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Avere vent’anni: CRADLE OF FILTH – Cruelty and the Beast

24 aprile 2018

Per comprendere la controversa ricezione di quest’album bisogna fare un enorme sforzo di immaginazione e tornare nel 1998, quando i Cradle of Filth erano un gruppo da cui ci si aspettava tantissimo per il futuro di un certo tipo di metal. Era un periodo in cui si avvertiva la necessità di un cambio generazionale, che poi purtroppo non avvenne, e i Cradle erano uno dei maggiori candidati a guidare le nuove armate del metallo verso i cancelli dell’odiata divinità cristiana. Sembra assurdo, visto ciò che Dani e compari sono diventati adesso, ma vi assicuro che all’epoca la situazione era esattamente questa.

Di Dusk and her Embrace abbiamo già detto. Considerato lo status della band, quel disco fu preso estremamente sul serio da chiunque, compreso il sottoscritto, e stabilì il principio secondo cui i Cradle of Filth componevano musica eterea come le rarefatte foschie della brughiera inglese in cui erano ambientati i racconti gotici ottocenteschi da cui Dani traeva ispirazione lirica e concettuale. Nella mente del pubblico Dusk portò quindi la band ad un livello superiore, un po’ com’era per Burzum, i primi Darkthrone e tutti quei gruppi black la cui musica trascendeva la mera condizione umana. Questo, unito al fatto che commercialmente avevano fatto un botto pazzesco, li poneva su un piano completamente diverso rispetto a pressoché qualsiasi altro gruppo anche solo vagamente accostabile all’ambito black metal; i Dimmu Borgir, al confronto, nonostante un dualismo che fu più una montatura giornalistica che altro, erano visti come dei grezzi bestioni che recitavano l’alfabeto ruttando. I Cradle of Filth declinavano il metal in un modo che fino a quel momento non era mai stato concepito, se non – in modo sporadico – da gruppi death-doom tendenzialmente inglesi che però non avrebbero mai potuto avere quel tipo di successo. 

Capirete che per Cruelty and the Beast stavamo tutti talmente fomentati che la gente si era messa a fare il conto alla rovescia sul calendario. Niente internet, niente anticipazioni, niente Blabbermouth, niente spoetizzanti profili Facebook che mostrano i lugubri vampiri cazzeggiare su Candy Crush; solo l’insostenibile lentezza dei giorni che non passavano mai. Alcune riviste avevano già indicato il numero in cui sarebbe uscita la recensione, ovviamente in anticipo rispetto all’uscita dei negozi, e noi le aspettavamo come Paolo Brosio aspetterebbe l’uscita de La Bibbia 2 – La vendetta di Gesù. E quando le recensioni uscirono, furono tutte molto tiepide.

Io quando le lessi non ci potevo credere. In che senso il nuovo dei Cradle of Filth non è un capolavoro? Tutta la mia vita è una bugia! E raramente la realtà mi ha investito in modo così brutale come quel giorno della primavera 1998. Quando riuscii a mettere le mani sul disco fu tutto chiarissimo: Cruelty and the Beast è un disco metal. Non è la messa in musica di brumose atmosfere spettrali composte da anime dannate rapite dalla letteratura gotica vittoriana, no: è proprio un disco metal. Ha i riffoni ignoranti, gli assoloni slayeriani, il tupatupa, le armonizzazioni maideniane, mentre lo ascolti ti viene di berti un birrone e fare le cornine scapocciando, eccetera. Ci sono persino gli UH! tipo Celtic Frost. All’epoca raggelammo tutti. Però per poco, almeno per quanto mi riguarda, perché alla fine Cruelty and the Beast è un capolavoro lo stesso.

A riprova di ciò, ricordo ancora i commenti inviperiti dei recensori che commentavano le dichiarazioni di Dani secondo cui in Cruelty avevano voluto recuperare le proprie influenze heavy metal ottantiane, Iron Maiden e Slayer in primis. Uno di loro scrisse in risposta, me lo ricordo benissimo: Influenze ottantiane? E quandomai i Cradle of Filth hanno avuto influenze ottantiane? Un concetto ovviamente piuttosto cretino, rielaborato a freddo, ma che all’epoca era la risposta istintiva di chi era stato totalmente assorbito da quell’idea che ci si era fatta dei COF. Peraltro i tempi stavano cambiando, e anche in Norvegia la magia primigenia del black era ormai esaurita, così come quella dei suddetti gruppi doom-death britannici, quindi, in questo, Cruelty era perfettamente figlio dei suoi tempi.

Le stesse scelte di produzione riflettono la voglia di cambiare registro rispetto a Dusk and her Embrace. Il suono è molto asciutto, con la batteria in primissimo piano che mette in risalto il tiro thrashettone con tanto di stop’n’go, triplette di doppio pedale e tupatupa a tutto andare; le chitarre vengono valorizzate nel loro macinare riffoni su riffoni, con una chiarissima influenza maideniana nelle parti melodiche, lontanissime dal suono a zanzarina del passato; e la voce di Dani non è più quello strillo acutissimo del disco precedente, ma si muove su territori più classicamente estremi, diciamo così. Penso che la pietra dello scandalo maggiore fosse Desire in Violent Overture, una slayerata da pogarci ai festival tedeschi con gli stivali a mollo nel fango e nella merda, quanto di più distante possibile dalle spettrali atmosfere di Dusk e dall’immagine che i Cradle of Filth si erano costruiti.

A me però, come detto, Cruelty and the Beast piacque da praticamente subito, fatto salvo lo shock iniziale. E confermo tutto: è un album splendido quasi dall’inizio alla fine, anche se il quarto d’ora speso tra Bathory Aria e Twisted Nails of Faith l’avrei condensato in una canzone più breve con i migliori spunti da entrambe. A quel punto sì che sarebbe stato perfetto. Perché ad un disco che inizia con Thirteen Autumns and a Widow, continua con Cruelty Brought Thee Orchids, Beneath the Howling Stars, Desire in Violent Overture e finisce con quel capolavoro immane di Lustmord and Wargasm, tu semplicemente non puoi dire niente. E forse è un bene che le cose siano andate così: se avessero provato a replicare Dusk and her Embrace senza averne l’ispirazione sarebbero di sicuro scaduti nel grottesco, perché quello non è un disco che puoi fare con il mestiere e l’accademia. La loro normalizzazione invece ha portato ad un altro grandissimo disco, più o meno alla pari con il precedente. E che questo sia il canto del cigno dei Cradle of Filth conta poco: quattro album di questa caratura, e che peraltro suonano come nessuno aveva mai suonato prima, sono merce rarissima. (barg)

14 commenti leave one →
  1. pepato permalink
    24 aprile 2018 09:51

    Uno dei miei dischi preferiti di sempre. Il concept è semplicemente meraviglioso, e la voce di Dani (e i suoi testi pazzeschi) gli rendono giustizia come meglio non si potrebbe fare. Voglio far notare la qualità superiore delle tastiere di Lez (poi negli Anathema), che rispetto a quanto fatto dai suoi colleghi prima e dopo riesce a essere originale, profondo e complesso, e aiuta a dare un’atmosfera inquietante e perversa a un album che sarebbe potuto diventare una miserabile pacchianata. Peccato per il mixaggio, che per stessa ammissione dei musicisti è stato fatto col culo, e si sente.

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  2. bonzo79 permalink
    24 aprile 2018 10:10

    non lo ascolto da almeno dieci anni ma so che è un capolavoro (pur preferendo il precedente). di nuovo ottima recensione, Barg

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  3. El Baluba permalink
    24 aprile 2018 10:29

    il primo ricordo che mi viene da Cruelty è il fatto che lo comprai in un negozietto a La Spezia durante l’incubo dei tre giorni al militare. Lo usavo tipo altarino commemorativo in attesa di uscire da quella gabbia di matti. A livello musicale, tralasciando la produzione, che con il tempo uno ci fa’ l’orecchio, un disco che pompa alla grande. Trovo giusto poco convincenti la tripletta Desire in Violent Overture, Twisting Nails Of Faith e la Bathory Aria…non so ho come la sensazione che gli manchi l’equilibrio tra passato e presente, che invece si sente nelle restanti tracce.

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  4. saturnalialuna permalink
    24 aprile 2018 10:30

    Svegliarsi con una recensione di Trainspotting ad accompagnare il caffè è già una cosa perfetta, se poi si tratta di Cruelty è il paradiso.
    Sono una decina di anni che non lo ascolto e mi è venuta un’inarrestabile voglia di metterlo in loop tutto il giorno.

    p.s. Ai tempi non tutti percepimmo questa metallizzazione del suono come una cosa negativa. Nel mio gruppo di amici ad esempio speravamo proprio in una mossa del genere, nonostante venerassimo Dusk, i tempi erano esattamente quelli giusti per una sferzata nel concreto. Che bell’album!

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  5. dottorics permalink
    24 aprile 2018 11:26

    I COF li avevamo scoperti con the principale od evil flash, un black metal diverso, più alla portata di molti, qualcosa che ora ricordi come qualcosa di piacevole e giovane…cazzo ti veniva voglia di pogare e fare casino ai concerti. e poi venne dusk and her embrace, con le sue atmosfere, qualcosa di onirico, grottesco, te li faceva passare proprio davanti agli occhi le brume con in mezzo le banshee urlanti delle campagne inglesi.
    Crulety l’ho adorato, da subito: era un’altra cosa, ma come pompava, come andava forte, che casino fatto con lo stereo.

    E comunque al di là di tutte le cazzate dette e stradette tra COF e Dimmu, io li ho ascoltati. valutati e vissuti internamente in maniera completamente diversa: rabbia da una parte, qualcosa di piu emotivo dall’altra

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  6. Bacc0 permalink
    24 aprile 2018 12:40

    Un disco immenso, lo adoro da venti anni. Sicuramente molto diverso da Dusk che probabilmente è il loro apice ma comunque Cruelty an the Beast è da pelle d’oca dall’inizio alla fine. Anche la produzione tanto criticata a mio avviso è perfetta, purtroppo dopo aver perso Barker non sono più stati loro. Midian è carino ma i veri COF muoiono qui, in gloria

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  7. Mirko permalink
    24 aprile 2018 12:53

    Che disco! Unico neo secondo me è il suono della cassa. Oh, a me piace anche “Midian”…

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  8. 24 aprile 2018 23:15

    I Cradle of Filth sono una cagata pazzesca

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  9. mothernorth66 permalink
    25 aprile 2018 02:19

    Musicalmente possono anche piacermi,,ma la voce di Dani..ai tempi lo chiamavano “nanetto malefico” ma di malefico vero aveva solo l’ego..in concerto…mah ,grandi emozioni non me ne ha date..visti negli anni 90.. le magliette un capitolo a parte!! Blasfeme abbbestia,ne ho diverse storiche,e le indosso con piacere..ma io posso!! Ho 50 anni,sono area,odio il clero e il massimo che mi possono fare è scansarmi per la strada!!

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  10. mothernorth66 permalink
    25 aprile 2018 02:25

    Cmq un’ottima recensione,mi è piaciuto molto leggerla,un linguaggio pieno di speme e ardore..bravo chi l’ha scritta,la passione va oltre la superficie..!!

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  11. wal65 permalink
    25 aprile 2018 22:53

    Visti al Beach Bum fest di Jesolo del ’97, ma non mi hanno mai preso, meglio aver visto Chuck a Monaco prima che ci lasciasse. Gli anni ’90 sono stati indescrivibili per chi non li ha vissuti, non riesco a spiegarli ai giovani con cui parlo, shows, trasferte, bevute, emozioni che a quei tempi non erano scontate. Ho visto gruppi che fine anni ’80 qui in Italia ci sognavamo, e,riguardare quelle poche foto mi scappa quasi una lacrimuccia, ma chi non c’era non potrà mai capire la magia di quel periodo. Un abbraccio a tutti i fratelli del metal, dateje dentro finchè potete.

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    • wal65 permalink
      25 aprile 2018 23:25

      Dimenticavo di dire che incontrai Dani al bar e fu una delusione, un nano egocentrico, al contrario di Lemmy ad Augsburg nel ’91, che fu un grande coi fan. Eh i very rockers che amano il loro pubblico non esistono piu’, spero di essere smentito, bye!!

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  12. 23 maggio 2018 13:42

    è stato il mio primo disco dei Cradle. Lo comprai nel 99 in prima superiore e fu una roba mai sentita. Bellissimo; non dimenticherò mai quei giorni bellissimi e inutili. Lo ascolto anche oggi almeno ogni 2-3 mesi. Ci sono delle notti che non riesco a dormire perché la mia testa suona il primo riff di Thirteen Autumn e finisce con Bathory Aria.

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