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La finestra sul porcile: BLADE RUNNER 2049

9 novembre 2017

blade-runner-2049

 

PROLOGO: Poltrone squarciate e diottrie che se ne vanno

Prima di parlarvi del film, sono doverose due righe – per modo di dire – sul cinema in cui l’ho visto. Blade Runner 2049 era uscito nelle sale praticamente da un mese, e ho rischiato di perdermelo per una serie di coincidenze, serate svogliate e impegni lavorativi: tuttavia, quando oramai ogni multisala l’aveva rimosso dalla programmazione, ho scoperto che nella vicina Prato c’era chi ancora credeva in Rick Deckard proponendo un unico spettacolo delle 22.30 che, fra pubblicità, trailer e film di quasi tre ore, mi avrebbe fatto tornare a casa a un orario revival di quei tempi in cui accasavo alle 3 perché due ore prima non ero presentabile, e stavo vomitando in giro per Firenze. Ero stato in quel cinema fino a sette o otto anni prima, per poi non farvi più ritorno. Me lo ricordavo gigantesco e con un numero spropositato di sale, e che alla prima del quarto Indiana Jones metà poltrone erano vuote. Ritornare in quel luogo è stato un po’ approcciare un ecomostro tirato a lucido, ma semideserto e in debito di manutenzione, con pochissimi addetti e una ventina di spettatori paganti totali. La quiete prima della zombificazione, in sostanza.

Partono i trailer, e l’immagine occupa solamente due terzi dello spazio dello schermo, racchiusa dentro a questo inspiegabile rettangolo. La pubblicità riguarda Borg McEnroe, un film che non andrò mai a vedere, e l’immagine è chiaramente sfocata. Si va avanti, e dopo altri due o tre trailer – ed un breve messaggio vocalmente in stile propaganda nazista, che ammonisce di spegnere i cellulari e non effettuare riprese video tramite una severa voce femminile che sono sicuro appartenga alla nuova tastierista dei Cradle Of Filth – finalmente possiamo vedere Blade Runner 2049. Sfocato. Dopo cinque minuti di film, metà dei presenti erano usciti per sbottare col personale, mentre io mi godevo la mia porzione di insalubri pop corn poiché ero a stomaco vuoto da otto ore. Immaginavo i fuggitivi che irrompevano nella sala del proiezionista per linciarlo o semplicemente lanciare hashtag populisti, trovandolo ivi strafatto di coca e sotto assedio di numerose escort della ex Unione Sovietica. Tornando alla sciagurata sala, noto in principio che ogni volta che partono i bassi – cioè di continuo – l’impianto audio crepita e perde colpi come se la colonna sonora l’avessero composta i Sunn 0))). L’unica cosa apparentemente al suo posto è la comodità delle poltrone – tutte quante in pelle – la metà delle quali sono però squartate come se proprio lì avesse avuto luogo una situazione degna dei peggiori slasher di fine anni ’70. Il film viene interrotto in seguito alle lamentele ed ecco che ripartono i trailer, i quali si bloccano a loro volta. Poi, con una sorta di impresentabile fast forward che ci fa riflettere sul prezzo sborsato e sulla differenza di qualità/servizio con un qualsiasi streaming online, finalmente si comincia davvero. Quel cinema è una merda, ma da quel momento mi interesserà solamente vedere e ammirare il sequel di Blade Runner del 1982. 

No, non era così, e ci hanno pure chiesto quattordici euri.

 

RECENSIONE: Qualcuno fermi Ridley Scott

Considero Denis Villeneuve, insieme a Neill Blomkamp, il miglior regista di fantascienza contemporaneo. Sono diversi nei metodi di regia, ma li accomuna il riuscire a ricreare scenari credibili senza un approccio deleterio alla computer grafica, il tutto in coppia con una caratterizzazione dei personaggi pressoché esemplare. Per intenderci, il Wikus Van De Merwe di District 9 subiva una trasformazione palpabile attraverso le emozioni trasmesse, ed Arrival – sull’altra sponda – era tutto giocato sulla forza incorruttibile dei sentimenti. Blade Runner 2049 non fa eccezione e Ryan Gosling è il protagonista perfetto, duro silenzioso e perfetto Replicante in un mondo che, sin dall’episodio firmato da Ridley Scott, poneva in primo piano un’estetica magnifica – dividendo umani trasandati e creazioni di laboratorio belle ma anche infinitamente tristi. Poi c’è il solito Hans Zimmer chiassone già udito in Dunkirk – adorabile, sia la pellicola di Nolan sia il suo lavoro alle musiche, costantemente in crescendo ed incombenti – e un prodigioso Roger Deakins alla fotografia, minimale in spazi aperti e attento ai low-key nei marcescenti edifici, nei quali filtra quella poca luce naturale a lui necessaria a realizzare composizioni definibili un capolavoro. Le basi sono solide, e a me il film è piaciuto perché è impossibile dire che il lunghissimo Blade Runner 2049 sia un brutto lungometraggio. Ma mi ha lasciato un certo amaro in bocca… Qual’è il problema? Ridley Scott, ancora una volta.

Avete presente quei film non di Spielberg ma da lui prodotti, che a vederli sembrano in tutto e per tutto un suo parto cinematografico? Ve ne cito giusto qualcuno: Aracnofobia, Twister, oppure Poltergeist e i Goonies che perfino scrisse; tutte pellicole che portavano fortemente la firma del regista de Lo Squalo soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, dei loro rapporti interpersonali e della stereotipata vita americana di quartiere. Un nome di peso come Spielberg che produce un film, o scrive la sua sceneggiatura, ha ovviamente un impatto decisivo sul suo risultato finale e così – ahimè – accade in Blade Runner 2049 con l’influenza di Ridley Scott (che non aveva acconsentito alla realizzazione di un remake della storia del 1982, ma solamente ad un sequel). Primo errore: infilarci di forza Harrison Ford, in un ruolo per nulla marginale rispetto allo svolgimento della storia. 2049 parte benissimo e ci mostra un paesaggio desolato, con una piccola struttura costruita attorno a un albero morto. Il suono del motore di un velivolo in arrivo è perfetto, realistico, per nulla atto a scimmiottare un futuro fatto di vetture silenziose o poco plausibili. Quella roba vola ma ha un motore, lamiere e una distanza dal suolo che si assottiglia aumentando di conseguenza il suo tuonare; Gosling, o meglio l’agente K, accede all’edificio inizialmente vuoto e tutto si incentra sul silenzio rotto dal pentolino che sta cuocendo una poco invitante zuppa di aglio. La fotografia, il sonoro e tutto il resto per un paio di minuti ruoteranno attorno all’ebollizione di quel miscuglio fino al punto che non penserete ad altro che volere un po’ di quello schifo: Villeneuve è perfetto in avvio di regia, e poi c’è il primo scontro fisico, annunciato anzi fortemente telefonato, con un replicante da “ritirare”. Uno scontro violento e magistralmente osservato da due punti di ripresa – di cui il secondo è la stanza adiacente, che viene raggiunta in maniera poco tradizionale. Le premesse di Blade Runner 2049 sono le migliori, poi purtroppo arrivano la supervisione e l’ideologia moderna di Ridley.

 

 

Il regista di Alien ultimamente sta riesumando le sue più fortunate pellicole, e a dire il vero Blade Runner sarebbe dovuto tornare alla ribalta già anni fa col titolo di Metropolis. Il fratello di Tony Scott ha il vizio di vedere – nei nuovi capitoli dei suoi storici capolavori fantascientifici – tutto sotto un’ottica di “creazione”. Chi ci ha creato o cosa abbiamo creato, entrando nel merito del perché e con quali conseguenze, o partendo da cosa. E stocazzo? Alien era uno spettacolare, opprimente e crepuscolare slasher nello spazio ed era perfetto così; Blade Runner era la più bella rappresentazione dell’estetica spinta e androgina degli anni ’80 e della disgregazione sociale esplosa con essi, collocata in un futuro non lontano che incombeva su di noi senza che venissero persi minuti a spiegare il perché di quell’origami, lasciando così i fan a fantasticare per decenni sui dettagli. Perché andare a complicarsi la vita con pellicole lunghe e di cui solo una parte – quella più estranea alla vera e propria trama – risulterà davvero interessante? Alien Covenant è in partenza un film godibile che parla di stronzi che raggiungono un pianeta pericoloso perché è più vicino di quello dove sarebbero dovuti andare, ma diventa un mattone indigeribile nel momento in cui inizia a filosofeggiare come il suo infausto predecessore Prometheus, e impatta al suolo quando viene fuori lo xenomorfo – atteso da tutti a gloria – che finisce nostro malgrado per risultare incollato lì a forza giusto per farci contenti.

Oggi è estremamente difficile sorprendere lo spettatore sul rapporto con la macchina umanoide: Terminator è una saga giunta al quinto capitolo e di film come Oblivion ne escono a palate… Basta con lo spiegare a tutti i costi, il successo dell’ ultimo Mad Max risiedeva nel narrare in maniera emozionante di gente che lotta per acqua, gasolio e fica: punto. Le considerazioni su quel Mondo te le facevi da solo, una volta uscito dalla sala esaltato ed estasiato. E così, 2049 inizia con un Blade Runner che caccia Replicanti disobbedienti da “ritirare”, fa rapporto al suo capo umano, e tutto sembra procedere al meglio fra citazioni della prima pellicola – Atari, i test, gli zoom sui fermo immagine sui quali indagare – e una rappresentazione magistrale delle fredde e sudicie metropoli. Forse ci sono addirittura troppi indugi sui cliché consolidati trentacinque anni fa, e riesumare Sean Young come fecero nel quarto Terminator col governatore della California mi ha fatto un certo male fisico… Poi arriva il momento di intraprendere trame e sottotrame, e tutto peggiora. Nonostante una caratterizzazione splendida di alcune circostanze, come il fortissimo rapporto fra K e la sua compagna – un ologramma, e un ritmo lento quanto quello della prima pellicola (che però era lunga circa un’ora in meno!), si ha la sensazione che alcune cose vengano accennate e poi lasciate a metà solo nella speranza di poterle approfondire attraverso un terzo capitolo, che do’ quasi per scontato eccetto via flop al botteghino. Ad esempio, l’esercito che spunta in mezzo a tutta quella ruggine? Jared Leto – in origine una parte disegnata per David Bowie – non punge a sufficienza come nel brutto Suicide Squad, ma è la parte femminile del cast a funzionare alla perfezione, incluse quelle prostitute replicanti che avranno un ruolo importante nei confronti delle attese dello spettatore. Avrei semmai preferito una maggiore attenzione sulla diretta superiore di K, il cui dualismo buono/cattivo sarebbe potuto rivelarsi uno dei punti di forza della pellicola, e invece a rubar lei la scena è la cazzutissima Sylvia Hoeks nei panni di Luv, un poco credibile replicante che nutre più rancore di una donna in carriera che ha visto la promozione dal capo finire nelle mani della nuova assunta. Harrison Ford invece lo trovo invecchiato dai tempi di Air Force One, e ormai costretto per fama a certi ruoli.

 

Ha visto un sacco di cose lui, ma gli Opeth che tornano ai livelli di Ghost Reveries gli mancano

 

Evoluzione dei replicanti, parentele da riallacciare, colpi di scena, scontri fisici ai limiti del copia e incolla (quello fra le onde mi ha ricordato il Fassbender contro sè stesso di poco tempo fa) e buchi di sceneggiatura ormai obbligatori nel mondo di Scott: hai 48 ore per cavartela e la prima cosa che fai è andare a puttane? 2049 è esageratamente umano, ma se non lo fosse stato non ci avrebbe narrato il punto di arrivo – o di una nuova partenza – della nostra specie e delle nostre ambiziose creazioni. Il problema è che la distanza dallo scadere nel banale è in alcuni casi ridotta. Villeneuve dal canto suo lo dirige meravigliosamente, catapultandoci in scenari post-apocalittici ai limiti del meraviglioso Fury Road o di Fallout, ma è imbavagliato in una storia pretenziosa e sotto certi aspetti debole, tantochè per circa un’ora mi sono perso più a seguire la fotografia, la musica e la cura dei particolari – impeccabili, tutti quanti – piuttosto che lo svolgimento stesso della narrazione; ed è un peccato, perché i due film con Jake Gyllenhaal ed Arrival erano stati semplicemente magnifici e pure questo in un certo senso è di un ottimo livello: non lo pretendevo migliore, ma assai diverso, e snello specialmente nei contenuti. C’è un particolarissimo McGuffin, ossia un cavallino di legno che funge da velato indizio, e visivamente ci viene consegnato un sequel ottimo, e non solamente dignitoso come speravo. Qualcuno dunque fermi Ridley Scott e, per esempio, lasci fare a Neill Blomkamp quel cazzo di quinto Alien con la Weaver al posto degli indecorosi ingegneri. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. vito lomonaco permalink
    9 novembre 2017 17:47

    i sequel dei capolavori e’ meglio lasciarli stare se non ti chiami coppola, giuro che se esce quello di shining mi do una bottigliata sui maroni.

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  2. sergente kabukiman permalink
    13 novembre 2017 10:01

    Ryan Gosling l’ho trovato insopportabile. non è possibile che in una scena dia di matto incazzatissimo e nell’inquadratura successiva torna col suo sorrisetto da mongoloide perennemente stampato in faccia. Per quanto riguarda Ford credo che in questi ultimi anni stia semplicemente chiudendo i conti con tutti i suoi personaggi lasciati in sospeso, una volta finito questo si potrà godere la meritata pensione.

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