il nostro merchandise con noi, perché ci dimenticavamo i demo e le magliette a casa, come dei deficienti, ma comunque andavamo, suonavamo e tornavamo a casa felici. Certo, non c’era professionalità: magari usavamo degli amplificatori in prestito, stavamo con gli strumenti senza custodia, appoggiati per terra, in trasferta dormivamo vestiti sul pavimento, non esisteva il banchetto, niente era calcolato. Però a livello di cattiveria, di sensazione, di emozione, eri al massimo. I concerti spesso venivano bene, le registrazioni, miracolosamente, oggi le risenti e stanno ancora in piedi. Era tutto fatto al cento per cento per il piacere di farlo. Poi col tempo l’underground è finito: non è morto di colpo, è stata un’agonia. Secondo me con Napster ha cominciato a vacillare, e poco dopo è morto definitivamente come mentalità, più che come realtà materiale. Oggi magari l’underground esiste ancora come definizione, ma la mentalità di allora non c’è più. Non è che sia un male e non è colpa di nessuno: siamo nel 2026, non si può pensare di vivere come nell’85 o nel ’95. Proprio per questo le ristampe e le operazioni di recupero sono così importanti: chi fa questo lavoro andrebbe fatto santo. Vale per la musica così come per i libri, il cinema, tutto. Sono archeologi dell’arte. Quando ho visto come hanno lavorato sulle nostre cose, con foto recuperate, materiale rimasterizzato, libretto fatto bene, l’intervista, sono rimasto commosso: non avevamo mai avuto una cosa così professionale.

A proposito di questioni tecniche, oltre a tutte le altre difficoltà, c’era anche il problema di trovare uno studio di registrazione che fosse in grado di assemblare e mixare un gruppo death metal, che non esisteva. Nella nostra zona andava anche bene, perché avevamo il TMB Rockhouse.

Assolutamente sì. In quegli anni riuscire a incidere un demo death metal era già di per sé qualcosa di raro, perché quasi nessuno studio era preparato per quel linguaggio. E il TMB di Modena, da questo punto di vista, fu importantissimo. Noi siamo stati i primi ad andarci per quelle sonorità e loro, i fratelli Tiziano e Marco Bellucci, apprezzarono di aver lavorato con noi, anche perché poi ci andò a incidere un’ondata di gruppi da tutta Italia: i Catacomb, che ci andarono nel 1993 per il loro sette pollici The Return of the Ark, i Sinoath per Still in the Grey Dying, gli Electrocution per il demo Remains e tanti altri. La cosa bella dei fratelli del TMB è che erano curiosi, volevano capire, volevano sperimentare. Non si spaventavano davanti a un cantante che urlava o a una chitarra con certi suoni. O meglio: all’inizio c’era anche da spiegare tutto, perché molti tecnici ti guardavano come se ci fosse qualcosa di rotto, ma comunque finivano il lavoro e cercavano di dargli una forma sonora compiuta, proprio per questo il TMB fece da apripista per tutti.

A Modena avevamo il Morrisound italiano.

Sì! È verissimo, era proprio il nostro Morrisound italiano! Si parla poco di quella realtà, ma per noi fu fondamentale. E lì si capisce anche un’altra cosa: un certo tipo di suono non nasce dal nulla, nasce da gente che sperimenta, che cerca una formula, che tenta di adattare una produzione a una musica che ancora non aveva modelli locali consolidati. Poi è chiaro: dopo che qualcuno trova una direzione, il rischio è che tutti cerchino di copiarla. Era già successo: il famosissimo Morrisound con Scott Burns, per esempio, aveva trovato delle formule sonore tipicamente loro e riconoscibili, ma era un tipo di ingegneria che si poteva adattare a varie esigenze. Anche dal Sunlight in Svezia sono usciti dei dischi storici, ma era monocorde, sentivi subito quello stile che non cambiava mai e infatti dopo un po’ quel suono era ovunque. Però all’inizio servivano proprio quei pionieri del banco e della regia, senza i quali certi gruppi non avrebbero nemmeno saputo da dove partire. Anche per noi fu così, difatti se mi riascolto, in particolare su Chasm of Mortality, il primo demo degli Upcoming Grave, sento una voce acerba, perché non avevo ancora capito del tutto come la potessi usare, però sento anche una forte onestà e una certa fantasia.

Quando gli Iconoclast si fermarono, per te si aprì subito un altro percorso.

Sì. A un certo punto io venivo chiamato spessissimo e cominciai a vagare da una parte all’altra dell’Italia: coi Sinoath feci Still in the Grey Dying, coi Maleficarum due demo e un album, poi collaborai anche con gli Schizo fra il 1998 e il 1999 e incisi l’EP Tones of the Absolute. La vera svolta per me arrivò nel 1995 quando feci In Absentia Christi con i Monumentum, perché lì mi trovai dentro a un disco che all’epoca vendette anche molto e mi diede una visibilità enorme. Quell’esperienza mi lasciò addosso una specie di luce riflessa per anni. Dopodiché, il momento del death metal mi passò, momentaneamente: nel 1996 fondai gli Addiction 96, che erano new metal e lì cominciò un altro decennio abbondante della mia vita, facciamo anche quindici anni, in cui feci alcuni dischi e intrapresi un percorso completamente diverso. Con Break in Life nel 2004 andammo sotto contratto con la Earache. Il problema fu che nello stesso periodo stavano pubblicando Scars of the Crucifix dei Deicide ed era chiaro che tutti gli investimenti sarebbero stati per loro. Negli ultimi tempi sono tornato sui miei passi, diciamo così, e mi sono rimesso dentro cose più vicine alla mia natura, tra Camera Obscura Two, Hell Obelisco, qualche ospitata, per esempio coi Burning Dogma, poi i Griefbringer e altri progetti.

A parte gli Upcoming Grave / Iconoclast, che sono stati i primi, qual è stata l’esperienza che ti ha segnato maggiormente, oppure dove ti sei espresso meglio?

La cosa che mi interessa dire è che non considero tutte queste esperienze come compartimenti stagni e non amo fare classifiche: fa tutto parte di un’unica evoluzione, che mi ha portato fino a qua. Se ti devo rispondere in modo un po’ più netto, ti direi i Monumentum, perché sono stati per me la sfida più forte: fu un lavoro che mi costrinse a cantare in un’altra maniera, a scrivere testi in un’altra maniera, a interpretare in un’altra maniera rispetto a quello che avevo fatto prima. Lì ho capito che potevo esprimermi diversamente, quindi è stata un’occasione che ha rappresentato una notevole crescita artistica e professionale per me. Però ogni esperienza ha avuto il suo senso, perché dietro ho sempre dato il massimo, c’erano sempre sbattimento, passione e una quantità enorme di energia spesa per far succedere qualcosa.

Oggi, rispetto a trent’anni fa, che cosa è cambiato di più?

È cambiato tutto. Ci sono degli aspetti positivi: chi ha davvero voglia oggi può suonare, registrare, fare uscire e distribuire un disco con molta più facilità. La controparte è che si è perso il gusto della scoperta, specialmente per gli ascoltatori, che si trovano tutto a disposizione, anche in maniera eccessiva e fanno fatica a trovare quello che gli può realmente piacere: oggi è difficilissimo individuare un bel disco in mezzo alle migliaia di uscite che ci sono ogni anno. Dal lato degli artisti, poi, si è creata una situazione assurda in cui tanti partono già chiedendo soldi, spazi, considerazione, come se tutto fosse dovuto. Non è mai funzionato così.
Adesso è un disastro anche per altri aspetti: ci sono etichette a pagamento, slot dei festival a pagamento, agenzie che ti vendono pacchetti. Una volta non esistevano queste cose, al massimo un’etichetta ti chiedeva il master e poi ti pubblicava il disco. Nei casi migliori guadagnavi su qualche diritto, ma lo scopo per chi faceva la nostra musica non era certo quello: si era felici di poter andare in studio per incidere, di avere una cassetta o un disco con le tue canzoni, era tutto più amatoriale e spontaneo e si prendeva quello che veniva. Pensa che a me è successo perfino che per un disco dei Maleficarum un’etichetta colombiana ci mandasse mille dollari in contanti, in busta. Oggi è impensabile.

Anche allora era difficile portare avanti un gruppo death metal, specialmente dopo una certa età.

Vero, infatti, ma c’era un’altra mentalità. Io per esempio ho sempre suonato per il piacere di suonare. Nel primo periodo non abbiamo mai chiesto soldi: se un locale ti apriva, ti faceva suonare, teneva il bar acceso, le luci, il riscaldamento, aveva già investito su di te. Perché avrebbe dovuto pagarti se ancora non eri nessuno? Prima devi convincere gli altri che vale la pena puntare su di te, non puoi partire dalla pretesa che lo facciano a priori. È un discorso duro, ma io la vedo così: se sei davvero appassionato, suoni e basta. Se invece il primo pensiero diventa chi mi deve dare dei soldi per il mio hobby o per la mia passione, allora si sta già spostando il baricentro. Poi, certo, capisco anche chi paga un tour o prova a comprarsi delle occasioni, non lo giudico per questo, ma non bisogna raccontarsi favole: non basta pagare per diventare una realtà musicale vera. L’altra cosa difficile di oggi è che oltre alla musica, devi gestire tutte le attività collaterali e fare tutto insieme: Spotify, Apple Music, pagina Facebook, pagina Instagram, sponsorizzazioni, pubblicare contenuti di continuo, fare concerti gratis, organizzare il merch, le grafiche: è un lavoro a tutti gli effetti. Se hai vent’anni magari ci stai dietro, a trenta già è più pesante, a quaranta smetti. E, comunque, in mezzo a questa attività incessante e alla montagna di roba che viene sparata su tutte le piattaforme, le cose davvero belle si perdono. C’è anche un problema con la tecnologia: io non sopporto quando viene usata per nascondere il fatto che non si sappia suonare. Se sei uno veramente bravo, fuori categoria, allora puoi permetterti certe cose e portarle in un linguaggio nuovo. Ma se non hai quel livello lì, si sente subito, nonostante i filtri e gli effetti. La sensazione è che tanta gente si rifugi dietro al quantizzato, ai trigger, ai video fatti in un certo modo, al volume alto che copre tutto. Questa roba qui mi infastidisce parecchio.

Però continui ad ascoltare tutto.

Sì, perché la curiosità non mi è mai passata. Posso anche essere cattivo nei giudizi, ma ascolto ancora tantissimo, mi piace capire se dentro alla massa esce qualcosa di vero. Ultimamente ho scoperto un gruppo di giovani: Necromorbid, li ho anche visti alcune volte dal vivo e mi sono piaciuti parecchio.

Se oggi un ragazzo giovane vuole cominciare a fare metal, cosa si trova?

Se un ragazzo oggi ha, mettiamo, vent’anni e vuole cominciare, si trova in un ambiente che è quasi Blade Runner rispetto a quello che avevamo noi. Ci sono strumenti enormi con cui poter lavorare, ma anche un rumore di fondo enorme e allora il rischio è di perdersi in tutte queste possibilità, oppure di cercare scorciatoie. Io invece continuo a credere che prima venga la sostanza: le idee, il carattere, il modo in cui stai dentro a una scena.

A questo punto del tuo percorso cos’è la musica per te? Avrai pensato di farla diventare un lavoro, o comunque qualcosa a cui dedicare la maggior parte del tuo tempo?

È sempre stata una grandissima passione, poi quando le cose hanno iniziato a funzionare bene e mi capitavano tante occasioni entusiasmanti, la speranza era che potesse diventare anche un lavoro. Questa speranza era anche alimentata dal fatto che, sempre in quegli anni là, vedevamo i nostri idoli che in qualche modo di musica ci campavano, parliamo di Slayer, Morbid Angel, poi però noi ci dovevamo scontrare con la realtà italiana, dove anche se ti impegnavi tantissimo ed eri disposto a fare di tutto pur di suonare, non potevi neanche lontanamente pensare di guadagnarci da vivere. Difatti, quei pochi di noi che ci riuscivano erano quelli che emigravano in altri paesi, dove c’erano maggiori opportunità. Oppure un’altra scelta possibile era di fare una carriera altrettanto degna, lavorando sempre nella musica, ma in modo di riuscire a guadagnare qualcosa, ovvero aggiungendo un’attività fuori dal metal, come ha fatto per esempio AC Wild dei Bulldozer, che è diventato produttore di musica dance e ci è riuscito anche molto bene. Per quanto mi riguarda, dopo aver fatto le mie esperienze e aver fatto tante cose che mi piacevano, preferisco che sia rimasta una grande passione. La passione ha la capacità di tenerti attivo e ti soddisfa di per sé, sempre che si facciano le cose con impegno e che ci si goda quello che arriva. Ecco, guarda cosa stiamo facendo adesso: è sabato sera, sono le 22:30, io ho appena finito di lavorare, tu hai appena sistemato i tuoi figli e, anziché andare a bere o a dormire, ci siamo trovati qui a parlare di metal, di vecchi demo e di bei tempi passati insieme, per portare avanti quello che ci piace. Questa è passione!

Molto giusto e, a proposito, a cosa stai lavorando oggi?

Il progetto più recente e che uscirà in tempi abbastanza brevi è il nuovo gruppo con Danny Cinicolo, che in pratica ha riformato i Maleficarum, con cui ho già cantato all’epoca, con una formazione diversa e si chiamano Eyes of Agony. A parte Danny alla chitarra e io alla voce, ci sono Davide Billia (Hour of Penance) alla batteria e Jesus dei Mechanical God Creation al basso e un altro chitarrista, Massimo Boffa, che ha anche uno studio e ci sta dando una mano sulle registrazioni. Secondo me è un bel progetto, vediamo dove va e, aggiungo, per fortuna che abbiamo preso qualche giovane, perché altrimenti chi cazzo si ricorda di noi dinosauri?
Come altre incisioni, stiamo facendo il secondo disco dei Griefbringer. Poi posso dirti che sto dando una mano per una raccolta dei Black Prophecies, che abbiamo citato prima, perché ho ancora tutti i loro demo e altro materiale, da quando passarono a Modena per venirci a vedere alla Scintilla. A parte queste uscite musicali, ricordiamo infine che gli Iconoclast compaiono anche su Abominium, il libro in due volumi di Mariano Fontaine dedicato al death metal italiano, uscito quest’anno per Crash Edizioni.

Bene, Andrea, grazie per questi ricordi e per questa chiacchierata. A presto, anche per seguire i tuoi prossimi progetti.

Grazie a Metal Skunk e a Stefano per il tempo che mi avete dedicato e per questa bella intervista. Mi hai dato la possibilità di tornare sui ricordi di una vita e di un periodo irripetibile. Devo dire che me li hai anche rimessi in fila, perché non tutti li avevo così chiari in testa. Avrei ancora mille cose da dire, ma le riassumo con un grazie, davvero!
(Stefano Mazza)

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