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CRADLE OF FILTH – Cryptoriana: The Seductiveness Of Decay

9 ottobre 2017

cradle-of-filth-Cryptoriana-The-Seductiveness-Of-Decay-2017-500x500.jpgCredo che l’ultimo disco dei Cradle Of Filth che ho recensito sia stato Thornography. Faceva parecchio schifo, o per essere più preciso incarnava nel peggior modo possibile quella svolta easy listening intrapresa dopo il riuscitissimo Midian, e per fortuna abbandonata nel giro di pochi anni. All’epoca diedi la colpa al passaggio degli inglesi su Roadrunner, ma probabilmente era di Dani.

Sì, Dani. Volente o nolente, il non-cestista originario di Hertford ha sbagliato due cose importanti nella sua carriera (senza entrare nel merito o demerito dei Devilment): il voler ridurre un qualcosa di maestoso alla portata di tutti quando le cose stavano girando al meglio, e di critiche ne erano relativamente piovute soltanto per un EP (From The Cradle To Enslave); ed in secondo luogo il perdere per strada troppo facilmente elementi chiave come Gian Piras, Damien Gregori o Nicholas Barker, poiché i migliori album dei Cradle Of Filth sono usciti sempre quando ad interpretarli c’era una formazione azzeccata, e mai quando le palle di Dani giravano per il verso giusto o meno.

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“EDWARD???”

Sì, ancora Dani. Ho sempre nutrito una infinita simpatia per lui. Da ragazzino devo ammettere che mi inquietava. Beccai su MTV uno di quei live organizzati dall’emittente e in quelle immagini c’erano due cose che mi cambiarono immediatamente l’esistenza di metallaro: il batterista gigantesco, che sul momento ritenni ipotizzabile per un incontro di sumo con Gene Hoglan, vestito in tonaca nera e completamente calvo nonché riempito di cerone facciale fino a generare allergia; e la figura del Vampiro, appunto il cantante, che strillava come non avevo mai sentito fino ad allora. Poi ho realizzato che era alto 1.65m, che aveva una faccia simpatica, ed oggi tutto sommato lo reputo un’entità meno aggressiva dei miei Cavalier King Charles Spaniel. Ma mi sta simpatico, da sempre. Anche quando fece Thornography, anche se in linea di massima fu proprio allora che smisi di ascoltarli. 

Col tempo mi sono fatto coraggio e ho recuperato quello che avevo perso per strada, e credo che The Manticore & Other Horrors sia stato il momento, prima che esplodesse l’ennesima line-up, in cui a Dani è passato per la testa di smetterla di strizzare l’occhiolino al gothic metal per ridare vigore alle chitarre di Paul Allender, riportandole per concetto agli esordi, e fare un album che non era esattamente bello ma che mostrava perlomeno una non trascurabile forza di volontà (nonché una prestazione vocale sì diversa dai canoni, ma piuttosto imbarazzante). Sono piuttosto affezionato a quel disco, che neppure ascoltai del 2012 alla sua uscita, ancora terrorizzato dall’ipotesi di un altro Darkly, Darkly, Venus Aversa, registrato con quella tastierista che sembrava gliel’avessero raccomandata gli Arch Enemy.

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Oggi in compenso hanno reclutato dietro ai tasti bianconeri una tizia che mette –a differenza di Dani- davvero paura. Mi ricorda tantissimo una ex-collega con cui ho lavorato occasionalmente anni fa, e che aveva sempre quell’espressione che hanno le donne quando ti stanno comunicando che si vendicheranno per una cazzata di poco conto che hai fatto, senza trascurare il fatto del piatto che va servito freddo. Il che non è per niente vampiresco, ma è comunque una grandissima rottura di palle. Si chiama Lindsay Schoolcraft, e il solo nome indurrebbe qualsiasi uomo a fiondarsi su un famoso portale alla ricerca dei suoi cliccatissimi tape ma no, siete fuori strada. Lei è severa, e vi farebbe un culo così solo al pensiero di quelle cose. La line-up (complimenti a Dani per averla allestita, soprattutto se riuscirà a farla durare nel tempo, anche se le statistiche non gli danno alcuna speranza) è un ottimo carburante per Cryptoriana – The Seductiveness Of Decay. La copertina è un eccezionale biglietto di presentazione, come già accaduto in occasione di Hammer Of The Witches. Il disco è bello, senza dubbio una delle più gradevoli sorprese di questo discreto 2017.

Ma mettiamo in chiaro una cosa: i Cradle Of Filth sono sempre stati legati a doppio filo all’etichetta del black metal sinfonico; in realtà sono una cosa molto distante da esso, e questo già probabilmente lo saprete. Soprattutto a partire dal celebre Cruelty And The Beast, hanno voluto sottolineare come gli Iron Maiden (qui citati alla grande nella title-track) e la NWOBHM fossero il nuovo punto di riferimento melodico, capace nel tempo di scalzare l’importanza di organi, orchestrazioni e tutta quella impostazione tastieristica passata negli anni per le mani di Martin Powell, Les Smith e bimbe gotiche di 26 anni. Incoming Call: Michael Amott.

Le chitarre sono le protagoniste, e passano dal thrash (messo in vetrina in Wester Vespertine) alla furia death dell’attacco di Achingly Beautiful che ci riporta -ma soltanto per un attimo- ai fasti di The Principle Of Evil Made Flesh, per poi accennare al black nel singolo You Will Know The Lion By His Claw. Cryptoriana – The Seductiveness Of Decay è fatto di metal classico, portato all’estremo dalle atmosfere, dai ritmi e dalla prestazione maiuscola e sentita di Dani Filth, leggermente meno propenso a salire di tono che in Hammer Of The Witches, ma comunque non spompato come nelle precedenti uscite. Il disco precedente era probabilmente più pesante e vantava otto canzoni più svariati intermezzi strumentali di breve durata. Qua i pezzi cantati sono sette, più una intro, una bonus track ed una non entusiasmante cover finale di Alison Hell degli Annihilator. La differenza fra i due sta nella qualità: Cryptoriana, pur innalzando lievemente la durata delle canzoni non riesce mai, proprio mai ad annoiare. E’ incisivo e solido nella prima metà, concede in Vengeful Spirit (con nuovo duetto a distanza di tredici anni fra il singer inglese e la fantastica voce di Liv Kristine) un ritorno all’accessibilità di Nymphetamine, senza però stuccare o rompere eccessivamente le tensione (o, nella peggiore delle ipotesi, le palle).

Il resto del disco funziona alla perfezione, ed anche se l’attitudine di un gruppo come questo non può essere paragonata a quella mostrata in maniera spavalda nei bellissimi Vempire e Dusk And Her Embrace, sia per la spinta dell’età, sia per quella dell’averli realizzati nel giusto momento storico, un’uscita come questa non può essere ridotta alla descrizione di semplice parto operato da onesti mestieranti. Hammer Of The Witches ha aperto l’ennesimo ciclo della formazione inglese; adesso sta a Dani non chiuderlo troppo in fretta, né rendere le cose stagnanti con le prossime uscite. (Marco Belardi)

Disclaimer: questa recensione è stata scritta facendo finta che uno dei due chitarristi non si chiami realmente Marek Šmerda.

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5 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    9 ottobre 2017 13:14

    Gran bel disco, mi hanno davvero sorpreso.

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  2. Fanta permalink
    9 ottobre 2017 13:57

    Analisi ineccepibile e sì, il disco è proprio bello.

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  3. Matteo permalink
    9 ottobre 2017 20:48

    Marek Šmerda.

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  4. blackwolf permalink
    10 ottobre 2017 00:49

    Non so nulla dei Cradle da anni, ma hanno avuto il merito di essere stato uno di quei gruppi, che mi hanno traghettato al metal. Ero un pischelletto quando vidi il video di From cradle to enslave e pensai che era una cosa fighissima. Slipknot, una copia di God hate us all e una cassetta di Cruelty and the beast fattami da un amico, sono stati i miei primi ascolti di musica “estrema”. Li andai a sentire ormai più o meno 15 anni fa e fecero pure un bello show. Ho ancora il biglietto con tutti gli autografi della formazione dell’epoca. Era uno dei primi meeting con la band, in posti tipo le messaggerie musicali, però all’epoca non eri obbligato a comprare nulla. Dani al pomeriggio al meeting era zarrissimo. Occhiali da sole anche se era autunno ed eravamo al chiuso, maglietta super aderente azzurrina con strisce argentate sulle maniche, meches bionde, jeans super tabbozzi e addirttura le buffalo, non so se ve le ricordate. Sembrava uscito dal mio quartiere. Ci rimasi abbastanza di stucco, nel vedere che era uno zarretto di periferia.
    Tutto questo per dire che anche se non me li filo più, gli ho comunque voluto bene.

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